L'infanzione rubata - Pino Bertelli

L’infanzia rubata. La guerra negli occhi è il titolo del racconto fotografico di Pino Bertelli in mostra presso la Sala delle Colonne del Palazzo Comunale di Pontassieve fino al 15 ottobre 2022.
Trentuno scatti in bianco e nero che raccontano attraverso lo sguardo la sofferenza, il dolore, la quotidianità di piccole vite che nulla hanno a che fare con la spensieratezza che ogni bambino dovrebbe avere.
Il fotografo piombinese attento ai diritti umani, si fa portavoce di un messaggio semplice e necessario, “la pace si fa con la pace” afferma Bertelli.
Gli occhi di questi bambini in mostra sono lo strumento più forte che abbiamo a disposizione, bisogna trovare l’umano, fermare le barbarie e le crudeltà.
La mostra fotografica di Pino è anche un omaggio a Pier Paolo Pasolini, da sempre nell’amore e nella difesa degli ultimi.

“Una mostra dal grande impatto emotivo ed emozionale, che siamo molto orgogliosi di ospitare in un momento così drammatico. – dicono la sindaca Monica Marini e il vicesindaco Carlo Boni – L’arte di Bertelli ci impone di guardare negli occhi, senza voltarci, l’atrocità della guerra, mettendocela davanti in tutta la sua drammaticità. Ci fa riflettere e ci costringe a prendere l’unica posizione possibile: al fianco di chi le guerre le subisce e di chi, a causa delle guerre, si vede negato ogni diritto.”

“Non c’è parola – affermano Antonio Natali e Adriano Bimbi curatori della mostra – che eguagli l’efficacia emotiva delle immagini di Bertelli. Negli occhi dei bimbi, il fotografo riesce a leggere non già la cronaca di un’afflizione, bensì la storia millenaria del martirio d’un popolo.”


Testo Felisia Toscano
Foto dell’inaugurazione di Maria Di Pietro

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L'infanzia rubata - la guerra negli occhi di Pino Bertelli

Pino Bertelli – L’INFANZIA RUBATA, LA GUERRA NEGLI OCCHI
a cura di ANTONIO NATALI e ADRIANO BIMBI

1 giugno 15 ottobre 2022(escluso il mese di agosto)
Palazzo Comunale Sala delle Colonne Via Tanzini, 32 – Pontassieve

CONTRO LA GUERRA

Sulla disobbedienza civile, tre canzoni e una profezia per quella bambina bruciata da una bomba nella Città delle mille e una notte, mentre le sfasciavano le bende intrise di sangue senza versare una lacrima, la guardavo guardarmi e sentivo il respiro amoroso di universi sconosciuti e silenzi inconciliabili che si riversavano nella sua innocenza violata…poi mi ha messo in una mano una piccola luna di latta ammaccata… che ancora riluce di bellezza sottratta all’eternità del male…intanto là fuori, solerti soldati sparavano sugli stracci dei poveri…

«Voi che non volete sapere e vivete come assassini tra le nuvole e vivete come banditi nel vento e vivete come pazzi nel cielo, voi che avete la vostra legge fuori dalla legge e passate i giorni in un mondo che sta fuori del mondo e non conoscete il lavoro e ballate ai massacri dei grandi».
Pier Paolo Pasolini

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A ricordo di Letizia Battaglia Poyetica

di Pino Bertelli

Non è stata una bella mattinata, Letizia è scappata via… ma resta la sua bellezza di donna imperiosa a indicarci il debutto tra salici e stelle che non piangono più… ecco un mio piccolo ricordo e le immagini che mi sono restate di lei…
se credete, donatele a chi vuole o a nessuno… nessuna parola d’amore precede la partenza o il lutto, poiché solo la memoria contiene l’avvenire che accompagna solitudini ed emozioni là dove il tempo si è fermato.

“Mi ricordo sì, mi ricordo di Letizia Battaglia…
nei giorni in amore di Poiyetica… là in quella città del Sud, quando ci siamo abbracciati, baciati e ci siamo commossi al nostro incontro che attendeva da anni… abbiamo parlato del sangue della fotografia e della fotografia nel sangue… non riconciliati con nulla e con nessuno, ed ora sei là in attesa che ti raggiunga, là dove il dolore è solo l’amore che cola sulle ali bruciate degli angeli!
Chi ha molto amato, amato sarà sempre!”

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Fotografia ribelle di Pino Bertelli

E' in libreria la nuova edizione de La Fotografia ribelle di Pino Bertelli.
Edizione aggiornata e ampliata, rispetto a quella del 2017, con l'aggiunta di 116 pagine e 6 fotografe.
Berenice Abbot
Paola Agosti
Diane Arbus
Eve Arnold
Letizia Battaglia
Alexandra Boulat
Margaret Bourke-White
Lisetta Carmi
Carla Cerati
Claude Chaun
Maria Di Pietro
Martine Franck
Gisèle Freund
Nancy "Nan" Goldin
Kati Horna
Germaine Krull
Dorothea Lange
Annie Leibovitz
Vivian Maier
Sally Mann
Mary Ellen Mark
Lee Miller
Lisette Model
Tina Modotti
Ruth Orkin
Leni Riefensthal
Cristina Garcia Rodero
Marialba Russo
Annemarie Schwarzenbach
Cindy Sherman
Gerda Taro
Francesca Woodman
Liu Xia
33 fotografe che hanno rivoluzionato la fotografia (e la loro vita) raccontate dalla penna radicale di Pino Bertelli che, con amore e rabbia, accompagna le sue parole con una selezione fotografica per ogni artista presentata.

