Alexander Gardner – Della fotografia di frontiera o la frontiera della fotografia

Oggi il mondo è pieno di miserabili,
e la loro angoscia non ha più alcun senso.
La nostra epoca, del resto, è un’epoca di miseria senz’arte; una cosa penosa.
L’uomo è nudo, spogliato di tutto, anche nella fede in se stesso…
Non voglio essere né il capo né il gregario di nessuno”.
Louis-Ferdinand Céline



1. Merde de la photographie

Bagatelle per un massacro della fotografia. La fotografia consumerista è una sorta di postribolo a cielo aperto dove ciascuno fa la sua marchetta e ognuno è parte di un gioco giocato nel consenso e nel successo tenuti a libro paga di saprofiti dell’immagine fotografica. La fotografia è sempre stata una forma di comunicazione, anche artistica, genuflessa ai dettati della disumanità predominante.

Il divenire davvero umano della fotografia supera il reale dal quale parte e crea il proprio destino sulle rovine della menzogna e della mediocrità. L’abitudine a servire per essere garantiti da quelli che diffondono il terrore sociale allarga lo spirito della delazione e la tolleranza diventa una gabbia dello spirito… del resto per la “tolleranza ci sono le apposite case” (Paul Claudel) mai chiuse, semmai trasformate in salotti della “buona nobiltà” o strade di periferia frequentate da padri di famiglia timorati di dio, dello stato e magari austeri sostenitori delle sinistre (una nomenclatura di scagnozzi) al potere.

Merde de la photographie… la vita quotidiana è una lotta (o una remissione dei peccati) quotidiana e va combattuta con armi che non possono essere quelle degli aguzzini che vogliamo sradicare… la fotografia, dunque, è un dispositivo creativo che figura la libertà, la giustizia, i diritti delle persone o è soltanto un palcoscenico (nemmeno troppo bello) dove si esibisce il buffone per meglio onorare il re. Avvolgere lo spettacolo del crimine istituzionalizzato (o viceversa) nella carta straccia della fotografia, dell’ideologia, della religione (o della tirannide finanziaria dei mercati globali), significa ripulire l’infamia che si portano addosso… “erigere un memoriale della barbarie non è certo il modo migliore per disfarsene…” (Raoul Vaneigem). Tutto vero. Che bello! Ogni manciata di secondi muore un bambino per fame, guerre, mancanza di medicinali o semplicemente mangiato da un cane o da un avvoltoio… e la fotografia invece di denunciare i responsabili dell’assassinio si abbandona alle prediche filistee della crescita mondiale delle banalità. I fotografi sono famelici di celebrità come ratti su un cumulo di spazzatura.

I fotografi dei conflitti sociali sono i soli (insieme alla fotografia emozionale inviata attraverso il Web dai soggetti in rivolta) degni di essere tenuti in considerazione… il resto è smarrimento, prodotto commerciale che nulla ha a che fare con la visione di sacralità o di commozione alla quale giungono i fotografi della deriva… che sono i poeti del dissidio o della disperazione lucida e nelle loro opere il giusto incontra se stesso e si fa portavoce dell’innocenza tradita.

Motto di spirito. Nella storia della fotografia dispensata o solo esposta in gallerie specializzate in forniture d’armi o altre merci per alzare gli indici dei profitti — dove impera il Martini con le olive (mancano i bulloni, avrebbe detto con sarcastica ironia il mio amico Ando Gilardi) — la fotografia di frontiera ha avuto i suoi lustri, e ancora a qualche arredatore (o tesoriere di qualche fazione politica) interessa esporre le sue gesta (in dimensioni ciclopiche) nel corso di fiere elettorali, fondazioni bancarie, primarie politiche (con un notevole ritorno economico rubato alle casse dei partiti)… tutta gente che andrebbe processata all’istante per complicità con rapine e crimini commessi contro l’umanità. Invece sono ancora lì, sul ballatoio della connivenza mafiosa e del tradimento popolare… in attesa che venga data loro la sorte che meritano. La luce degli dèi si spegne sotto i cadaveri dei loro miti.

Della fotografia di frontiera e di Alexander Gardner, specialmente. Lo scozzese è uno dei grandi fotografi che hanno immortalato la “frontiera americana”. Lo storico Frederick Jackson Turner (1861-1932), verso la fine del secolo scorso, espose in una relazione accademica la teoria della “frontiera” come condizione indispensabile per comprendere la storia degli Stati Uniti d’America. Lo storico americano sostiene che mentre le altre nazioni si sono sviluppate conquistando i popoli vicini, quel popolo, che aveva trapiantato la vecchia Europa tra la costa atlantica e i monti Allegheny, si è forgiato nella solitudine delle immense pianure del West: qui il colono “è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con il legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo: l’americano”(1). Tutto vero.

La filosofia della frontiera (sovente citata nei film di John Ford, Anthony Mann, Raoul Walsh, Delmer Daves, Sam Peckinpah o Clint Eastwood) si diffonde in territori aperti all’azzardo, all’espansione, alla scoperta, alla conquista dell’Ovest… fino al ‘900 ha rappresentato uno spazio incontaminato, un invito al viaggio, alla costruzione di nuove comunità dove l’individualità era la legge e la gente andava a fondare una nuova civiltà secondo i propri istinti. Le guerre indiane (che qui non possiamo trattare) sono la parte feroce di questo spirito d’avventura, ma non sono stati i pionieri, i cacciatori di pelli, i cercatori d’oro, i mandriani a commettere un genocidio mai dimenticato… è stata la politica corrotta dei governi di Washington e i fucili dei “lunghi coltelli” o delle “giacche blu” (mai veramente smascherati) a tingere di sangue le praterie incontaminate del West… gli scalpi dei pellerossa venduti come souvenir nei mercati delle città (anche le più civilizzate) erano opera di europei venuti a cercare fortuna e ricchezza nel grande Paese. Va detto.
Alexander Gardner nasce a Paisley, Renfew (Scozia) nel 1821, poi la famiglia si trasferisce a Glasgow. A quattordici anni il ragazzo decide che la scuola non fa per lui e diventa apprendista gioielliere. Si avvicina alle idee socialiste di Robert Owen e sogna di far parte della comunità utopica di New Harmony, che Robert Dale Owen e Fanny Wrigth avevano fondato in Indiana (Stati Uniti). New Harmony era un esperimento sociale dove tutto era di tutti e non durò a lungo, anche per il boicottaggio dei mercanti e dei governativi, tuttavia i contributi al progresso sociale e alla ricerca innovativa delle coltivazioni di New Harmony sono ancora riconosciuti tra i più importanti nella storia degli Stati Uniti.

Il giovane Gardner contribuisce alla crescita di questa università della terra con la raccolta di fondi… lavora per la Clydesdale Joint Agricultural & Commercial Company… che si occupava dell’acquisto di terreni negli Stati Uniti. Nel 1850 Gardner, il fratello James e altri compagni viaggiano in terra americana e collaborano con la comunità Monona, a Clayton County (Iowa).

Gardner torna in Scozia per raccogliere altri aiuti economici e reclutare simpatizzanti. Acquista il giornale “Sentinel Glasgow” (che esce ogni sabato) e lì scrive editoriali su riforme sociali e articoli a fianco delle classi sfruttate e oppresse. Nel 1851 Gardner visita la Grande Esposizione a Hyde Park e resta folgorato dalle fotografie di Mathew B. Brady. Comincia a lavorare con la macchina fotografica e dà spazio a immagini e recensioni sulla fotografia nel “Sentinel Glasgow”. Nella primavera del 1856 emigra negli Stati Uniti… porta con sé la madre, la moglie (Margaret) e i due figli. Arriva alla colonia Clydesdale, scopre che molti coloni sono affetti da tubercolosi. Anche sua sorella Jessie e il marito muoiono per la malattia. Gardner lascia Clydesdale e si stabilisce a New York.

Era esperto nel trattamento fotografico al collodio (che stava spodestando il dagherrotipo nell’industria fotografica) e trova lavoro come fotografo nel laboratorio di Brady. La cecità progressiva di Brady permette a Gardner di occuparsi dello studio del maestro e nel 1858 va a dirigere la galleria di Brady a Washington. Diventa un ritrattista di valore. Allo scoppio della guerra civile Brady invia sui campi di battaglia decine fotografi e aiutanti per documentare il conflitto, tra questi c’è Gardner e Timothy H. O’Sullivan (altro grande interprete dell’immagine di frontiera). I fotografi viaggiavano con la camera oscura e sviluppavano le lastre al collodio sul posto. Gardner viene inviato al seguito del generale George McClellan, che comanda l’esercito del Potomac. Gli viene concesso il grado di capitano. Fotografa con una certa dose di coraggio le battaglie di Antietam (settembre 1862), Fredericksburg (dicembre 1862), Gettysburg (luglio 1863) e l’assedio di Petersburg (giugno-aprile 1865).

Per la cultura visiva dell’epoca, le immagini della guerra di secessione di Gardner erano piuttosto crude… alcune però sono una ricostruzione un po’ teatrale fatta dal fotografo sui campi di battaglia. La più studiata e famosa è Home of arebel sharpshooter (tradotto malamente: La postazione di un cecchino o Casa del cecchino). Quando Gardner arriva nei luoghi dove era avvenuta la battaglia di Gettysburg, sono già passati due giorni… così prende il corpo di un soldato morto, lo mette in una postazione da cecchino, rovescia la faccia verso la fotocamera e appoggia il suo fucile (Sharpshooter) alle rocce… il risultato è buono ed in linea con altri “falsi” di maestri della fotografia che qui non vogliamo ricordare… ciò che conta in fotografia, come nella vita, non è solo la nuda verità ma anche, e spesso è migliore, l’estetica della bellezza o della felicità dei passatori di ogni arte che continuano a sognare la libertà, degna solo per chi la sa conquistare.

Tuttavia Gardner poteva risparmiarsi queste parole: “Il diciannove Novembre, l’artista partecipò alla consacrazione del cimitero di Gettysburg, e visitò nuovamente la ‘Casa del cecchino’. Il moschetto arrugginito dalle molte tempeste, era ancora appoggiato contro la roccia, e l’ossatura del soldato laico posava indisturbata sull’uniforme rovinata, così come la fredda morte si era posata quattro mesi prima sul corpo. Nessuno di coloro che andava su e giù per i campi per seppellire i morti, lo aveva trovato. ‘Scomparso’, era tutto ciò che si sarebbe saputo di lui, e una madre potrebbe essere ancora in attesa del ritorno del suo ragazzo, le cui ossa sconosciute e sole, giacciono, tra le rocce di Gettysburg”. Comunque la si legga, la fotografia di frontiera di Gardner (inclusa Home of a rebel sharpshooter) resta alla base della scrittura fotografica come architettura dell’umano.

Nel 1865 Gardner è il solo fotografo al quale è permesso di fotografare Mary Surrat, Lewis Powell, George Atzerodt, David Herold, Michael O’Laughlen, Edman Spangler e Samuel Arnold, arrestati con l’accusa di cospirazione e complicità nell’assassinio di Abraham Lincoln (16° presidente degli Stati Uniti e il primo eletto del partito repubblicano), ucciso con un colpo di pistola alla nuca dall’attore di teatro shakespeariano John Wilkes Booth. Il 7 luglio 1865 Gardner fotografa (a giusta distanza) l’esecuzione di Powell, Atzerodt, Herold e della Surratt. Nella cloaca di Internet si possono comprare perfino pezzi di corda (non sappiamo quanto autentici) della prima donna condannata all’impiccagione dal Governo Federale degli Stati Uniti d’America, la Surratt, appunto, alla quale Robert Redford dedica un film a dire poco straordinario, The Conspirator (2010), disertato al botteghino.

Dopo la fine della guerra civile Gardner scatta fotografie di criminali, banditi, ribelli nelle carceri, diventa il fotografo ufficiale della Union Pacific Railroad, documenta la costruzione della ferrovia in Kansas e allarga il suo interesse ai nativi americani. La bellezza epica delle sue fotografie mostra l’infrenato amore per gli ultimi e contiene un’intimità sofferta, una compiuta espressione di amore verso la vita. Muore a Washington nel 1882.

2. Sulla fotografia di frontiera o la frontiera della fotografia

La fotografia di frontiera o la frontiera della fotografia, va riconosciuto (quando non è riuscita, come nelle immagini di Brady, O’Sullivan, Gardner o Edward Sheriff Curtis), è solo un altro modo di vedere e fotografare la paura, il terrore, l’indulgenza e non porta ad altro che alla mendicità di volgari simulacri… la luce della speranza emerge solo là dove sono fotografati i valori della persona e non gli interessi della classe dominante. La cosa difficile è trovare la fotografia che ci apre alla vita buona o alla caduta che separa l’essenziale e il temporale.
Ad entrare nel rizomario delle fotografie di Gardner si resta affascinati da tanta compiutezza estetica. Le immagini delle battaglie della guerra di secessione sono popolate di segni del dolore e l’uomo, non importa se è il nemico, è sempre ritratto (anche nella morte) con sofferta dignità. I militari, i vincitori, i generali fotografati da Gardner sono fissati sulle lastre con eguale passionalità veridica ma da ogni ritratto fuoriesce sempre (o quasi) l’uomo e non il condottiero o il profeta (anche quando si tratta di Lincoln). C’è nelle fotografie di Gardner un’attenzione ai corpi, all’ambiente, ai caratteri… una profondità della narrazione figurativa, una simmetria formale che promette una qualche epifania o evento dove tutto si capovolge in tenerezza, in comprensione o malvagità di ciò che avviene di fronte alla “scatola fotografica”. È una misura del vivere ai margini della vita sociale e al riparo delle nevrosi collettive e delle ambizioni personali, riflette il malessere di un’epoca dove sognare spesso significava scippare alla follia del mondo la saggezza o la bontà dispersa o saccheggiata della vita reale.

La ritrattistica dei nativi americani è tra le meno estetizzanti che ci è capitato di studiare… i pellerossa sono ripresi, sovente in studio, nella loro freschezza ingenua, mai caricaturale e Gardner sembra mostrare attenzione alla fisicità etica dei soggetti, piuttosto che alla morale folcloristica contrabbandata dai gazzettieri del momento. In queste fotografie tutto è meravigliosamente autentico e l’insieme del lavoro si può leggere come testimonianza della crudeltà degli uomini contro i propri fratelli. Si tratta di una reticolazione di memorie, una ballata collettiva, un’unità magica che sborda da quei volti austeri e risuona contro la colpevolezza dei grandi interessi finanziari e politici, i veri responsabili di uno dei più grandi massacri (rimasti impuniti) della storia. Quando Gardner è chiamato a fotografare i complici dell’assassinio di Lincoln — Mary Surrat, Lewis Powell, George Atzerodt, David Herold, Michael O‘Laughlen, Edman Spangler (e l’impiccagione di Powell, Atzerodt, Herold, della Surratt) —, il fotografo affabula (credo) alcuni ritratti tra i più belli e sentiti dell’immaginale fotografico. Le fotografie dei cospiratori che Gardner prende nella prigione di Washington sono toccanti… i giovani fanno trasparire il coraggio, lo sdegno, la forza di un’idea di libertà o anche di follia ideologica, e rovesciano il fatto di cronaca in alterità di sentimenti radicali che il carcere a vita o l’impiccagione non riescono a cancellare dalla facciata buonista e ipocrita dell’universo mondo.

I cospiratori sono fotografati con i ferri ai polsi, ben vestiti, facce aperte… quasi mai guardano in macchina… ciò che più conta, sembrano impassibili di fronte al fotografo e agli uomini che li hanno giudicati. In alcune immagini Gardner evita di far vedere anche i ferri, non trascura tuttavia una certa emotività descrittiva, come quando raccoglie l’impassibilità dei volti e lo sguardo dei cospiratori deviato al di là delle sbarre, oltre il termine della vita. Anche l’esecuzione degli impiccati è di notevole pienezza estetica… i tre uomini e la donna sono vicini alla forca e il boia (Christian Rath) è poco dietro, c’è anche il reverendo Gillette nel coro degli ospiti… una fila di soldati incuriositi sovrasta la loro impiccagione. Una prima immagine fissa i congiurati sul patibolo con i cappucci in testa, una piccola folla intorno e qualche ombrello delicatamente aperto sotto un cielo nuvoloso… la seconda, la più atroce, coglie i condannati appesi alle corde… i corpi sono mossi e sembrano dibattersi, ondeggiare pietosamente ai piedi dei loro esecutori. L’impalcatura di legno ricorda una quinta teatrale di provincia, dove ciascuno recita la propria parte (né di vincitori né di vinti, perché l’efferatezza della morte violenta vince su tutto e su tutti). L’immagine coincide con l’atto gelido del capire, forse, che lo spettacolo della forca rimanda all’assassinio legalizzato… la verità è tutta in quel rituale che sembra quasi sacro e nulla è rimasto immutato di quel dolore antico, solo il cappio del boia e l’irriducibilità dell’eresia.

Il capolavoro e l’immagine-chiave del suo fare-fotografia però Gardner lo destina a Lewis Payne (conosciuto anche come Lewis Powell Thorton)… prima che venga giustiziato fotografa il ragazzo nella cella, a ridosso di un pezzo di tenda sgualcita… quasi un sudario dei poveri. Una luce bianca lo avvolge e lo depone davanti alla macchina fotografica nell’incantesimo liberatore di cui dispone la favola… in principio il ragazzo evita l’impatto con la camera di Gardner… l’immagine è sbilenca, sembra affrettata, irrisolta… non riesce a restituire l’attimo fuggente.

Nella seconda lastra Payne si volta e getta lo sguardo al di sopra del fotografo e tutto diventa magicamente vero. È bello il ragazzo… di una bellezza fuori del contingente e del gesto estremo. I ferri ai polsi, le mani abbandonate sulle gambe, i capelli un po’ spettinati, la faccia da angelo ribelle, il corpo asciutto, quasi sereno al vuoto che avanza… gli conferiscono un’aura sdrucita di felicità a venire e vanno a comporre l’immagine fertile/androgina di uno dei ritratti immortali dell’intera storia della fotografia. L’icona di Payne contiene la medesima bellezza aurorale (per niente maledetta) di Louis Dodier, detenuto (forse è una scena ricostruita, ma poco importa), fotografato dal Barone Louis-Adolphe Humbert De Molard nel 1847 (Dagherrotipo)(2). A volte anche un aristocratico “senza catene” riesce a vedere ciò che molti esteti dell’immagine celebrata non sono riusciti nemmeno a sognare! Gardner aveva capito, e bene, che la fotografia incorporata nel tessuto della vita vissuta (e pagata a caro prezzo) è saggezza, passione, dissipazione, arte… la bellezza eversiva di questo ragazzo dell’Alabama mandato a morte (salito al patibolo con calma e silenzio) per avere osato attentare alla deposizione di un potente, basta a certificare l’autorialità di ciò che è detto e fotografato con il linguaggio poetico della verità. Ciò che si lascia tramandare con l’immagine (anche del cinema) è di altra natura rispetto alla parola, al canto, al disegno o alla carta stampata e costituisce il fondo eversivo dell’utopia (dell’indicibile) che si fa storia.

Note:
1- Frederick Jackson Turner, La frontiera nella storia americana, Il Mulino, Bologna 1967

2- Ne abbiamo trattato nel nostro Fotografia situazionista della rivolta. Dal sessantotto alle attuali insurrezioni nel mondo arabo, Mimesis, Sesto San Giovanni 2011. Qui abbiamo scritto: “La fotografia autentica è una lingua senza generi, esprime una fenomenologia del fantastico o del profondo e conferisce a una poetica androgina dell’esistenza quel fare-anima che è proprio di tutte le rivendicazioni sociali… anche quando si diversifica, la fotografia resta una sola e quando è grande esprime la memoria (ferita) di un’epoca”.

Articolo tratto da “Fotografia in rivolta” di Pino Bertelli
Edito da Interno4 Edizioni ©2019

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Lisetta Carmi – La luce e la grazia della fotografia autentica

“Sono sempre stata dalla parte di chi soffre, dalla parte di chi lotta, di chi il potere lo subisce: di coloro che hanno meno la possibilità di decidere del proprio destino. Non è stata una scelta, ma un‘inclinazione; forse perché, nella mia coscienza, c’è questo retaggio antichissimo di persecuzione”.
Lisetta Carmi


I. Sulla luce e la grazia della fotografia autentica

La verità della fotografia sociale è una traccia, un segno, un sogno in grado di trascolorare una vita falsa in una vita autentica. La terra di miseria della fotografia italiana, specialmente… è un confortorio dell’inautentico, del falso, del ciarlatano… a che giova infatti all’uomo guadagnare i favori, i consensi, i successi del mondo intero, se poi perde la propria dignità e la propria anima… Charles Baudelaire, l’immortale cantore de I fiori del male, aveva compreso tutto quando in Lo Spleen di Parigi diceva: “Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori da questo mondo!”(1). Il dandy maledetto, nauseato dalla ferocia della politica, il bigottismo della religione, la violenza dell’esercito, le ipocrisie della famiglia, i saperi prostituiti alle gogne del successo… intreccia un linguaggio poetico che — come una fotografia del profondo — rifletteva una realtà incancellabile… le sue parole-immagini afferravano l’inafferrabile e trasformavano l’incultura e la cupidigia della modernità in un’emozione più vera e più tragica.

Le immagini delle Drag Queens di Genova fatte da Lisetta Carmi tra il 1965 e il 1971, come i poemi in prosa di Baudelaire (scritti tra il 1855 e il 1864), si elevano sopra l’industria dell’intrattenimento e del consenso generalizzato… sono un canto di bellezza della diversità e con la luce e la grazia della fotografia di strada esprimono la visione corale di un mondo maleamato o respinto… c’è malinconia, dolcezza, accoglienza nelle fotografie della Carmi e come nei “ritratti parigini” scritti di Baudelaire, c’è passione per la libertà, l’amore, la scoperta della vita vera… che è l’interpretazione onesta della realtà. Le fotografie amorose della Carmi figurano una soggettività radicale che avvolge i ritrattati in un’aura regale, senza cerimoniali né buffoni di corte… ciascuno è il centro del proprio esistere ed è in relazione di prossimità con chiunque voglia vedere e conoscere cosa c’è al di là o al fondo della civiltà incrinata nello spettacolo. Le immagini della Carmi, come i poemi irriverenti di Baudelaire, respingono la crocifissione del genio, il coraggio dell’eroe e la stupidità del santo, si richiamano invece a un’arte sensuale del piacere che colma una mancanza, quella dell’amore dell’uomo per l’uomo… sono graffi sulla facciata nauseante della storia imposta che tendono all’epifania di una sovranità poco praticata, sconosciuta o inedita nella fotografia sociale, quanto nella vita corrente. L’audacia di una parola visionaria o di un’immagine autentica, possono davvero rompere i confini improvvisati dell’universo mercantile… il terrore s’impone, il dolore si spiega da sé ed esprime un giudizio d’assassini.

La luce e la grazia della fotografia autentica sono al fondo della poetica della diversità, che è quella di figurare i rapporti fra le cose o rompere i simulacri dell’ordine costituito. La fotografia come differenza, identità o divergenza, non vuole dimostrare nulla ma indicare qualcosa da disvelare o da abbattere… l’immagine così presa mette servi e padroni sul medesimo piano e nella situazione costruita dà fuoco all’immaginazione. Quando fotografiamo ci rivolgiamo al già fotografato e andiamo a tracciare/figurare ciò che è ancora da fotografare o da incendiare. La creatività (non solo) della fotografia radicale o della differenza, è l’unica occasione per compiere un gesto veramente libero: il superamento dell’arte nella pratica della comunità a venire che deborda dalla rivolta politica.

Una politica libertaria dell’immagine segna un cammino, una rottura, un sogno, il volto/canto di una sinistra che non ha tradito… lavora in opposizione alla tirannia del mercato dei segni e smaschera i falsi idoli delle democrazie autoritarie… si affranca a milioni di persone espulse dalle logiche consolatorie o violente del potere. Volti, corpi, gesti… “mai rappresentati, mai ricordati, eliminati continuamente, invisibili al mondo della cultura, della politica, della letteratura, della televisione, dei media, della pubblicità, del cinema, dei reportage, dell’università, dell’editoria, sottratti alla visibilità, questi rifiuti della società sono la prova che il sistema funziona bene e a pieno regime, e gli oligarchi non vogliono che se ne evochi l’esistenza” (Michel Onfray)(2). Il pensiero dominante si riproduce sul pensiero spettacolarizzato dei dominati e parlamenti, partiti, sindacati, scuole, polizia… sono i plinti portanti dell’oligarchia dello spettacolo che fa della religione consumistica la tomba di tutte le libertà, impedendo la realizzazione di tutte le utopie.