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Come una scintilla - su Letizia Battaglia

di Maria Di Pietro

La fotografia ormai è nelle mani di tutti, e in fondo non è questo che preoccupa. Quello che rende persone migliori nell’avere una macchina fotografica a collo, è il coraggio di parlare di poesia, ai margini, nei posti più bui e infetti dal puzzo dell’umanità violenta, vuota e sanguinaria.
Letizia Battaglia è la passione che zampilla nella parola rivoluzione, in una città che sarà per lei amore incondizionato, che incatena e libera.

È, perché sia chiaro a tutti, Letizia e il suo sguardo libero, tenuto a distanza per anni come donna ancor prima che come fotografa dai tavoli della fotografia italiana, è viva, eterna.
Tutti la ricordano per le immagini di mafia, per un pallone in mano ad una ragazzina diffidente che guarda all’obiettivo, in verità il ricordo profondo della sua fotografia è in quella semplicità apparente, priva di strutture e toni alti, i suoi scatti nascono dalla purezza del suo voler dir qualcosa, a tutti i costi e senza paura, purché giunga agli altri e sia seme per i fiori di domani. Non c’è domani se non si ha il coraggio di parlare, di opporsi, di sognare, di pretendere il diritto a quella quotidianità, sporca di sangue nella sua città, che tanto desiderava vivere spoglia di potere e ricca di tenerezza.
Nel guardare le sue ultime fotografie, i nudi, la fotografia in scena sulla fotografia che fu, si percepisce una tregua alla resistenza, un gioco di abbandono da quelle strade di Palermo, ad occhi chiusi come a cercare la bellezza dell’altrove, e semplicemente essere, il più possibile, solo Letizia. Eppure, ad occhi aperti la sua è una fotografia che non conosce tregua, fotografare per “scuotere le coscienze”, una fotografia femminile, modello di emancipazione in Italia e del Sud “…Dentro la fotografia ci sono io, tutta: come donna, come bambina, perché sono ancora una bambina…” lei, la sua macchina fotografica, la sua Palermo con il suo disordine “input etico, morale, per chi vive fuori” che suscitava in lei la rabbia e l’amore, e quel coraggio di andare contro, lasciare traccia.

Se è tutto già scritto nel propio nome, Letizia Battaglia è fedele, carattere combattivo e concreto, donna “influente” premiata nel 2017 dal New York Times che inserisce la Battaglia tra le undici donne più influenti dell’anno per l’impegno dimostrato nella propria attività di artista. Di quel momento, di meritata stima ( il nostro Paese come sempre invece tardivo a dare merito…) le sue parole furono: “Bello il riconoscimento del New York Times, ma mi servono soldi per Palermo”. Come una madre, donna che vuole stringere e proteggere quel sogno di libertà e bellezza, ripensa alla sua città che vuole vedere cambiare e mostrare al mondo, con quelle ferite che resteranno, ma che vorrebbe non dover riaprire. Il suo cuore alla città ancora una volta nel 2017 con la nascita, sotto la sua direzione artistica, del Centro Internazionale di Fotografia nel capoluogo siciliano.

Chi è Letizia Battaglia è facile leggerlo ovunque, io posso provare a dire cosa ha significato la sua fotografia per una fotografa come me, nata a sud, nella periferia di una città martoriata da veleni, con l’arte e la bellezza negli occhi, di una Napoli che è un sogno, disegnata con l’azzurro, ma perennemente grigia, insieme all’aria infetta, la camorra e la monnezza come simbolo costante, che ha scattato le sue prime fotografie con un taccuino nello zaino, con dentro scritte le parole di Tina Modotti e le sue. Non era, a dirla semplice la fotografa della mafia, Letizia Battaglia è verità, ricerca di verità, ma soprattutto era una donna che si opponeva e si impegnava, che credeva nella giustizia umana, in assoluto prima su tutto. E non posso non sentire la necessità di sottolineare che in quanto donna affermava con coraggio di far parte di quel mondo incapace a creare guerre, invitando l’uomo, cieco nel suo costante affare, a guardare un mondo possibile privo di potere e violenza. Mi chiedo quante voci oggi, ora che la sua sarà silenziosa, sapranno educare a quella bellezza e pace.

Continuo a immaginarla danzare in quella foto di Zecchin, tra la musica intorno dove i colori sono tutti racchiusi nel bianco e nel nero. Letizia è proprio qui, in quella linea di confine, tra la drammaticità del nero e la bellezza del bianco, con la visione ampia fino ai margini, senza tagliare nulla.

“Questa fotografia è delicata e potente” mi disse la prima volta che la incontrai , “scrivimi, voglio vieni a Palermo, le tue foto sono di un’intensità straordinaria” mi hai detto, e poi “ma ne parliamo un’altra volta, intanto lascia perdere giudizi e amarezze che fanno male, abbi cura dei tuoi “zingarelli”.
Il resto lo custodisco con amore, il tempo non è mai abbastanza, forse lo è la fotografia.

Ti ho scritta anche ieri sera, ti scriverò ancora.

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Chernobyl, ritratti dell'infanzia contaminata

In occasione della decima edizione del Festival Fotografico Europeo, mercoledì 20 aprile si terrà il vernissage di Pino Bertelli.

info mostra Open link

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Vivian Maier Sulla fotografia della vita quotidiana

“Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza;
ma a chiunque non ha, gli sarà tolto anche quello che ha”.
Matteo 13, 12


1.Sulla fotografia dell’indegnità

La fotografia è nata da un Dio ubriaco di mercantilismo… in principio sollazza la noia della bella borghesia di metà ‘800, poco dopo, l’effluvio fotografico o l’industrializzazione della fotografia inizia a serpeggiare tra le folle… re, regine, nobiltà, politici e artisti… furono affiancati dalle immagini di viaggi, architetture urbane, memorie familiari, povertà delle periferie, guerre e carneficine… le “cassette magiche” furono sostituite dalle piccole fotocamere 35 mm e finalmente anche il popolo poteva possedere uno strumento al quale bastava schiacciare un bottone per impressionare la realtà della vita quotidiana… è vero, la fotocamera è uno strumento capace di catturare l’immagine, di crearla, di intrecciare tempo, luce e spazio, diceva Walter Benjamin (da qualche parte), per esprimere una poetica o una narrazione della storia dell’uomo e dei suoi tradimenti, anche. Tutta la fotografia a venire precorre la conoscenza e la coscienza popolare, e la significazione più profonda dell’immaginale fotografico, in massima parte, rispecchia o innalza le apparenze al livello di uno stile, che è quello dell’industria culturale.
Certo, ci sono stati e ci saranno sempre i “fuori gioco” dell’immagine fotografica, più o meno celebrati o recuperati dai cortigiani della civiltà dello spettacolo… irriducibili ad ogni forma di soggezione o ribelli agli inganni del privilegio… tuttavia, c’è più distanza tra un poeta disconosciuto della fotografia e un mito costruito ad arte, che fra una stella e uno sputo, diceva… la fotografia è un’affabulazione dei nostri eccessi, delle nostre dismisure e sregolatezze, o non è niente… solo una malattia culturale, paludata di speranze senza nudità primordiali! Un mattone dell’edificio delle lusinghe costruito sul discredito, il sarcasmo e il supplizio… o l’enorme bacino della vocazione spirituale della fotografia che passa dai lupanari delle folle e cimiteri delle definizioni! Poiché ogni immagine è il riflesso o l’impronta di un’ordine supremo o un pretesto di pietà sul dolore immutabile d’ogni epoca, solo la fotografia in amore che si oppone alla farsa vertiginosa dei domani prescritti, solleva l’anima da ogni idea di verità che non contenga l’insurrezione dell’intelligenza. La fotografia insegnata tormenta soltanto assassini, santi e tutti quelli che dicono la “mia fotografia è arte”, senza fare dell’arte la gioia di vivere fra liberi e uguali.

Merda! puttanaccia la miseria!… corpo di un cristaccio morto (sempre troppo tardi)!… che il diavolo se lo porti!… insieme alla masnada di canaglie che lo adorano!… alla pretaglia senza regalità e alla nobiltà dell’odio affinato!… tutti al macello!… con i saprofiti del sapere!… buoni loro!… fedeli servitori di ogni potere!… in ogni epoca!… poliziotti dell’intelligenza!… adulatori di forche!… arlecchini di molti padroni!… alla garrotta!… senza lacrime!… in pasto ai cani randagi… l’appellativo di ribelle a tutto!… senza dio né patria!… è l’insulto più elogiativo che si possa rivolgere a un uomo in rivolta!
L’indignazione universale passa dalla coscienza insorta e della conoscenza che gli uomini di potere sono validi solo il giorno in cui pendono dalle loro stesse forche!… battuta di spirito (ma non troppo): nell’immaginario di un padrone si cela un’anima di assassino. È sempre quello che detestiamo a qualificarci!… lo sanno perfino i ritardati mentali! “Quando incontriamo un essere vero, la sorpresa è tale che ci chiediamo se siamo vittime di un abbaglio” (E.M. Cioran) o comparse in un banale film da Oscar alla Spielberg o Tarantino o Benigni…. lo scoramento è sapere che l’ottimismo è una mania degli imbecilli e la speranza il postribolo degli agonizzanti. Meglio l’utopia!… che è l’arte del ribaltamento di prospettiva!… almeno sappiamo contro chi sputare!… bisognerebbe essere nel partito dei deficienti per credere che l’arroganza della finanza, la corruzione della politica o le armature della fede possano portare a qualcosa di buono!… allora tabula rasa!… prima sarà!… meglio è!… l’amore dell’uomo per l’uomo insegue il profumo di libertà e di giustizia sul filo dei secoli!… e solo i bambini, i poeti e i folli sanno che la bellezza coincide col cammino che porta dalla rivoluzione dell’umano nell’uomo.