La luce e la grazia della fotografia della differenza si butta l’eternità dietro le spalle e i cimiteri delle buone intenzioni li lascia ai frequentatori di musei, gallerie, galere dei mercati internazionali del nulla… i miti passano di bocca in bocca, di libro in libro, di repressione in repressione… senza (quasi) mai essere deposti o infranti senza mezzi termini… non si tratta di bruciare le sacre scritture e i loro profeti bugiardi (anche se ne avremmo fortemente l’inclinazione e il desiderio), si tratta di partecipare alla costruzione di un’identità che è interazione tra uomo e mondo anche con la fotocamera… fotografare significa rendere visibile la propria e l’altrui esistenza, quando nulla è dato e tutto resta da costruire. La fotografia della differenza lavora a una controstoria dell’immagine mercantile e si accorda al romanzo autobiografico che l’accompagna… la luce e la grazia di questa scrittura fotografica del margine (ma non marginale) implica la fine di un modello e dissemina le difficoltà e le maniere dell’evento e dell’avvento di un altro universo possibile.

Le Drag Queens fotografate da Lisetta Carmi sono un esempio di poetica della bellezza che si oppone alla fabbricazione della diversità patinata incensata dalla cultura fotografica italiana. Dio e lo Stato sono la risposta a tutto e la simbologia del peccato è in accordo con l’apparizione delle forche… gli eretici vanno eliminati… campi di sterminio, gulag, manicomi, prigioni, centri commerciali, mass-media, parlamenti, elettori… sono l’uscita di sicurezza del genocidio organizzato… la libertà viene decapitata ovunque e l’uomo resta in silenzio a guardare il video della propria caduta. Ogni istante di rivolta autentica contribuisce al divenire della bellezza dell’umanità. La creatività libertaria costituisce un primo passo verso una rivoluzione sociale degna di questo nome. L’impero delle nullità spettacolari dei partiti o del riflesso delle mitologie sul buon governo è destinato a franare perché non c’è godimento reale né coscienza di sé, e quando il piacere non è autenticato nell’immaginale (la verità dell’essere come differenza o rottura dell’impostura codificata), non è che rovina dell’anima.

II. La bellezza delle Drag Queens di Lisetta Carmi

Solo nella fotografia autentica la verità risplende e fiammeggia l’eresia della propria bellezza. Dinanzi a una fotografia autentica ci comportiamo sovente in modo incomprensibile. Ubriacati dalla sua bellezza, conquistati dal suo stupore e senso della meraviglia, le tagliamo la gola nella dimenticanza… non c’è bellezza né autenticità se non al prezzo di una rivolta. I fotografi esuberanti e in fregola di arrivare in alto, alla televisione, al successo, al riconoscimento museale o galleristico… dovrebbero conoscere il sorriso dell’assassino che recide (con entusiasmo) la loro carriera… la fotografia, tutta la fotografia che corre, non esige né talento né temperamento, vuole solo maestri imbecilli e discepoli mediocri… come è noto, gli imbecilli colti e i discepoli edonisti non possiedono né talento né temperamento, tuttavia sono loro, incidentalmente, a far parte attiva dell’idolatria del potere che trionfa nello spettacolo immondo che dà di sé… e pensare che osando attentare all’inviolabilità (al mistero o alla pagliacciata) del potere, l’ordine dello spettacolo crolla.

Lisetta Carmi è una fotografa della diversità e la luce e la grazia delle sue fotografie sulle Drag Queens di Genova le hanno permesso di mostrare un “mondo nascosto”, ghettizzato o respinto… quello dei travestiti (che sovente sono oggetto d’amore a pagamento per padri di famiglia, timorati di Dio e dello Stato)… dalla lettura di queste immagini nessuno esce mai come prima… la quotidianità dei travestiti presa nei caruggi di Genova tra gli anni sessanta e settanta contiene uno spessore autoriale e la magia complice che all’epoca della pubblicazione del libro (I travestiti, 1972)(3) incrinò il perbenismo ipocrita dell’intera fotografia italiana. I travestiti della Carmi vivevano tra via del Campo e piazza Fossatello, nel ghetto degli ebrei. Lei li frequenta, conosce la loro sensibilità, l’emarginazione, la sofferenza… per la loro “fragilità” dispersa sotto i cieli di ogni notte, spesso sono violentati, incarcerati, uccisi… la fotografa è nel pieno della vita e si affranca al loro antico dolore… riscopre la gioia di essere donna e ribellarsi alla gerarchia dei ruoli che la società dominante imprimeva sui destini delle donne.

La Carmi nasce in una famiglia bene genovese nel 1924… il padre è assicuratore, la madre insegnante, ha due fratelli, Marcello ed Eugenio (pittore di un certo rilievo nella corrente dall’Astrattismo). Sotto il fascismo viene espulsa dalle scuole italiane perché è ebrea, ha 14 anni. La famiglia ripara in Svizzera.

Lei resta in Italia, si affranca alla guerra partigiana: “…decisi, però, di restare affiancando la Resistenza; la mia famiglia ne fu sgomenta capendo quanto fosse pericolosa la mia scelta che minava anche il ricongiungimento familiare… Rinuncia per loro; avevo circa diciotto anni…” (Lisetta Carmi).

Coltiva la passione per il pianoforte e studia sotto la guida del maestro Alfredo They. Tiene concerti in tutta Europa fino al 1960, poi lascia la musica e impugna la macchina fotografica. Nel corso di un viaggio in Puglia con Leo Levi (etnomusicologo), con un’Agfa Silette scatta le prime (straordinarie) fotografie. Negli anni sessanta va a vivere nelle Crêuze de mä (mulattiere di mare) del porto di Genova, dove la gente impara a vivere come a morire. Scende in piazza a fianco dei “ragazzi con le magliette a strisce” che manifestavano il loro dissenso contro la celere, la legge Tambroni e i rigurgiti del fascismo. Fa un reportage per il teatro Duse di Genova, documenta la vita dei portuali, fotografa i monumenti e le sculture del cimitero di Staglieno… è una ragazza irrequieta, viaggia nel mondo (Francia, Israele, Venezuela, Colombia, Afghanistan, India, Pakistan…), si butta nella deriva fotografica della differenza poi abbandona anche questa… nel 1976 conosce un guru indiano (Babaji Mahavatar dell’Himalaya) e insieme creano un centro spirituale (un Ashram “per la trasformazione delle persone e la purificazione delle loro menti, per la meditazione e il karma yoga”) a Cisternino, in Puglia… per venti anni vive in un trullo, poi si trova una casa più adeguata alla sua magnifica età nel cuore del paese, ha solo 84 splendidi anni. Da 1965 al 1971 la Carmi si avvicina con grazia ai travestiti di Genova… li conosce bene, sfoglia i loro giorni, li fotografa, a suo modo li ama… condivide a fondo la loro esistenza. Il libro, I travestiti, lo pubblica una piccola casa editrice, Essedi, nel 1972 (a cura di Sergio Donatella, testi di Lisetta Carmi e Elvio Fachinelli), che desta scandalo… molti librai lo rifiutano e anche l’editore lo disconosce. La critica italiana (come sappiamo servizievole e prona a ogni potere) non è tra le più attente e lo ignora. I nudi aperti, i volti alteri, i corpi donati… sono incompresi e tacciati di bassa pornografia. Le mille copie restano invendute per molti anni. Sarà un’amica della fotografa, Barbara Alberti, a raccogliere i volumi e regalarli agli amici. Oggi è un libro/manifesto della cultura gay e da molti storici, critici, antropologi dell’immagine fotografica è ritenuto (giustamente) un capolavoro della fotografia italiana.

Nel quartiere delle “graziose” a Genova, la Carmi entra in intimità fotografica con i travestiti… con Morena, la Gitana, l’Elena… le immagini sono di una bellezza unica e restituiscono dignità a una “popolazione invisibile”… i ritrattati sono presi nelle loro case, vicoli, piazze… e la catenaria fotografica li mostra senza l’inviolabilità del mistero che li avvolge e li condanna come uomini travestiti, come donne mascherate o come puttane… si comprende bene che le fotografie della Carmi sopprimono l’istantanea e vanno oltre la posa… esprimono un momento storico e un processo egualitario dove non sono contemplati né vittime né innocenti. Le Drag Queens della Carmi figurano una vitalità materica, un’estetica dei corpi in amore liberati in una situazione ludica, erotica, libertaria che conduce a un diverso discorso amoroso dove nessuno può acconsentire al godimento dell’altro se esso non passa attraverso la condivisione, l’accoglienza e il sentire di un’epoca nella quale l’utopia della differenza accettata si manifesta. Le mostre, i libri, gli scritti di Lisetta Carmi hanno una qualche risonanza nella radura incolta della fotografia italiana e anche i ciechi e i sordomuti della critica salottiera si sono accorti con trent’anni di ritardo che l’opera fotografica della Carmi è di una rilevanza culturale destinata a restare nell’immaginario della fotografia d’impegno civile. La sua fotografia si racconta come contraddizione o estetica della differenza, ma rispettare e comprendere la contraddizione sotto ogni forma nella quale si presenta, consente a ciascuno l’esercizio della libertà ed è il modo migliore di rispettare la vita propria e dell’altro. Daniele Segre, acuto regista di realtà sociali, le dedica un documentario di rara intensità poetica, Lisetta Carmi, un’anima in cammino (2009). Il ritratto che ne esce è quello di una signora della fotografia, di un’aristocratica del pensiero libertario che nella qualità etica ed estetica della sua scrittura fotografica, afferma che la vita è tanto più umana, quanto più è libera.

Tra i lavori della Carmi ci piace ricordare il libro fotografico L’ombra di un poeta. Incontro con Ezra Pound (2005, dodici scatti fatti nel 1966)(4), un gigante della poesia, discutibile per le sue scelte politiche e adesione ai regimi totalitari (per i quali si spende anche in orazioni radiofoniche) e Acque di Sicilia(5) con la pregevole prefazione di Leonardo Sciascia (1977), che scrive: “La fotografia — quando è fotografia: perché anche la fotografia, oggi, può essere altro; cioè può negarsi come fotografia e aspirare al nulla — si crede sia (e effettivamente è) la rappresentazione più oggettiva possibile della realtà, delle cose come sono. Ma senza venire meno alla sua natura e al suo assioma, la fotografia — un insieme di fotografie — può parlare di poesia — e cioè mito, memoria, sentimento — invece che prosa — e cioè ragione, storia, condizione umana.

Queste fotografie delle acque siciliane — una per una verissime, realissime, scattate qui ed ora — nell’insieme sono da disporre sulla mappa immaginaria che abbiamo tentato di tracciare: Anch’esse mito, memoria, poesia”. I luoghi, i volti delle donne, dei giovani siciliani sono austeri, spogli, assomigliano a guerrieri feriti a morte, battuti, mai vinti. Le immagini della Carmi restituiscono loro la scorza della Storia e li proiettano in stagioni dell’esistenza maltrattata dall’incuria del potere. Non c’è retorica né abbandono alla miseria da cartolina illustrata in questa ritrattistica del dolore… c’è invece una metafisica della rottura, una grandezza plastica che presuppone ingannati e, per assenza, ingannatori. Il sogno conta più del reale, la finzione più della materialità. La passione dolorosa dell’esistere fuori dal culto dei governanti si configura negli sguardi tesi contro l’arte della giustificazione e ciò che risplende in queste immagini è un agire comunicativo che distrugge l’inessenziale e s’invola nella politicizzazione dell’arte di vedere. L’incontro fotografico con Ezra Pound (i testi sono di Tomaso Kemeny, Uliano Lucas e Luciano Eletti) restituisce il poeta alla storia dell’umano… la Carmi non giudica Pound per il suo passato “politico” né lo innalza al cielo straordinario della sua poesia… lo cattura nella sua dimensione di uomo, di essere fragile e al contempo coriaceo, segnato da un principio di speranza che riluce di un fascino leonino singolare… la nudità dello spirito di Pound è palese e non chiede compenso per l’avvenire… amare la verità che cade di fronte alla fotocamera significa accettare anche il diverso da sé e la Carmi, come pochi, riesce a cogliere sulla faccia del poeta le proprie lacera- zioni e i propri abissi. “Ogni individuo, come ogni epoca, possiede una realtà solo grazie alle proprie esagerazioni, alla propria capacità di sopravvalutare i propri dèi (E.M. Cioran)(6). Nel 1996 le viene assegnato il premio Niepce Europeo per il lavoro che aveva fatto su Ezra Pound. Non è mai troppo tardi per comprendere che per certi poeti dell’anima in volo ciò che è diritto, per altri è un invito alla segregazione o all’assassinio. Ancora. A Lisetta Carmi… per amore, solo per amore di lei e della fotografia dell’immaginario dal vero (Henri Cartier-Bresson) che ha disperso in ogni regione del cuore… solo la passione è in grado di comprendere la passione, perché la passione contiene la visione del mondo che conosce e divelte tutti i confini… al principio o alla fine di ogni fotografia autentica c’è sempre il vuoto e l’oscurità che fanno della libertà un bene per tutti. La fotografia autentica è una poetica dello spirito è ha la capacità d’illuminare la vita concreta. La fotografia autentica è un ponte verso l’uomo libero. La fotografia autentica contiene la giustizia, l’amore, la verità e vive per la costruzione di una società planetaria, più giusta e più umana.