Il fotografo senza patria s’intrattiene più col barbone che ascolta Mozart che con Dio… poiché conosce l’orgoglio di non governare mai, di non disporre di niente e di nessuno… non ha sottoposti né padroni! Non detta leggi né riceve ordini! Sa che c’è un macellaio e un santo in ogni fotografo e in una mescolanza tra grazia e imbecillità, degrada la bellezza e la giustizia che contiene la fotografia, al ballo mascherato della celebrità! Il segreto dei fotografi moralisti è quello di non avere nessuna morale, che non sia quella che aspira alla salvazione della propria operetta benificata… forse è per questo che stimo di più un prete che s’impicca di un fotografo vivo!

È la fotografia dell’indegnità mercantile che tradisce la vita quotidiana e la fotografia stessa, invece di rendere la vergogna del potere ancora più vergognosa… gli ultimi, gli esclusi, gli sconfitti… porco boia!… l’abbiamo gridato cento!… mille volte!… cadono in fotografia come i Comunardi sulle barricate di Parigi!… il mondo comincia e finisce con loro!… per la miseria!… e i fotografi?… i fotografi fissano il loro assassinio in bella posa per la storia dei vincitori!… bella roba!… la fotografia che vale non ha bisogno di martiri!… né di eroi!… tantomeno di gente che fa della fotografia una sommatoria del miserabilismo o dell’edonismo da galleria.
I diseredati hanno diritto alla dignità (calpestata dai governi) e non dello spettacolo decadente che deterge millenni di soprusi invendicati!… applicare la fotografia come crocifissione e resuscita del delitto di indiscrezione, è come riprodurre i ferri dei dominatori e infierire su chi ha come primo pensiero del mattino — non morire per fame o in qualche guerra sostenuta dai governanti dello spettacolare integrato —… si può essere fieri di ciò che si è fotografato, ma si dovrebbe esserlo molto di più di ciò che abbiamo contribuito a smascherare. Anche la fotografia sociale è da reinventare.

La fotografia può esistere senza la realtà, ma non senza la possibilità della realtà… al culmine dell’indecenza una sola immagine riuscita vale più di tutto il sapere fotografico… il resto è comunicazione abortita!… roba da dizionario per rincitrulliti dell’impero dei media!… sozzura patinata!… megalomania dell’impotenza!… che schiattino i fotografi senza utopie!… al macero tutti!… insieme alle loro immagini da boudoir!… ci si può immaginare un fotografo che non abbia in corpo la voglia di ammazzare, prima di fotografare?… c’è sempre un premio internazionale che lo abilita all’assassinio!… è sempre quello contro cui ci scagliamo o assolviamo a qualificarci briganti o coglioni!… la fotografia, va detto!… esprime la magia del disinganno o è parte del firmamento dell’ipocrisia!… sbarazzarsi della fotografia, ad ogni livello o stadio di putrefazione estetica, significa non privarsi del piacere di mostrare la sua ridicolezza!… fotografi, critici, storici, addetti alla manutenzione mercantile della fotografia… confondono debitamente il genio col cretinismo, senza sapere mai che la bellezza della fotografia sta in ciò che c’è di più arcaico e vitale nell’intera umanità, la rivolta.

Gli dèi di ogni arte, di ogni fede, di ogni politica sono sempre all’erta… vivono nel terrore di essere declassati a piccoli uomini quali sono!… costruiscono mitologie e rancori ordinari perché non sanno nemmeno accendere il fuoco di una stufa! né acquistare il biglietto di un treno o deporre una rosa rossa sui maglioni inzuppati di sangue delle giovani generazioni che nel passato — come oggi — hanno osato assaltare il cielo spento dei potenti… e fatto dell’utopia incendiaria i migliori anni della loro vita.

Il disgusto per ogni potere è un sintomo di salute!… una condizione necessaria per andare al di là dei propri singhiozzi… fare della propria esistenza ereticale un’opera d’arte. Mai il potere si è stimato così tanto!… mai l’arte è stata così asservita!… mai la stupidità (specie quella elettorale) è stata così diffusa!… è così che si creano i destini!… i fuori gioco non meritano desideri!… solo miseria, centri commerciali e bombe!… il Nobel per la pace la vecchia Europa se lo merita proprio!… il traffico d’armi, della droga, dei diamanti, dell’acqua, i colpi di Stato della finanza internazionale… passano da qui! (benedetti dalla bandiera a stelle strisce di Wall Street)… le democrazie parassitarie si sostengono bene!… come i regimi comunisti!… esistono finché dura il sostegno degli schiavi che hanno allevato!… come per dio!… finché dura la stupidità della grazia e della vita eterna.