Note:

Charles Baudelaire, Lo spleen. Poemetti in prosa, Garzanti, 2004
Michel Onfray, L’arte di gioire. Per un materialismo edonista, Fazi Editore, 2009
Lisetta Carmi, I travestiti, Essedi, 1972
Lisetta Carmi, L’ombra di un poeta. Incontro con Ezra Pound, O Barra O Edizioni, 2005
Lisetta Carmi, Acque di Sicilia, Dalmine, 1977
E.M. Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, 2007

Articolo tratto da “Fotografia ribelle” di Pino Bertelli
Edito NdA press ©2017

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Margaret Bourke-White. Sulla fotografia della tirannia nazista

“Il Talmud e la Torah, la Bibbia e il Nuovo Testamento, il Corano e gli hadith [ racconti sulla vita del Profeta ], non sembrano garanzie sufficienti perché il filosofo scelga tra la misoginia ebraica, cristiana e musulmana, opti contro il maiale o l’alcol, ma per il velo o il burka, frequenti la sinagoga, il tempio, la chiesa o la moschea tutti luoghi dove l’intelligenza non si trova a proprio agio, e dove da secoli si predilige l’obbedienza ai dogmi e la sottomissione alla legge — cioè a coloro che sostengono di essere eletti, gli inviati e alla presunta parola di Dio”.
Michel Onfray


1. Il silenzio della chiesa e lo Spirito Santo in camicia bruna!

Prologo dissennato sulla fotografia del nostro scontento. Sin dal suo debutto sulle quinte dell’industria (la “nascita ufficiale” dice1839)… la fotografia ha spettacolarizzato il dolore tra l’indulgenza, la commiserazione e la pietà… i fotografi si affannano a cercare una definizione della sofferenza nelle guerre, nelle periferie, nei popoli colonizzati e impoveriti… e intanto invocano le prime pagine dei giornali per costruire la propria leggenda… pochi riescono a sfuggire alla fama o al deliquio del mito… i più sono funzionari di una pastorale della sopraffazione e inseguono la gloria dell’attimo rubato a un bombardamento, un’esecuzione o una carneficina… consapevoli che non bisogna disturbare troppo i potenti che pagano i loro servigi… in nome della libertà di stampa (e dei premi internazionali che ne consegue) si può dire tutto, basta che nessuno faccia sul serio!… quando si conosce un fotografo che dice d’essere un artista del dolore o della bellezza, bisognerebbe fargli il favore d’impiccarlo!

A margine dell’imperio fotografico consumerista (ma non sono per niente marginali)… s’aggirano (anche clandestinamente)… certi aristocratici, libertari o libertini che hanno buttato via il loro sapere a favore della bellezza, della giustizia e dell’amore… gente insomma che si fa beffe di tutte le gerarchie politiche/sapienziali… briganti senza fede né legge, che non riconoscono nessun dovere né debiti verso alcuno… bracconieri di sogni, “eruditi” in dissacrazioni, profanamenti, violazioni di corpi, linguaggi e tavole comandamentali… pensatori, ubriaconi, uomini e donne in rivolta… portatori di passioni estreme che rivendicano l’amore per la vita più pazzo, quello prima di cambiare se stessi, poi il mondo!

Lo spirito libero crede in ciò che vuole, non rinuncia mai alla propria libertà di pensiero, di giudizio e di coscienza… il martire, l’eroe o il santo hanno bisogno d’essere uccisi per diventare credibili! All’uomo, alla donna in libertà, basta un gesto d’amore, una verità disvelata, il rifiuto d’ogni dogmatismo… per conoscere l’essenziale sul quale s’innalza il godimento di sé, senza essere infettati dall’alito marcio di tutti i predomini sulla vita quotidiana. Per cogliere nel segno ciò che si fotografa, bisogna afferrare i precetti/difetti (dell’anima), mai le qualità (del fotografo)! Aspirare alla celebrità è una cosa da tarati mentali, ecco perché la loro via è colma di adepti alle stigmate del successo! La fotografia, come ogni arte, si divide in quelli ha hanno talento e quelli che non l’avranno mai, anche se sono santificati dal mercato! Impossibile vivere nel lavacro della Fotografia e farci bella figura!

Il rigetto del diritto d’autore sulle opere dell’ingegno, ad esempio, contiene il disconoscimento di tutte le disonestà certificate… in quanto ogni fotografia, film, libro e perfino i messali d’ogni chiesa… sono pezzi di altre opere più o meno copiati male o bene… le idee migliorano quando il senso rovesciato delle parole e delle immagini vi partecipa. “Il plagio è necessario. Il progresso lo implica. Esso stringe dappresso la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un’idea falsa, la sostituisce con l’idea giusta” (Guy Debord)[i]. Tutto vero. Checché ne dica Richard A. Posner, docente emerito alla scuola di legge di Chicago[ii], il Plagio (quando è di fine qualità e non una volgare copia) nobilita il plagiatore e il plagiato… il détournement del senso originario è spesso più alto della fonte saccheggiata… e il furto, del tutto deliberato, acquisisce un’altra visione o un’altra chiave di lettura… violare il copyright è giusto, poiché dalla Bibbia in poi non ci sono innocenti in fatto di plagio… il fatto è il cattivo gusto… ed è imperdonabile plagiare male!

Il marketing camuffa i ciarlatani di successo senza rendere conto a nessuno, se non alle classifiche dei best-seller… pittori di fama (Rembrandt, ad esempio), firmava i lavori dei suoi assistenti con allegrezza… Shakespeare ha riscritto molte commedie mediocri e le ha rese immortali… Pasolini faceva il pasticciere di parole e immagini, diceva, ed è stato uno dei più grandi poeti del ‘900… il valore di mercato detta le leggi della “proprietà intellettuale” ed è proprio questa che va deflorata… solo gli stupidi diventano cattivi, poiché non riescono a comprendere che la grandezza dell’uomo sta nell’essere un ponte e non uno scopo, Nietzsche, diceva… il plagio è la rottura del pregiudizio dei falsi dotti, è dinamite!
La santa asinità di Giordano Bruno ricorda che occorre denunciare, deridere, smascherare… gli elogi dei conquistatori, degli artisti, dei preti, dei vassalli, dei ruffiani, degli imbecilli che fanno del diritto d’autore il pulpito dove l’impostura si commercia come cibo per cani… anche i più grandi non ne possono fare a meno… c’è sempre un mercante, un banchiere o un imprenditore che compra uno Chagall, pensando di avere acquistato un Picasso… poco importa sia bello o brutto… si capisca o no… ammesso che ci sia qualcosa da capire nell’arte, se non la firma sugli assegni di questo o quel padrone… ciò che conta è il prezzo che viene deputato all’opera dagli esperti (ben pagati, spesso dallo stesso compratore)… figuriamoci le menti instabili dei fotografi frustrati… quelli che si sentono vicino alla “bellezza” quanto a Dio! Saltellano nelle periferie dell’arte come ranocchi in uno stagno di merda! Non si rendono nemmeno conto che i quindicimila franchi guadagnati in una vita da Baudelaire, valgono più di tutte le loro cazzate colorate… l’ala dell’imbecillità li protegge… il mercato li vuole… piccoli o grossi cortigiani dell’apparenza, moriranno stupidi e felici, senza un filo di dignità e sotto una montagna di sputi!

La più alta espressione del diritto d’autore… si ritrova alle origini di ogni totalitarismo (come negli agganci alla civiltà dello spettacolo)… gli artisti che rifiutano obbedienza alle regole del mercato, della politica o della fede… sono emarginati, incarcerati, deportati o uccisi… semplicemente… i regimi totalitari, malgrado la loro aperta criminalità, si sono sempre basati sul consenso delle masse… interi popoli hanno obbedito al potere o l’hanno tollerato per paura, ma anche o solo per convenienza… persino lo sfruttamento e l’oppressione fanno funzionare la società stabilendo una specie di ordine… la differenza profonda tra le forme totalitarie del passato e quelle del XX secolo è che “il terrore non viene più usato principalmente come un mezzo per intimidire e liquidare gli avversari, ma come uno strumento permanente con cui governare masse assolutamente obbedienti. Il terrore moderno non aspetta, per colpire, la provocazione degli oppositori, e le sue vittime sono perfettamente innocenti anche dal punto di vista del persecutore” (Hannah Arendt)[iii]. Al fondo della declamazione c’è sempre una preghiera o un patibolo, il medesimo rito!

Il regime nazista ha dato moto credito al diritto d’autore… Goebbles ne era un fanatico… bastava solo che l’artista fosse nazista… tutto qui… “il fatto che lo stesso principio di formazione di un’élite funzionasse poi nei Lager totalitari, dove l’« aristocrazia », era composta da una maggioranza di delinquenti e da alcuni « geni », cioè artisti ed elementi del mondo dello spettacolo, mostrano quanto strettamente legate fossero le posizioni sociali di questi gruppi”[iv].

Il diritto d’autore è inconcepibile senza lo stato di dipendenza al regime che ne suscita l’orgoglio… il diritto d’autore eleva al rango di arte la mancanza di scrupoli… il diritto d’autore è una semenza del fallimento di tutti i totalitarismi e, al contempo, la sua celebrazione! La banalità dell’arte sta nell’accumulo, nel possesso, nel dileggio del bello (del sublime che non sa della sua bellezza), al contrario della filosofia libertaria, che si fonda sulla sovranità dell’atto che lo distrugge!
Il nazismo ha innalzato il linguaggio castrato del diritto d’autore, riprendendolo dai testi cattolici… l’iconografia salvifica della Chiesa di Roma ha inchiodato l’uomo sulla croce e ha detto “questo è mio!”… tutto ciò che non è marcato dal Santo Uffizio è falso! La summa delle sciocchezze universali ha fatto il resto!… gli artisti potevano interpretare i Vangeli come volevano, bastava che il diritto d’autore restasse alla Chiesa… chi infrange le regole viene eliminato dalle corti papali… il genio finisce sempre nelle fosse comuni… come è successo a Mozart o a Caravaggio… la Chiesa poi recupera tutto… e tutto rifluisce nello spettacolo che il potere da di sé… ma c’è sempre qualche passatore di confine che riporta il genio alle sue fragilità e intemperanze, e nessun potere mai può mettere a tacere la critica radicale dell’arte dell’imbroglio sgominata dall’uomo in rivolta!

Dei comizi d’amore tra la Santa romana chiesa e la peste del nazismo. La comunione sacrale tra le alte gerarchie della Chiesa cattolica e il nazismo (fascismo, franchismo) è vera quanto riprovevole… alla caduta del nazismo l’esfiltrazione di criminali di guerra del Terzo Reich, venne protetta dallo Stato Vaticano… e molti aguzzini di un certo lignaggio furono agevolati sulla via del Sudamerica… i nemici veri per la Chiesa erano gli ebrei e i comunisti… in fondo anche Hitler credeva nel trono di San Pietro! Su questi temi gli archivi del Vaticano sono piuttosto parchi (consultabili fino a un certo punto o da chi ne fa “buon uso” per la Chiesa)… filtrati in esempi di martiri cattolici, gesuiti o protestanti sacrificati a Dio nei campi di sterminio.

Nel 1933 la Chiesa cattolica approva il riarmo della Germania e si trova concorde con Hitler e suoi deliri espansionistici che sfoceranno nelle leggi razziali di Norimberga (1935), approvate con l’assordante silenzio di Papa Pio XI… l’artefice dei Patti Lateranensi (il concordato della chiesa col fascismo, 1929)… già nel 1922, ancor prima di essere eletto Papa, Ambrogio Damiano Achille Ratti, vescovo, rilasciò un’intervista su Mussolini, al giornalista francese Luc Valti (pubblicata in forma integrale ne L’Illustration, 9 gennaio 1937), che contiene il timbro politico dei tempi: « Quell’uomo, ragazzo mio, fa rapidi progressi, e invaderà tutto con la forza di un elemento naturale. Mussolini è un uomo formidabile. Mi ha capito bene? Un uomo formidabile! Convertito di recente, poiché viene dall’estrema sinistra, ha lo zelo dei novizi che lo fa agire con risolutezza. E poi, recluta gli adepti sui banchi di scuola e in un colpo solo li innalza fino alla dignità di uomini, e di uomini armati. Li seduce così, li fanatizza. Regna sulla loro immaginazione. Si rende conto di che cosa significhi e che forza gli fornisca? Il futuro è suo »[v]. Per i papi esiste il diritto d’ipocrisia e la menzogna viene inculcata nei fedeli come realtà!

Le adesioni della Chiesa di Roma al fascismo e al Duce degli italiani in particolare, sono copiose… imbarazzanti… quando Anteo Zamboni, un ragazzo di 15 anni (proveniente da una famiglia di anarchici), cerca di giustiziare Mussolini a Bologna (1926), con un colpo di pistola, il proiettile andò a vuoto… gli squadristi e la folla lo linciarono! Papa Pio XI (Dio lo riposi tra i pruni), intervenne pubblicamente e disse: «Tale criminale attentato il cui solo pensiero ci rattrista… e ci fa rendere grazie a Dio del suo fallimento». Il trattato dei Patti Lateranensi tra fascismo e chiesa (ricordiamolo), riconosce la sovranità dello Stato Vaticano e la religione cattolica l’unica da professare nello Stato fascista. Il governo di Mussolini, inoltre, garantiva 750 milioni di lire e un miliardo in titoli di Stato al cinque per cento per investire in immobili e strutture economiche… la religione cattolica diveniva il fondamento dell’istruzione pubblica. Nelle aule scolastiche i ritratti del Re, Cristo e il Duce… facevano credere che quando l’obbedienza si avvicina alla preghiera, è superiore sia alla preghiera, sia agli oracoli che la dettano! Il manganello, l’olio di ricino e la polizia segreta, sapranno come impiccare i giovani partigiani nelle piazze… a monito di quanti (invero pochi) esitavano a restare contemporanei alla dittatura.

Il “segreto pastorale” di Pio XII (succeduto alla morte di Pio XI, 1939), sostiene la chiesa filo-nazista della Croazia, la chiesa collaborazionista di Vichy e in bella uniformità benedice lo sterminio degli ebrei… sino al 1942 il Papa non condanna né pubblicamente, né nelle stanze private, la politica hitleriana… fatti salvi i soliti sacerdoti che prendono la missione salvifica di Dio in quella dell’uomo e vengono bastonati, deportati, fucilati, specie quelli che appoggiano le formazioni della Resistenza… i fedeli? i fedeli tacciono, quasi sempre!
Obbediscono, sempre! Confessano i loro peccati e intanto si mettono la camicia bruna nazista (o nera fascista)… gli ebrei sono i colpevoli di tutto!… vanno cacciati dalle cariche amministrative, dalle professioni, saccheggiati i loro negozi, espulsi dall’insegnamento… buttati sui carri merci e spediti nei campi di sterminio… naturalmente in nome di Dio, dello Stato o di un cretino che grida alle folle la supremazia della razza ariana… l’indifferenza è sinonimo di complicità e anche l’ultimo assassino delle SS sapeva che Dio era con loro, e anche lo Stato e il popolo tutto… quindi l’orrore che perpetravano contri gli indifesi (non solo ebrei) era giusto! All’ingresso dei campi di sterminio c’era scritto: “Dio è con noi!, ed era vero! Dio non va per il sottile quando si tratta di eliminare i nemici, dice la Bibbia! Göring, Goebbles e Hitler l’hanno preso alla lettera! Tra i libri messi all’indice dal Vaticano, il Mein Kampf, non vi è elencato!

Quando le truppe alleate scoprono i campi di sterminio (1945), il cardinale Bertram ordina una messa di requiem alla memoria di Hitler (che nel frattempo si era sparato un colpo di pistola insieme a Eva Braun e si erano fatti bruciare in una fossa davanti al führerbunker, a Berlino)… le gerarchie vaticane appongono visti, marchi, lasciapassare per i criminali più “distinti” del nazismo, fuggiti alle forze di liberazione, e li destina nei conventi… dà inizio alle loro coperture e li “esporta” fuori dall’Europa in macerie… i dignitari del nazismo (funzionari, generali, assassini a tutto campo) confermano il dogma dell’infallibilità del Papa… anche lo Spirito Santo è d’accordo… quando sale al trono di Roma Papa Pio XII (1939), il primo rappresentante straniero che riceve è l’ambasciatore nazista Bergen. Sullo sterminio degli ebrei le compiacenze della Chiesa verso il nazismo furono variegate… di là da controversie e beatificazioni che riguardano l’operato di Papa Pio XII con il nazi-fascismo, resta il fatto che quando gli ebrei furono deportati da Roma ad Auschwitz, il Papa non intervenne e il Pontefice si astenne anche dal firmare la dichiarazione degli Alleati del 17 dicembre 1942, che condannava lo sterminio degli ebrei. Dopo la caduta del fascismo e del nazismo, Pio XII scomunica i comunisti del mondo (1949)… sembra non accorgersi che le “purghe” di Stalin avevano le stesse matrici del genocidio nazista… ed escono dalle medesime inquisizioni della Chiesa della quale è Dio in terra.

Perché la chiesa di Roma non scomunicò mai nessun nazista? nemmeno gli abili tedeschi che facevano funzionare bene e in ordine le camere a gas e i forni crematori della pregiata ditta J.A. Topf & Figli… fondata da un mastro birraio nel 1878. Quando lo smaltimento dei cadaveri a Dachau, Mauthausen, Gusen e Auschwitz-Birkenau… divenne ingombrante, gli ingegneri della Topf & Figli, progettarono forni a otto muffole e nuovi sistemi elettrici di ventilazione con areazione di aria pulita per rimuovere più velocemente lo Zyklon B dalle camere a gas… i cristalli del gas Zyklon B, adoperati per lo sterminio, si attivavano ad una temperatura di oltre 20 °C., e gli ingegneri della Topf & Figli consigliarono le SS di stipare nelle camere il maggior numero di persone poiché con il calore dei corpi il gas agiva con più efficacia… i bambini dovevano stare in cima a tutti e con le braccia alzate… morivano meglio… gli aguzzini più esperti spegnevano a intervalli la luce nella camera, in modo da creare il panico, accelerare la respirazione e quindi l’inalazione dei gas tossici… nel 1942, l’ingegnere della Topf & Figli, Fritz Sander, ottenne il brevetto per un — forno di cremazione di massa e continua di corpi — e se tenuto a temperatura ottimale (23-25 °C.), funzionava in maniera eccellente!

Nel 1939 l’ingegnere della Topf & Figli, Kurt Prüfer, realizza un forno innovativo di cremazione… mobile, facile da usare, riscaldato a olio… la ditta fornisce di forni Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, Dachau… Prüfer è orgoglioso della sua invenzione e scrive al direttore Ernst Wolfgang Topf: « Questi forni sono davvero rivoluzionari e posso supporre che mi concederete un bonus per il lavoro che ho fatto ».
Dopo la liberazione, Prüfer fu processato a Mosca con altri dirigenti e condannato a venticinque anni di carcere. Morì mentre era detenuto nel 1952. Gli altri furono scarcerati in seguito ad un’amnistia nel 1955. Il capo dell’azienda, Ernst Wolfgang Topf, arrestato dagli americani, venne rilasciato per mancanza di prove (?!). Dal 1946 al 1950 il padrone della Topf & Figli fu sottoposto a un processo di denazificazione… il “caso” fu archiviato, perché l’uomo «non aveva mai ricoperto nessun incarico o grado nel partito» nazista, al quale era iscritto con tutta la sua dinastia (!?). Morì libero nel 1970… eppure c’erano prove schiaccianti che nel 1945, mentre il campo di Auschwitz veniva liberato, la Topf & Figli lavorava alacremente all’installazione di nuove camere a gas a Mauthausen… alla sconfitta nazista uno dei fratelli Topf si suicidò, l’altro cercò rifugio dagli americani e testimoniò sull’operato criminale dell’azienda di famiglia… gente come questa doveva essere affogata nei singhiozzi di milioni di innocenti bruciati in quei forni e nulla più[vi].

Va detto. L’insetticida Zyklon B (prodotto dalla rinomata ditta Bayer per disinfestare pidocchi e altri parassiti) è stato sviluppato negli anni venti da Fritz Haber, Premio Nobel per la chimica, 1918… poteva uccidere da 1.000 a 2.000 persone in pochi minuti… ma non era troppo economico… in campi come Chełmno, Bełżec, Sobibór, Treblinka… si utilizzava anche il monossido di carbonio (prodotto dai gas di scarico dei motori) e molti milioni di deportati furono uccisi mediante fucilazione. Haber era un entusiasta della guerra chimica già nel 1914… si unì agli intellettuali tedeschi che firmarono il Manifesto dei 93 e andò al fronte volontario a dispensare gas tossici… un pioniere della distruzione di massa… morirono a migliaia… sovietici, italiani, tedeschi, francesi, americani… e Haber fu promosso capitano! La moglie, persona di notevole intelligenza, prima donna laureata in chimica in Germania, disapprovava quell’ingegno funesto e dopo aver detto, “che era una perversione della scienza”, si sparò (con la rivoltella d’ordinanza del marito) nel giardino di casa tra i fiori… Haber non andrà al suo funerale. Haber era di origine ebrea e quando il Führer disse: “Se la scienza non può fare a meno degli ebrei, noi in pochi anni faremo a meno della scienza”, l’entusiasta della chimica criminale fu costretto alla fuga… si rifugiò in Gran Bretagna, nell’Università di Cambridge… durante il viaggio per andare in Palestina ebbe un attacco cardiaco, morì a Basilea nel 1934. Un pezzo di merda di meno!

Non esistono persecuzioni giuste né ingiuste, come pretendeva sant’Agostino… le crociate sante, i massacri dei popoli primitivi, l’evangelizzazione dei continenti, i colonialismi, fascismi, comunismi, nazismi del XX secolo e quelli emergenti nella civiltà dello spettacolo… esprimono il carattere aggressivo, repressivo, necrofilo dell’inferno a portata di mano, senza giustificazioni alcune, nemmeno per le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki del 1945… il compendio di morti in questi tempi di gioiosa idiozia non ha niente di trionfale né di risolutivo… l’uso della forza è la legge del dominio dell’uomo sull’uomo e tutte le bandiere sono sporche di sangue innocente! I potenti ce la mettono tutta per attuare la devastazione della civiltà… di là dalle colpevolezze accertate, dalle facezie bibliche, dai terrorismi pilotati dai servizi segreti dei governi forti… lo sterminio di massa continua! I criminali di Guerra, di Stato o di Fede non conoscono la compassione, praticano la discriminazione razziale, sessuale e della libertà di pensiero, e il solo Dio nel quale credono, è il genocidio.
Non si può amare Joyce e non sputare sull’intera opera di Michail A. Šolochov, Premio Nobel per la letteratura 1965… quello dell’epopea di Il placido Don… lo scritto di questo comunista di ferro — che sembra essere stato preso, almeno in parte, da un racconto di Fëdor Krjukov (1870-1920) —… è una letteratura soporifera, ambigua, ruffiana (verso il “partito dei lavoratori”, s’intende), che ha allevato milioni di comunisti nell’imbecillità… i “commissari del popolo” sono i buoni, gli operai e i contadini, ignoranti, financo stupidi, ma fedeli alla linea di Stalin, certo… cioè quella dell’omicidio di uomini, donne e bambini che hanno rifiutato obbedienza alla dittatura sovietica… per niente diversa da quella nazista… se i sovietici non fossero stati invasi da quello scemo di Hitler, avrebbero ballato insieme e si sarebbero baciati sulla bocca con i nazisti… si sarebbero intesi, sulla sola argomentazione che hanno messo in pratica: lo sterminio degli ebrei!

I Pogrom contro gli ebrei (tradotto alla buona vuol dire, “demolire o distruggere con atti violenti”), erano già apparsi nella Russia di fine ‘800… Hilter ne deve aver tenuto di conto… Stalin aveva però più spazio per realizzare le sue carneficine… e poi era protetto dall’omertà, invero cretina, dei Partiti comunisti occidentali… la palma del più cretino di tutti però va al PCI… ha applaudito l’invasione dei carri armati sovietici sulla rivolta popolare ungherese del ’56, ha ferito (e deviato) le speranze della rivoluzione giovanile della “Primavera di Praga” nel ’68, ha tradito i sessantamila morti della Resistenza (1943-1945) e si è spento nella più assoluta idiozia politica col crollo del muro di Berlino (1989)… con i muri crollano anche le ideologie e i patiboli… le corruzioni restano… e per cercare di mantenere i culi sugli scranni del potere, i “comunisti” si sono dovuti truccare da riformatori, europeisti, neoliberisti… ossessionati dal comando, sono confluiti in varie aree istituzionali… senza un minimo di dignità o d’orgoglio, naufragano da una bandiera all’altra e insufflati di complicità con i padroni di sempre, leccano il culo a chiunque li possa mantenere sugli scranni mafiosi del governo… ciò che esprime questa “sinistra al caviale” è di seconda mano… la speranza da imbecilli che promettono ha però un certo seguito… la strafottenza non gli manca… riescono sempre a darla a bere agli stolti che li votano… esasperati dalla vanità non riescono nemmeno più a distinguere un migrante salvato dalle acque (qui sarebbe importante scorgere l’ironia che contiene la frase!) da un salotto televisivo… che lo vogliono o no, li accompagna ovunque il riso dell’idiota!