Al fascino dell’adulazione politica e al fervore ottimista degli eruditi, preferiamo di gran lunga la compagnia dei quasi adatti”, ubriachi o folli… perché non vogliono avere ad ogni costo dei discepoli… i ricchi, i militari, i governi promuovono le guerre, i popoli le subiscono… i profili dei malvagi sono sempre gli stessi… gloria, onorabilità, decoro sono l’idolatria delle codificazioni che autorizzano le carneficine della civiltà… “a che pro frequentare Platone, quando basta un sassofono a farci intravedere un altro mondo?” (E.M. Cioran)[1]. Anche la fotografia senza compassione né malinconia si afferra alle nefandezze del passato o alle buffonerie del futuro…la fotografia che si avvicina alla verità è superiore sia alla verità che alla fotografia. La fotografia, quando è grande, esprime il ritratto di un’epoca.

[1] E.M. Cioran, Un apolide metafisico. Conversazioni, Adelphi 2004

Pino Bertelli

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Georges Angéli – Sulla fotografia in clandestinità a Buchenwald

“Io non sono un liberale, non sono un conservatore, non sono un progressista, non sono un monaco,
non sono un indifferentista. Vorrei essere un libero artista, nient’altro […]
Odio la menzogna e la violenza sotto tutti i loro gli aspetti […] Il fariseismo, l’ottusità
e l’arbitrio non regnano solo nelle case dei mercanti e in gattabuia;
io li ravviso nella scienza, nella letteratura, tra i giovani… Per lo stesso motivo non nutro
una particolare predilezione né per i gendarmi né per i macellai né per gli scenziati
né per gli scrittori né per i giovani. L’insegna e l’etichetta le tengo in conto d’un pregiudizio.
Il mio sancta santorum è il corpo umano, la salute, l’ingegno, l’ispirazione, l’amore e la libertà più assoluta, l’essere liberi dalla violenza e dalla menzogna, sotto qualunque aspetto si manifestino.
Ecco il programma al quale mi atterrei, se fossi un grande artista”.
Anton Čechov


I. Né per fama, né per denaro, cinguettiamo come passeri su un mucchio di letame…

Né per fama, né per denaro diceva Čechov, nel suo autorevole e appassionante libello sui consigli di scrittura e di vita a difesa dall’infamia istituzionalizzata, e fare dell’arte di vivere il principio di un’altra umanità[1]. Čechov non aderisce a nulla della menzogna calcolata, artistica, politica che circoscrive la verità del potere sulle lacrime della schiavitù. La scrittura “materica”, financo “clandestina” di Čechov accusa l’intelligencija del suo tempo perché è ipocrita, falsa, isterica, maleducata, oziosa… indica “la completa bancarotta morale degli intellettuali” (Pëtr A. Kropotkin) e più di ogni cosa respinge la lingua dei funzionari, perché lì si nascondono tutte le sciocchezze, le bassezze e le spregiudicatezze che portano i poveri, i ribelli e i “quasi adatti” alle forche.

Si rimprovera a Čechov di scrivere solo di avvenimenti mediocri, di non avere eroi positivi, lui risponde: “Conduciamo una vita provinciale, le vie delle nostre città non sono neppure lastricate, i nostri villaggi sono poveri, il nostro popolo è logorato. Tutti, finché siamo giovani, cinguettiamo come passeri su un mucchio di letame; a quarant’anni siamo già vecchi e cominciamo a pensare alla morte. Che specie di eroi siamo? […] L’uomo diventerà migliore quando gli avremo mostrato come è”[2]. Lo sdegno di Čechov è universale, come è universale l’amore verso la sofferenza della perduta gente.

Nel 1890 il dottor Čechov chiede al direttore dell’amministrazione carceraria Galk’in-Vraskij, un documento che l’autorizzava a visitare le colonie penali dell’isola di Sachalin (nell’Estremo Oriente Russo) per scopi scientifici e letterari… Čechov ha anche il passaporto e la tessera di corrispondente di «Novoe vremja». Dopo un viaggio di 11.000 chilometri (su treni, battelli, carrozze, carretti) arriva a Sachalin il 21 aprile 1890. Ci resterà sette mesi, riparte per nave verso Odessa il 13 ottobre. Nell’isola di Sachalin venivano destinati i criminali e i più fervidi oppositori dello Zar che si mescolavano alle popolazioni Ainu, Giljaki, Evenchi, Yakuti… Čechov si fa geografo, etnografo, sociologo, antropologo… più di ogni cosa cronista di un estremo lembo dell’impero zarista e discopre un universo concentrazionario e le sue crudeltà. Da ogni pagina dello scrittore fuoriesce la degradazione umana di un ordinamento infernale che decideva della vita o della morte di oltre 10.000 reclusi.