Nei nostri Commentari sulla liturgia fotografica dell’Olocausto[vii]… vogliamo entrare — a gatto selvaggio — là dove le vittime si riprendono la parola attraverso i loro corpi sacrificati dall’ingiustizia, cogliere nell’accezione della parola Liturgia — « azione per popolo » o « servizio pubblico, liberamente assunto, in favore del popolo »… e andare a vedere attraverso le immagini dell’Olocausto di un pugno di fotografi al seguito delle truppe alleate che hanno sconfitto il nazismo… il complesso di cerimonie, formule, culti, riti o funzioni determinate dall’instaurazione del delitto sul genere umano in nome di una credenza, un convincimento, un tiranno o un sistema di potere! Il fanatismo è la culla dell’indecenza… il solo talento che richiede è la malattia mentale! Ecco perché ha mietuto successi indiscussi nella storia! L’accondiscendenza inganna, sempre, l’amore dell’uomo per l’uomo, mai!… né Dio né Padrone!… eternamente nulla che non sia amore — anche il più estremo — per l’umanità.



2. Sulla fotografia della tirannia nazista

Il fascino dell’insofferenza libertaria o la bellezza convulsiva dello sguardo… sono al fondo dell’opera fotografica di Margaret Bourke-White. Le sue immagini hanno attraversato un’epoca e tra celebrazioni del suo talento e solitudini della propria esistenza randagia, la Bourke-White ha eretto fortune economiche, sfasciato matrimoni, dato alla storiografia fotografica la forza dello stile (i grandi lavori commerciali) e lo stile della dignità del dolore (la povertà americana e i resti degli ebrei nei campi di sterminio nazisti).
“Non c’è crimine più grande della guerra” (Susan Sontag) o dell’indifferenza complice! L’arte dell’essere-giusto, in fotografia e dappertutto, è il disvelamento dell’onnipotenza in seno al mondo… una visione libera dal tema imposto… un’epifania del dispendio che implica il vero e privilegia l’istante che lo bruttura… la fotografia è come il fanciullo che gioca con una palla di cencio o una spada di legno… una sorta di Eliogabalo/anarchico incoronato dalla bellezza che in tutti i luoghi e in tutte le epoche vuol fare la guerra con altri mezzi… con l’eleganza, lo stile, la nobiltà, il contegno e il coraggio dei cavalieri che fecero l’impresa… un tripudio d’amore di sé verso l’altro, senza curarsi mai della redditività della storia.

Il prestigio è inganno, un’illusione portata davanti all’ebbrezza del consenso che cela la verità o la predestina alla nullità del romanzo che abilita… è l’affettazione della creatività nella banalità. “Ogni cosa, nella fotografia, dovrebbe contribuire alla descrizione… la buona fotografia è un processo di sfrondamento, una questione di scelta raffinata” (Margaret Bourke-White)… concepire l’avvenire della fotografia, significa concepire un ulteriore passo verso la fine della fotografia e alla risorgenza dell’immaginario dell’uomo che si rifiuta di aderire alle infermità di modelli e fedi rinnovate!

La deriva fotografica della Bourke-White è una sorta di aforismario dell’immaginario sociale… non dà lezioni a nessuno se non a se stessa… l’eleganza, lo stile e una certa grandezza compositiva denotano non solo una bella forma, ma un equilibrio, un’armonia dell’insieme… e qui che emerge l’eternità dell’istante, non perché è sottratto al momento (cosa che non faceva nemmeno il maestro della visione libertaria per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, anche se lo teorizzava)… perché è al fondo della costruzione delle situazioni che implicano il bel fine, superano i generi e restituiscono il cammino, l’approdo, lo scopo, al dolore della storia da reinventare. La forza estetica/etica che il gusto, la dignità, la bellezza esigono, comporta una formazione poetica-solitaria immensa… i risultati creativi implicano la ricerca del reale tutto intero e poco importa se il successo non arriva o ne sancisce il valore… il risentimento contrasta con l’indulgenza e dove è giusto rompere il peggio che si trova di fronte, non si tira indietro… il risentimento impedisce all’oblio di dimenticare, ma non è vendetta e nemmeno speranza, è giustizia!

Le immagini del risentimento della Bourke-White si rovesciano contro l’inaccettabile e l’impoverimento della sovranità diplomatica, quanto della restaurazione politica, militare, religiosa… non la riguardano… il trionfo dell’orrore è tesaurizzato sulla devastazione di corpi e la sottomissione del reale alle pulsioni di morte degli assassini nazisti… la fotografia così fabbricata — e nemmeno importa se questa o quella fotografia dei campi di sterminio, attribuita alla fotografa sia stata fatta da altri, magari anonimi soldati che dopo aver sparato alla testa di donne e bambini, tiravano fuori dallo zaino la fotocamera per portare i ricordi-cartolina dell’Olocausto alle proprie famiglie —… ciò che vale è il traboccamento di sofferenza e d’ingiustizia che fuoriescono da quelle immagini estreme… non ci può essere nessuna riconciliazione con la barbarie nazista (stalinista, franchista, maoista, castrista…) né con nessun altra distruzione dell’uomo da parte dell’uomo… la preminenza dell’istante scippato alla geografia del terrore è una condanna al giubilo del crimine autorizzato che dittatori e popoli hanno contribuito ad istaurare, programmare e proteggere… la brutalità della cultura osservante (fiancheggiatrice e serva, sempre), ne ha decantato le castrazioni e partecipato alla gestione repressiva delle passioni, credi e radici identitarie delle genti… niente euforia del male, senza educazione al male! Il consenso è la regola! Al politico spetta il compito della mattanza, ai suoi sostenitori, l’adulazione dei forni crematori! In tutti i Paesi, in tutte le epoche, sotto tutti i paradisi e inferni, il fucile del padrone ha fatto della violenza il principio della civiltà!
Lo sguardo “aristocratico” della Margaret Bourke-White è di un’eleganza senza presunzione che ne detta lo stile… il suo fare-fotografia s’affranca a quanti sono emarginati, bastonati o si ribellano a uno stato di cose inaccettabile… è un’etica creativa che si sviluppa al di là del bene e del male… porta a pensare “la possibilità di vivere senza Dio, di pensare senza religione, di realizzare una comunità politica senza re” (Michel Onfray)[viii]. Un mondo senza Dio e senza Padrone! Una filosofia epicurea, libertaria e libertina… che pratica il rifiuto di tutto ciò che non dà piaceri, godimenti, vampate di libertà in ogni anfratto della vita quotidiana… quando la libertà coincide con i morsi del desiderio, allora si capisce cosa si deve o non deve fare… si comprende che i baci sulla bocca al profumo di tiglio sono più importanti di qualsiasi impostura politica, menzogna religiosa e delle corruzioni di quella massa di burocrati che ucciderebbero la loro madre per difendere i privilegi che i potenti hanno loro concesso, in cambio d’assoluta obbedienza, silenzio e prostituzione a tutto… all’uomo di Corte — che è l’uomo per tutte le stagioni della politica e il miglior cortigiano è sempre quello che ha origini plebee — non si chiede di pensare… ma di nascondere, tradire o incensare (a seconda dei tempi) il favore degli dèi… che sono sempre falsi!

Sbrighiamo le solite necessità biografiche. Margaret Bourke-White nasce nel 1904 a New York (la radice paterna era ebraica, si chiamava Weiss, per non avere scomodità razziali cambia il cognome in White), muore all’età di sessantasette anni (1971), al termine di 20 anni di lotta estenuante contro il morbo di Parkinson (sembra il nome di un profumo). Nel mezzo ci stanno le collaborazioni con le riviste Fortune, Life, la fotografia pubblicitaria, i reportage sugli stati del Sud dell’America contadina, quelli a seguito delle truppe americane in Europa, i lavori in Russia, Italia, India, Sud Africa, Corea… questa insolente e magnifica donna non si lascia sfuggire ciò che era necessario fotografare. Scrive bene e accompagna le sue fotografie da “pezzi” coinvolgenti e spesso pungenti.

In alcuni libri come — Cara patria, Fotografando la guerra in Russia e A metà strada verso la libertà — (brutti titoli), si coglie la sensibilità per la diversità, la povertà, il disagio che la muove, in profondità. L’aneddoto della Bourke-White sulla fotografia di Gandhi (nemmeno poi tanto compiuta, ma significativa), è di quelli che piacciono agli storici, quanto ai dilettanti in tutto della fotografia. Il Mahatma, uomo spiritoso, le disse che ci vuole calma per prendere la sua persona e intanto invita la fotografa ad imparare l’arcolaio. La Bourke-White ricorda così quell’esperienza: “Se volete fotografare un uomo che fila, prima di tutto dovete riflettere un po’ perché egli fili. La comprensione, per un fotografo, è importante non meno degli apparecchi che usa… Nel caso di Gandhi, l’arcolaio era pregno di significato; per milioni di indiani, era il simbolo della lotta per l’indipendenza che Gandhi stava conducendo con successo”. Fintanto che il sorriso di un utopista sboccia fuori dall’acquiescenza al potere, la Terra sarà salva.

La disobbedienza civile, le tecniche della non-violenza, gli scioperi della fame (ripresi dalle rivolte plebee dell’Irlanda ottocentesca, quando per farsi riconoscere ed onorare dalla nomenclatura giuridica, gli insorti si lasciavano morire di fame sulla soglia di casa del nemico… e l’odore nauseabondo dei loro corpi in disfacimento faceva eco a rivendicazioni sociali più vaste)… sono manifestazioni di resistenza al presente… azioni oppositive di un uomo o di un gruppo o di un movimento che denunciano l’ingiustizia di un governo o una sopraffazione o legislazione iniqua… la coscienza individuale si manifesta come azione pubblica ed è finalizzata all’abrogazione di ordinamenti/affari politici che tradiscono il bene pubblico… è vero, la disobbedienza civile è altro da una sommossa, una ribellione, una guerriglia… tuttavia la morale ultima (o primaria) della disobbedienza civile contiene il duende di ogni rivoluzione sociale. Le sollevazioni popolari della disobbedienza civile simbolizzata dal valore d’uso dell’arcolaio di Gandhi, affrontavano secoli di angherie e respingevano soggezioni rimaste invendicate che porteranno alla nascita di una diversa coscienza sociale… chiedevano la restituzione della regalità alle popolazioni sottomesse dai colonialismi… la fine degli imperi e la restituzione della dignità a tutti gli uomini. L’obbedienza non è mai stata una virtù.
La filosofia della disobbedienza civile fuoriesce dagli studi su Socrate, Tolstoj, testi buddisti… da Étienne de La Boétie[ix], Henry David Thoreau (conia il termine, forse, nel 1849)[x]… poi Hannah Arendt[xi] l’attualizza e vede la partecipazione attiva dei cittadini contro le prepotenze dei governi… la disobbedienza civile è una forma radicale del dissenso… propone la diminuzione dei poteri istituzionali e la partecipazione dei gruppi di protesta all’interno della cosa pubblica. Étienne de La Boétie, era poco più di un ragazzo quando nel 1575 scriveva: “Com’è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno che non ha forza se non quella che essi gli danno. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli forniste? Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi (…) Vedendo questa gente che striscia ai piedi del tiranno talvolta ho pietà della loro stupidità. Non basta che obbediscano, devono compiacerlo, devono ammazzarsi per i suoi affari”[xii]. Non abbiamo mai capito come si possa accettare di buon grado la soggezione a tutto e restare servi di chi opprime, frutta o violenta tutte le possibilità di bellezza, fraternità e accoglienza del genere umano.

D’infilata. Il ’68 è nato dalle proteste per i diritti civili delle giovani generazioni (contro la guerra, la discriminazione razziale e sessuale, la difesa della biosfera, la fine dello sfruttamento di una minoranza sul maggior numero)… quellarivoluzione della gioia[xiii] — comunque la si voglia vedere —, è stato l’ultimo tentativo o forse l’ultima vera lotta di classe che ha dato l’assalto al cielo del capitalismo… e ha comunque sovvertito la lingua della società… i sabotatori dell’espressione collettiva hanno sbalzato via tutti i piani culturali/politici del tempo… e letteratura, cinema, fotografia, musica, arte, moda (il lavoro, la religione, la famiglia, i partiti) cambiavano di segno, di linguaggio, di propensioni verso la comunità che viene… i giovani sulle barricate, i pugni chiusi e altri utensili utili al rinnovamento sociale, accusavano la miseria del potere, mostrandola… ovunque la critica radicale delle giovani generazioni alzava il tiro sul privilegio e lo svergognava! Ciò che era in tutti i cuori appassionati di libertà, era in tutte le teste infiammate di anarchia… la critica dell’utopia capitale scagionava i limiti dell’estremismo, anche quello in armi, poiché voleva mettere fine all’estensione totalitaria del capitalismo in ogni ambito della vita quotidiana.

Il pensiero libertario, consiliarista, situazionista, differenzialista… non ha prevalso, è vero, tuttavia dopo quegli anni di sovvertimento dell’ideologia consumerista, niente sarà più vissuto direttamente nella strada e nell’amore come prima… i burocrati, i becchini e i leccaculi si riprenderanno tutto, ma non quello che siamo stati, ciò che non saremo e che ancora ora siamo![xiv] Non riconosciamo a nessuno il diritto di giudicarci, e ci prendiamo l’ardire non solo di giudicare spietatamente tutto il lupanare della civiltà dello spettacolo, ma di osare la speranza di distruggerlo, una volta o l’altra! Il talento ha bisogno di passioni, come l’amore dell’uomo per l’uomo, di rivoluzioni.

La mitologia sulla donna rampante nell’alta finanza di New York o la predatrice di uomini sposati (come la storia con il romanziere Erskine Caldwell, che poi diventa uno dei mariti lasciati) della Bourke-White, non c’interessa. Né c’importa elencare le migliaia di chilometri che questa singolare donna ha percorso nel mondo con la macchina fotografica o quali vestiti alla moda indossava… siamo invece affascinati dal senso d’indipendenza e dal coraggio mostrato da un maestro della fotografia quale è stata, di fronte al successo come alla dimenticanza. Quando l’opera d’arte non contiene la vitalità libertaria che ne detta l’affronto e nuoce alle certezze del costume, cade nella maniera.
La vita eccentrica (fuori dal centro del convenzionale) della Bourke-White, la porta ad avere affezioni politiche non proprio comode e in piena epoca maccartista le fioccano accuse di comunismo… risponde con un reportage sulla guerra in Corea teso a celebrare il patriottismo americano (e non è certo una delle sue cose migliori). Diventa ricca e famosa, lavora per i grandi complessi industriali, per la pubblicità e negli anni trenta riesce ad andare perfino nella Russia stalinista a fotografare l’industrializzazione del “dopo rivoluzione” (fatta anche con i dollari americani). Il ritratto di Stalin non la nobilita, e nemmeno i baffi del dittatore ci escono bene… che faccia un lavoro molto retribuito o si occupi della condizione sociale degli ultimi… segue sempre il proprio detto: “L’amore per la verità, requisito numero uno per un fotografo” (Margaret Bourke-White). Sa bene che ci sono nugoli di tecnici senza talento creativo e pochi poeti della fotografia della bellezza.

Fotografare il vero vuol dire turbare! Ma senza degenerare in sapienze provinciali! Gli ostacoli al progresso spirituale per un fotografo, sono gli stessi del Buddha: la sensualità e la malevolenza, l’inerzia fisica e morale, l’inquietudine e il dubbio… o forse sono i precetti del mio amico ubriacone di taverna di porto che diceva: “Il dolore condanna la vita, l’amore lo riscatta”! L’innocenza della differenza riporta a sentimenti sinceri, per questo ne descrive i sorrisi! Per non perderli nella tristezza dei demoni che li calpestano… non perché sono cattivi soltanto, sono stupidi! Non resistono alla bassa criminalità che li ha adottati come divoratori del giusto, del bello e del bene comune.

La fotografia è la testimonianza di una presenza, indica l’autenticità delle cose o le depone nel discorso confezionato del santuario mercantile che la respinge… la fotografia, lo dice perfino Edward Weston, in un brutto libro (di estetica fotografica se ne intendeva, anche se a noi i suoi peperoni e i nudi di donne sulla sabbia non ci sono mai piaciuti), “costituisce il mezzo per captare il momento, ma non un momento qualsiasi, bensì il momento importante, il momento unico tra tutti in cui il vostro soggetto è pienamente importante, il momento della perfezione che viene una volta e non si ripete”[xv]. Infatti, quando Weston fotografa Tina Modotti, nuda come una biscia al sole sul terrazzo della loro casa in Messico, la sensualità sfacciata di lei lo rende un gigante rispetto ad altri esteti dell’immagine “colta”, come Stieglitz, Steichen, C.H. White, Holland Day, Demachy, Kühn, von Gloeden… qui la fotografia, anche la più compiuta, corteggia la bellezza dei corpi, ma è la morte del peccato e del perdono per i “quasi adatti” che canta. La fotografia è fatta del tessuto del quale sono fatti i nostri sogni più estremi.

Ora… il rinascimento fotografico di Weston è continuamente superato da ciò che il fotografo statunitense partorisce… la contemplazione, come la maniera, non si addice ai poeti, tantomeno ai “giustizieri dell’arte” che dicono di mordere e invece la leccano… ci capita ogni tanto di leggere in libri, riviste, parate online del narcisismo fotografico portato al parossismo o alla semplificazione di menti instabili… ma quando alla medesima necessità di parlare del proprio “stile” senza un minimo di pudore, sono i teorici della purezza da Quinta strada a New York… che dicono di una bambina, una donna, un uomo o un paesaggio — “Ho catturato quell’istante per sempre!”—… ci viene da dire che tutte le arti sono eccessi d’indiscrezione o stupri di coscienze poco attrezzate a contrastare la megalomania da piccoli borghesi che li frantuma! Semmai sono quella bambina o quella donna, quell’uomo o quel paesaggio che hanno donato qualcosa a qualcuno e lo hanno fatto per far dimenticare quell’attimo di vita, quell’intimità sovente dolorosa, per sempre! Perché non avvenga mai più! Le copertine dei “grandi giornali” passano nel frastuono del successo, le ingiustizie secolari restano a testimoniare la necessità di passare dall’immagine mercificata, al ribaltamento puro e semplice della vita ordinaria.
La prosa di Weston è ricca di aneddoti dove il fotografo celebra se stesso e la sua arte… una cosa che manda in estasi gli universitari e i fotografi dell’infatuazione concettuale… appunti di diario in formato ridotto, quasi eleganti, entusiasmano seduta stante anche gli ottimisti del santo Graal… è un buon modo per capire che i fasti del rinascimento di Weston sono avvertibili anche nelle zuppe di fagioli Campbell’s di Warhol, arte da parati… però funzionano… i salotti dei proletari ne sono pieni di stampe, le terrazze dei ricchi ne fanno giusta esposizione degli originali… anche nelle banche le serigrafie numerate di Warhol (come le fotografie del Water o del culo di donna di Weston) vanno alla grande… i direttori le tengono appese nei loro uffici come promulgazione d’intelligenza, intanto scippano i fondi dei pensionati e li destinano a derivati/dividendi più sostanziosi… se poi vanno perduti, non è poi così male… i pensionati s’impiccano o si buttano dalla finestra… le serigrafie o le fotografie restano lì a sorridere della stupidità dell’arte.

Le fotoscritture della Bourke-White vanno a cogliere la pregnanza della verità e la surrealtà delle forme, al di là delle codificazioni dalle quali parte. A leggere le immagini industriali degli anni ‘20 o i grattacieli dei ’30… non è difficile scorgere la forza dell’inquadratura, la cura delle luci, il taglio audace che rendono la fotografa americana all’altezza espressiva di Renger-Patzsch, Blossfeldt o Rodchenko… ma a differenza di questi straordinari interpreti della realtà profanata a colpi d’ironia e cantori del rovesciamento di prospettiva da una società rovesciata… le immagini di Bourke-White restano materiche e lasciano negli occhi i giochi e i temi di un’infanzia mai perduta.

La fotografia industriale della Bourke-White… in qualche modo riporta, è vero, al cinema espressionista tedesco degli anni ’10/’20, almeno per i contrasti di luce/ombre… la forza evocativa delle inquadrature, l’uso singolare delle prospettive… da qui a ricordare Lo studente di Praga (1913) di Stellan Rye, Il Golem (1915) di Paul Wegener e Henrik Galeen, Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau o Metropolis (1927) di Fritz Lang… ce ne corre… qualcuno addirittura ha messo in relazione la creatività (industriale) della Bourke-White con la pittura cubista… sì, la sovrapposizione dei piani, la riduzione da tridimensionale a bidimensionale si possono vedere nelle sue immagini, ma le geometrie astratte o il dinamismo dell’astratto di Moholy Nagy o

Edward Steichen, proprio non ci sono… l’energia, la potenza, la costruzione di sé fuoriescono dall’edificazione fotografica-industriale della Bourke-White… e la vitalità estetica trabocca di vita vissuta… fabbriche, tubature, ciminiere, navi, ponti, officine… diventano metafora del mondo a venire… il reale è un flusso espressivo in ebollizione e nella dialettica tra significante e significato mette il primo al servizio del secondo… l’esistenza della fotografia è subordinata al senso storico che le corrisponde… ma lo rovescia e promuove come bene prezioso che non accetta nulla al di sopra, nulla al di sotto dei costruttori di ricchezza che l’hanno realizzato! Lì la Bourke-White vede il vero luogo dell’arte, dice… e io ci credo!

L’iconografia trasversale della Bourke-White tocca momenti etici alti e le citazioni della grande fotografia sociale di Walker Evans, Dorothea Lang o Ben Shahn non sono impertinenti. Anche se a Evans (autore, con James Agee, di uno dei libri più importanti del fotogiornalismo, Sia lode ora a uomini di fama, 1941)[xvi], proprio non piaceva quella ragazza vestita bene che metteva in posa i contadini americani per cogliere l’estrema povertà della loro esistenza. La filosofia di queste immagini del disastro economico dell’America contadina e proletaria, andava oltre il motto di Life: “Vedere la vita, vedere il mondo”. Bourke-White non ci fa vedere soltanto la vita di un uomo, ma come vive questo uomo e come sta al mondo.

La creatività della fotografia e la sua abdicazione alle vetrine del mercato poggia sul grido di sdegno (anche) di Walter Benjamin: “Il mondo è bello” e l’arte è riproducibile e consumabile da tutti. Una sciocchezza! Il simulacro al posto della creazione autentica… la forca in cambio della poesia.
Adorno, Horkheimer, Marcuse o l’ultimo dei Mohicani… avevano compreso a fondo il valore dell’immagine quanto il sopruso della polvere da sparo… sapevano che il valore illusorio dell’immagine fissa (cinematografica, televisiva, internet, anche) è una gogna e il lettore, il fruitore, il lacché, sono i destinatari passivi di ogni forma del comunicare. La coscienza creativa e la creazione conoscitiva sono i soli percorsi di autoliberazione dalla visualizzazione planetaria della domesticazione sociale.

La bellezza poetica della Bourke-White non lascia spazio a rivisitazioni critiche né a giudizi estetici poco approfonditi — “la sua autorità di fotografa e autrice di sé si fonda su un patto, inteso come luogo dell’equilibrio tra il detto e il non detto, tra il mostrato e il non mostrato” (dicono le curatrici del suo libro, Il mio ritratto)[xvii] —. Alla maniera di Robert Capa, Walker Evans o Robert Frank (nel fulgore delle loro differenze), la Bourke-White lavora su un’iconografia che sborda dalla foto-documentazione e dal rapporto topologico o geografico tipici dei fotografi della FSA… la personalità culturale della Bourke-White sfuggiva all’epica quanto alle necessità elettorali del New Deal di Roosevelt e dentro una visione molto personale, andava a fissare sulla pellicola frammenti di vita non esenti di messaggi metonimici — come Gli alluvionati del Kentucky in fila per il pane, presi sotto il cartellone pubblicitario di un’auto nella quale si vede una famiglia felice dell’opulenza americana —… un’immagine che lascia addosso l’amarezza di una situazione sociale disperata. Le sue fotografie di ambiente contadino, pubblicate nel libro Tu hai visto le loro facce (1937), sono alla base (insieme a quelle di Dorothea Lange, Ben Shahn o Walker Evans) della scrittura cinematografica di Furore (1939) di John Ford, quanto della letteratura popolare (un po’ dandy) di Erskine Caldwell, in La via del tabacco (1941). Ripetersi è una forma di saggezza ereticale, quando non si crede a niente all’infuori della libertà.