Čechov con in mano un taccuino a mo’ di fotocamera, annota storie, compila schede, riporta con minuzia ossessiva le situazioni disperate dei deportati… redige circa ottomila rapporti… parla con la gente dei villaggi, i prigionieri e i loro familiari… sottolinea l’asperità e la bellezza di quella terra, resoconta le punizioni, gli omicidi, le violenze dei militari che imperavano sulle colonie penali. Denuncia le condizioni dei bambini malati, delle donne abusate, delle ragazzine costrette alla prostituzione… e, nemmeno sotto traccia, afferma che a Sachalin, come in tutta la Russia, non c’è giustizia né onore e il patriottismo è una scorciatoia per i tribunali, i servi e i carnefici.

[1] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022

[2] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022
Čechov resta disgustato dalla brutalità dei carcerieri e inorridito dal trattamento riservato ai prigionieri, dal tipo di punizioni loro inflitte e scrive al suo amico editore, Aleksej Suvorin (antisemita e fiancheggiatore dell’Impero russo): «Sachalin è il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l’uomo, libero o prigioniero che sia (…). Abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, li abbiamo fatti marcire invano, senza criterio, barbaramente; abbiamo obbligato la gente a percorrere migliaia di verste al freddo, in catene, l’abbiamo corrotta, abbiamo moltiplicato i delinquenti»[1]. In un’altra lettera a Suvorin, dice inoltre che “nel benessere c’è sempre una parte d’insolenza che si manifesta anzitutto nel fatto che l’uomo sazio fa una predica all’affamato”[2], mai fa i conti ai governi, ai ministri, ai nobili e ai vescovi.

Lo scrittore fu osteggiato dalle autorità, riesce però a passare di villaggio in villaggio e raccogliere i ricordi, le memorie, le indignazioni dei servi della gleba, i pescatori, gli esiliati, i galeotti… entra nelle izbe e si fa messaggero di povertà inenarrabili… nel libro che pubblicherà, parzialmente censurato, L’isola di Sachalin[3], un diario di bordo intrecciato a inchieste, narrazioni, schizzi poetici… riporta nefandezze, ricatti, violenze, corruzioni… descrive come un censimento, i derelitti morire sotto le frustate, per fame, per consunzione, i rituali dei condannati a morte per impiccagione… annotazioni che strangolano l’indifferenza quanto la tirannide. L’isola di Sachalin non è solo un atto di accusa al governo zarista ma un trattato sulla disumanità di tutti i poteri.

Senza fare incongrue comparazioni tra Čechov e il fotografo Georges Angéli, deportato a Buchenwald nel 1943, ci sembra importante sottolineare la contiguità del sistema concentrazionario zarista con quello nazista… le poche immagini rubate nel campo di Angéli, riflettono la medesima quotidianità maltrattata, recisa, violata di Čechov… lo spaventamento dei predicatori dell’ordine o dei vigliacchi d’occasione che risveglia il carnefice assopito negli uomini… specie in quelli di buona volontà e obbedienti a leggi, morali e codici dello Stato. I discendenti dei ghigliottinati lo sanno… non si abita una patria, si abita l’obbedienza a un ordine, a una soggezione, a una ricompensa… il padrone, il re o il profeta è questo e nient’altro. E quando la voce dei dominatori si alza sui sogni di pace dei popoli, il giorno dopo scorre più sangue nel mondo.

[1] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022

[2] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022

[3] Anton Čechov, L’isola di Sachalin, a cura di Valentina Parisi, Adelphi, 2017

Pino Bertelli

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Cecilia Mangini – Sulla fotografia della dignità

Essere caduti dal seno della madre nel fango e sulla polvere di un deserto che li vuole liberi e soli. Essere cresciuti in una foresta dove i figli lottano con i figli per educarsi alla vita dei grandi. Essere ragazzi in una città fatta per la pietà e la ricchezza senza sapere altro che la propria fame.
Pier Paolo Pasolini


I. La canzone popolare del cinema documentario

Nel baraccone delle illusioni del cinema italiano – il più brutto del mondo –, ci sono i dispersi, i sopravvissuti, gli scomparsi, i randagi di sempre… del resto è impossibile vivere nel cinema farci bella figura!… è la merce a portata di mano… dove tutto, o quasi, è impostura!e i filmetti che escono a grappoli tradiscono spesso disturbi mentali… coadiuvati da un’attorialtà spocchiosa che prelude all’imbecillità! Tutta gente che aspira alla celebrità senza averne né la stoffa né la follia… tutte comparse di un’industria che ripete se stessa fino alla nausea per un pugno di biglietti strappati nei cinema e la vendita dozzinale alle televisioni… una cosa però quelli che stanno nel cinema l’hanno capita… per avere un qualche posto nella società spettacolare, basta scendere il più in basso possibile come essere umani… demiurgi dell’in-competenza… produttori, registi, attori, direttori della fotografia, montatori… sono traghettatori dell’idiozia, figli di puttana col vizio dell’impostura! Cecilia Mangini nasce nel 1927 a Mola di Bari, muore a Roma il 21 gennaio 2021… in mezzo ci sta la sua cinevita di notevole spessore culturale-politico… i suoi lavori figuravano il linguaggio spezzato del cinema mercantile e contenevano la ricerca della verità, dell’insofferenza, della giustizia dalla parte degli umili, degli sfruttati, degli offesi… Ignoti alla città (1958);
Maria e i giorni (1959); La canta delle marane (1961); Essere donne (1965); Brindisi ’65 (1966); Domani vincerò (1969), La briglia sul collo (1972)… che hanno rappresentato la canzone popolare del cinema documentario al tempo della commedia in fiore (cioè al botteghino, quando gli italiani ridevano di loro stessi e nemmeno si accorgevano che ingrassavano la politica burocratica, corrotta e mafiosa che albergava nei partiti, nelle chiese, nelle banche e anticipava i gangli repressivi della società dello spettacolo a venire). La macchia da presa della Mangini scrive la realtà… interroga il presente e traccia elementi di dissidio contro il già deciso, il già giocato, il già violato dalla partitocrazia… il senso della composizione, l’inquadratura forte, il montaggio serrato, piccole storie che diventano universo dei poveri, degli afflitti, degli offesi…
fuoriescono da un fare cinema che si mostra per quello che è… una richiesta di giustizia e di condanna contro i distruttori di bellezza!… il canagliume di Molti suoi film sono stati censurati, vilipesi, emarginati… come Allarmi, siam fascisti (1961, co-regia con il marito Lino Del Fra e Lino Micciché) o La statua di Stalin (1962, co-regia con Lino Del Fra)… regista, sceneggiatrice, attrice e fotografa… sempre in margine ai sistemi di speranze del proprio tempo, si chiama fuori dal postribolo della politica istituzionale… punta la macchina da presa nell’insubordinazione e nell’eresia da subito… esordisce nel documentario Ignoti alla città (1958), su testi originali di Pier Paolo Pasolini, al quale ritorna con La canta delle marane (1961)… per i suoi lavori riceve premi e riconoscimenti impor-tanti ma resta ferma sulla sua visione di lottare per un mondo più giusto e più umano! Una comunità di eguali nei diritti! Imparare a vivere, come a morire, per il debutto del bene comune sulla scena della storia! In un’intervista del 2008, forse, la prima documentarista italiana dice: « …Quando volevo fare cinema, sapevo di una scuola a Roma molto prestigiosa, una bella mattina, all’epoca vivevo a Firenze, ho preso il tram e sono arrivata fin là. Sono poi andata all’ufficio informazione e ho detto: “ditemi tutto quello che serve, qui da voi, per diventare regista”.
Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: “no, impossibile. Le donne non possono fare regia”. A quel punto gli chiesi che cosa potessero allora fare le donne e mi risposero: “Ah, tante cose. Le sarte, le costumiste, le truccatrici, l’aiuto truccatrici, il taglio del negativo, ecco cosa possono fare le donne”. Sono rimasta allucinata, perché solamente gli uomini potevano fare regia! Così decisi che avrei fatto comunque regia e avrei cercato di fare di tutto pur di farla, però era una specie di sogno. Fino a quando un bel giorno mi hanno chiamata e mi hanno proposto di fare un documentario ed io sono quasi svenuta dalla gioia. E quindi beati voi ragazze e ragazzi che potete fare cinema. Tutto è libero, tutto è permesso, spero che non facciate film né maschilisti né soprattutto femministi con le quote rosa che trovo addirittura indecente perché siamo tutti uguali, siamo tutti persone… ». I suoi film vanno oltre l’eccesso e le grida, perché sapeva che lì si nascondono l’insignificanza e la mediocrità!
Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: “no, impossibile. Le donne non possono fare regia”. A quel punto gli chiesi che cosa potessero allora fare le donne e mi risposero: “Ah, tante cose. Le sarte, le costumiste, le truccatrici, l’aiuto truccatrici, il taglio del negativo, ecco cosa possono fare le donne”. Sono rimasta allucinata, perché solamente gli uomini potevano fare regia! Così decisi che avrei fatto comunque regia e avrei cercato di fare di tutto pur di farla, però era una specie di sogno. Fino a quando un bel giorno mi hanno chiamata e mi hanno proposto di fare un documentario ed io sono quasi svenuta dalla gioia. E quindi beati voi ragazze e ragazzi che potete fare cinema. Tutto è libero, tutto è permesso, spero che non facciate film né maschilisti né soprattutto femministi con le quote rosa che trovo addirittura indecente perché siamo tutti uguali, siamo tutti persone… ». I suoi film vanno oltre l’eccesso e le grida, perché sapeva che lì si nascondono l’insignificanza e la mediocrità!

Pino Bertelli

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Sabine Weiss Sulla fotografia umanista

Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade ma è persuaso (…) I poeti vivono nelle cose le quali, per noi, fecero essi. È cosí? ……………………………………………………. Sí.
Giovanni Pascoli


La fotografia umanista è una sorta di filosofia-scrittura eidetica e prorompe nel cuore del lettore come un grido di gioia o di dolore che porta con sé i mille echi della storia massacrata dagli dèi del profitto e dai bravacci delle guerre… e indica il rivolgimento totale dei valori politici, morali e artistici che ne dettano l’intolleranza. La fotografia che si avvicina all’uomo e ne racconta la sua esistenza, contiene una forma di sacralità che a volte si trascolora in scandalo! poiché figura l’essenziale della verità umana che essa esprime.
La fotografia così fatta è sempre l’inizio di una distruzione senza fine dell’odio dei potenti disvelato, una fotoscrittura della lacerazione sociale o dell’epifania del bello, del giusto o del buono che insegna a vivere come a morire per le proprie idee o principi d’amore e libertà tra le genti. Sabine Weiss (1924-2021) è una fotografa svizzera naturalizzata francese che aveva capito, come il filosofo dell’irrequietezza, E.M. Cioran, che una girata in bicicletta nella campagna francese o ascoltare un ubriaco di genio in una bettola, è sempre meglio di una lezione all’università… certamente più feconda e commovente di qualsiasi grammatica che si porta dietro gli effetti della tirannide o gli allori del mercantilismo come responsabili del disagio a vivere di interi pezzi di popolo. Sapeva che solo a prezzo di grandi abdicazioni, ruffianerie e servitù trasecolanti che un fotografo diventa “normale”. Qualsiasi clown shakesperiano ci aiuta a comprendere che l’avanzata della civiltà dello spettacolo è proporzionata alle imprese di demolizione della soggettività affogata nella mediocrazia e nel grado di stupidità e smarrimento accettato da esulcerati dal successo e dal consenso! La lode matricolata delle caste è sempre una suggestione da mentecatti della gloria.
La Weiss comincia a fotografare nel 1932 con una macchinetta di bachelite… il padre, un ingegnere chimico e imprenditore di perle artificiali fatte con squame di pesce, la sostiene… tra il 1942 e il 1946 apprende la tecnica fotografica che poi getta alle ortiche… si trasferisce a Parigi e inizia a fotografare di tutto… dalla moda alla ritrattistica di musicisti, letterati, cineasti… pubblica su riviste e giornali (Vogue, Paris Match, Life, Time)… si sposta sulla visione documentaria della realtà e viaggia negli Stati Uniti, Egitto, India, Marocco, Myanmar, Etiopia… qui le sue immagini sono ammantate di una bellezza impervia… contengono una fascinazione del margine che attraversa il soggetto amato… specie quelle dei bambini figura-no un’allegrezza disincantata… sono fotografie sprotette da ogni passione, un’elegia della gioia come poetica della differenza o dell’imperfezione che li considera fuori da un divenire già deciso. I colleghi e amici della Weiss sono Doisneau, Cocteau, Utrillo, Giacometti, Lartigue, Ronis, Boubat, Izis, Kertész… tutta gente che non si nasconde dietro il grigio dell’alfabeto o la polvere della cultura… ma nel concime azzurrato dove l’arte è il seme che produce costellazioni di dissidio… e là dove l’arte crea il buio, lo sguardo sovversivo dell’artista esonda di luce.
Il buon samaritano del pittorialismo fotografico, Edward Steichen, inserisce tre fotografie della Weiss nella mostra del MoMa, altamente meritevole, The Family of Man, la più menzionata — “Intérieur d’église au Portugal (Interno di una chiesa in Portogallo) — è del 1954, e “mostra un bambino in ginocchio sul pavimento piastrellato chiazzato di luce, con la faccia rivolta verso sua madre scalza, che, come la falange circostante di figure, è vestita di nero”… ci basta per andare al fondo di una dissidenza incondizionata… l’inquadratura è forte, asciutta, abrasiva… denuncia, senza gridarlo troppo, una situazione di povertà universale e la soggezione o ignoranza sulla quale poggia! La Weiss è donna di minuscole stelle e manciate di sale lanciate nel vento della fotografia… le sue immagini contengono infatti l’umanesimo di una storia svergognata… straniere all’incondizione di miserie secolari… e ogni fotografia che coglie nei giardini della grazia senza artifizi, profuma di mandorle non commestibili… i frammenti di vita quotidiana che scippa alla realtà (barboni, coppie che si baciano, ragazzi-minatori, “quasi adatti”, fanciulli che ruzzano nelle strade) sono una specie di trattato d’amore dell’umano nell’uomo, disseminato in oltre quaranta pubblicazioni…
la fotografa sorridente non si fa mancare nemmeno collaborazioni importanti con Jean Dieuzaide, Leonard Freed o il sociologico radicale Pierre Bourdieu… e pone la sua fotografia sulla soglia del dire-fare, mai abbastanza detto né fotografato… il libro100 foto di Sabine Weiss per la libertà di stampa (2007), a cura di Reporters Sans Frontières, è una rivelazione o una promessa che aspira a evocare e sconfiggere ingiustizie e disuguaglianze… una sorta di testamento etico del linguaggio fotografico in cui la Weiss sostiene, ci sembra, che è nella verità reinventata che si disfano le categorie della sofferenza ed è nei sogni realizzati degli uomini in amore che nasce il divenire di un’altra innocenza, un’altra umanità.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 19 volte gennaio, 2022

Pino Bertelli

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