La cartografia del dolore della Bourke-White nei campi di sterminio nazisti… è corsa dalla grazia… contiene una tenerezza e una pietà che vanno oltre l’annientamento di un popolo… sono icone dell’ingiustizia e quegli occhi affilati di speranza, scampati alle atrocità del genocidio, sembrano contenere il monito che tutto ciò non avvenga mai più! Non sarà così. Il dogma del neoliberismo è questo: La legge imprigiona, la politica uccide, il mercato comanda! Alla maniera di san Paolo (il più ambiguo tra i santi e il più guerrafondaio): “Non uniformatevi al mondo presente, ma trasformatevi continuamente nel rinnovamento della vostra coscienza”. È lo spirito per l’utopia possibile (l’amore dell’uomo per l’intera umanità) che rende liberi. “In una vita c’è posto per tutto: per una fede in Dio, e per una fine miseranda. Io posso… essere accanto ai moribondi, agli affamati, ai maltrattati, ma posso anche essere vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro le mie finestre”, Etty Hillesum annotava sul suo diario mentre la portavano ad Auschwitz[xviii]… e lanciava un biglietto dal treno che diceva “Abbiamo lasciato il campo cantando”, era il 7 settembre 1943. L’umanità offesa, sommersa o perduta è ancora sprofondata nel “grande silenzio”… la più grande tragedia storica del ‘900 è in atto… milioni di persone sono cancellate dall’esistenza… di loro restano cadaveri, valigie, occhiali, denti d’oro, orologi, scarpe, gioielli, carte d’identità e i marchiati a vita… schedari, catalogazioni, archivi di morte che confermano la frenesia dell’ordine, dell’obbedienza e dell’assassinio insiti nell’organizzazione nazista… una genealogia faustiana dell’abisso… tesa a rimaterializzare il destino di una nazione nell’omicidio di massa.
Le fotografie che la Bourke-White scatta a Buchenwald non sono una catalogazione di aneddoti, ma una forma spezzata di punteggiatura fotografica col passato… sono elementari… dirette, quasi anonime… hanno un’aura d’essenzialità che si compromette con il fotografato… se prendiamo l’immagine in cui il corpo consunto di un deportato è steso su un lettino bianco… curato da medici militari, attorniato da “figuranti” dell’Olocausto… ed è evidentemente una “fotografia costruita”… vediamo che l’immagine è stata presa sul ricordo dei dipinti delle lezioni mediche nelle università dell’’800… c’è la condivisione del corpo ferito con ciò che lo circonda ed elementi di salvezza dovuti all’accuratezza dei salvatori… qui il “falso” funziona perché non c’è nulla di sacro!… l’inquadratura porta il lettore al centro del dolore… non c’è malafede, ma sdegno contro l’ingiustizia che ha provocato quel dolore! Il corpo denutrito dell’uomo (al quale hanno posto un panno bianco sui genitali) è un atto di accusa contro i carnefici e mostra le ferite della carne che disvelano la barbarie nazista!

La fotografia dei piedi accatastati su un carro… figurano la metafora dei corpi schiacciati e ricomposti (che non si vedono, e funziona anche se l’inquadratura fosse stata tagliata)… la Bourke-White estrapola l’essenza della morte, non la compiace… non esagera la sofferenza, l’accoglie nell’indeterminatezza di una fotografia di forte presa del reale, ma la contiene in una finitudine antropologica che ne detta la tragicità. Conosciamo la sequenza, a nostro avviso da studiare per cosa si deve o non si deve fare quando si scatta una fotografia sulla sofferenza… in una prima immagine si vede la Bourke-White inginocchiata nella ricerca dell’inquadratura… fotografa i piedi dei cadaveri sulla sinistra… a destra c’è una piccola folla e un militare che indica la tragedia… la fotografa costruisce una situazione provocatoria, fissa nella fotocamera l’innocenza di un’umanità straziata, che rivendica il giudizio sui suoi assassini.

Quando gli americani liberarono i campi… costrinsero le popolazioni delle città vicine a vedere di cosa erano stati corresponsabili… i documentari Combat Film, realizzati dai cineoperatori militari, ne testimoniano la veridicità… e furono costretti anche a seppellire ciò che restava dei corpi dei deportati… molti cittadini sfilano in silenzio, qualcuno piange, altri restano sbalorditi di tanta brutalità… i più hanno ancora scritto in faccia l’adesione al nazismo… temono più di sporcare i loro vestiti neri di fango che il tanfo dei cadaveri… era il medesimo che avevo assaporato per anni e in qualche modo ne avevano condiviso l’arbitrio! Non s’indossa la croce uncinata impunemente! Come la cattiva letteratura, che esercita il consenso su menti indebolite nel ricamo, aderire al nazismo è non è solo uno stile di vita, è condividere un’ecatombe e farne l’altare di un idiota!

Una fotografia della Bourke-White, fatta a Buchenwald, mostra la pochezza intellettuale del popolo nazista… a destra dell’immagine si vedono una catasta di assassinati… sullo sfondo i soldati che spingono i “bravi cittadini” a vedere di cosa sono stati capaci i seguaci di Hilter… qualcuno finge di essere lì per caso… ha dimenticato, magari, di aver denunciato gli ebrei alla Gestapo… una signora in nero, si porta la mano agli occhi e guarda da un’altra parte… non vuole vedere… i nazisti sembra che non conoscono le lacrime… solo il fucile e le camere a gas… un po’ poco per chi ha creduto alle pretese della razza ariana… imbecilli senza remissione dei peccati, i nazisti sono sempre più avanti dei loro escrementi… appaiono un misto tra assassini dell’ottimismo e santi dell’ottusità… la fotografia della Bourke-White lo dice bene… i corpi dei nazisti fuggono la colpevolezza o cercano di nasconderla alla fotocamera, temono l’abdicazione della tirannia ma non l’accettano… quel marciume di corpi non emana “buon odore”, si vede… non c’è niente di più ignobile di un adulatore del crimine costituito in una ideologia, una fede o una pianificazione economica (prima e dopo qualsiasi guerra).

La fotografia della disperazione della Bourke-White è qualcosa che travalica il fatto estetico e nella sua compiutezza formale o nella visualità atonale alla cultura fotografica dello “scandalo”, individua, senza gridare, precise responsabilità istituzionali, culturali, ideologiche di guerre, vessazioni, violenze delle quali si è fatta testimone, non sempre compresa.
La fotografia soggettiva della Bourke-White, stimola il risveglio dello sguardo e lo porta verso una reattività altra della coscienza critica, verso una foto-interpretazione dell’esistenza senza santi né eroi che partecipa all’ingiustizie della terra, riven https://1.api.artsmia.org/800/114514.jpg dica le condizioni di “vivenza” liberata e il rispetto dei diritti più elementari dell’umanità intera.

L’anatomia accurata di una sola immagine dei campi della Bourke-White, ci fa “scoprire” spettatori o complici di un’inciviltà al passo dell’oc https://1.api.artsmia.org/800/114514.jpg a… si tratta della fotografia presa all’interno di una baracca di Buchenwald (1945)… in piedi, sulla destra dell’inquadratura, si vede un uomo dal corpo sfinito, seminudo (si copre i genitali), impietrito in una pelle da santo imbiancato dal flash (forse), che getta la timidezza e l’imbarazzo verso un angolo della porta (o del cielo)… a sinistra una carrellata di volti e corpi emaciati dalla fame, attaccati a scodelle di alluminio, si allunga nei letti di legno che sembrano una sfilata di feriti imbalsamati nel terrore… lo sguardo austero della Bourke-White li coglie nella profondità del vero… nell’autenticità di una visione compassionevole che attraverso la fotografia incrimina tutti gli adulatori delle persecuzioni, compreso i silenti e gli inservienti degli imperativi! I carnefici si vedono sui loro volti… senza remissione dei peccati! Il mostruoso è tutto ciò che ispira ammirazione e soggezione… una fascinazione che intruglia malvagità e paura… il capo ordina! l’idiota esegue! La verità non si rivela che agli eretici, a coloro che non firmeranno mai un trattato di pace o di vittoria con il crimine costituito!

Per qualche curioso di araldica o collezionista di farfalle… l’uomo che sembra sbucare dal buio, nella seconda fila a partire dal basso, il settimo da sinistra… è Elie Wiesel (giornalista, saggista, filosofo e attivista dei diritti umani, Premio Nobel per la Pace, 1986, marchiato sul braccio sinistro col numero, A-7713)… ha raccontato con l’amarezza dei giusti crocifissi, il suo viaggio all’inferno di Auschwitz e Buchenwald in La notte[xix]. Ci dispiace, e molto, che uno dei nostri cattivi maestri (E.M. Cioran), con un passato giovanile piuttosto destrorso (si vede mai digerito bene o fino in fondo), abbia scritto: “La cosa più grave di cui si siano macchiati i nazisti non sono i campi di concentramento, ma la stella gialla. È meno grave essere ammazzati che umiliati”… e nemmeno ci piace quando dice: “…in fatto d’irritabilità mi ha superato solo Hitler… e che per indole ero un Hitler senza fanatismo, un Hitler abulico…”[xx]. Di cattivi esempi, come di brutte citazioni, si può anche morire! e nessuno poi ne richiede le spoglie.

Il cinismo aristocratico (l’ironia è la sua corrispondenza rovesciata o viceversa) è il sale dell’intelligenza, certo… eccetto sull’assassinio di un popolo o anche di un solo uomo che ha ammazzato un carnefice e poi è stato impiccato, fucilato o fatto a pezzi e bruciato! Ecco perché ci intendiamo soltanto con quelli che non hanno nessun tipo di patria, neanche con gli ebrei… ma siamo pronti a morire per rivendicare a tutti gli uomini — al di là delle loro fedi o colore della pelle, inclinazioni sessuali o ribelli in armi per la conquista della libertà —, il rispetto dei diritti umani! L’amore e le parole in libertà, ci fanno sentire vivi! Il linguaggio di conquista, ci uccide! La fermezza, il rigore, i valori, la competenza, la meritocrazia (chi giudica chi? e chi giudica loro?)… sono i pilastri dell’inessenziale e l’ultimo rifugio dell’intolleranza.

Le immagini dell’Olocausto restano a memoria di quanti hanno aderito, ammirato e si sono fatti complici del nazismo… rappresentano la coscienza sporca di un popolo… dove il santo è il mostro e il carnefice… sono milioni i tedeschi complici di una delle più atroci carneficine della storia dell’uomo… la “brava gente” della patria di Kant, Hegel, Marx, Goethe, Nietzsche… avvezza alla birra come alla spada, ai crauti come ai wurstel, alla messa domenicale come ai forni crematori… impotenti di “genio”, ossessionati dell’obbedienza, razzisti canonizzati sino nel fondo delle loro miserie… questa “brava gente”, senza avere un minimo di gusto per la bellezza, la giustizia, la libertà, si è permessa di massacrare milioni di persone in nome di una “razza superiore”?… lo diciamo perché abbiamo giudicato e non c’importa nulla di essere giudicati! Per un fatto di squisita giustizia sociale e restituzione della dignità alle vittime della Shoah, l’intero popolo nazista avrebbe dovuto essere sepolto sotto le macerie della Germania e farne dei campi di ciliegi in fiore… è l’adesione al potere che genera il marcio! Le catene offrono la sicurezza dei falsi idoli e solo la vertigine della libertà li può distruggere!

Pino Bertelli

[i] Guy Debord, La società dello spettacolo, Vallecchi, 1979

[ii] Richard A. Posner, Il piccolo libro del plagio, Elliot Edizioni, 2007

[iii] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, 1967

[iv] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, 1967

[v] Ives Chiron, Pio XI. Il papa dei patti lateranensi e dell’opposizione ai totalitarismi, San Paolo Edizioni, 2006

[vi] Karen Bartlett, Gli architetti di Auschwitz. La vera storia della famiglia che progettò l’orrore dei campi di concentramento nazisti, Newton Compton Editori, 2018

[vii] Pino Bertelli, Sulla fotografia della Shoah. L’iconologia dell’orrore nei campi di sterminio nazisti, dattiloscritto.

[vii] Michel Onfray, L’età dei libertini. Controstoria della filosofia III, Fazi Editore, 2009

[ix] Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, 2020

[x] Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, De Donato Editore, 1968

[xi] Hannah Arendt, La disobbedienza civile e altri saggi, Giuffrè Editore, 1985

[xii] Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, 2020

[xiii] Pino Bertelli, Guy Debord. Un filosofo sovversivo. Per una critica radicale della civiltà dello spettacolo e la rivolta della gioia dell’Internazionale Situazionista, Mimesis, 2015

[xiv] La critica radicale in Italia Ludd 1967-1970, Nautilus, 2018

[xv] Edward Weston, Ritratti dal vivo. Il rinascimento messicano, l’amore per Tina Modotti, le grandi immagini, Pratiche Editrice, 1999.

[xvi] James Agee e Walker Evans, Sia lode ora a uomini di fama, Il Saggiatore, 2002

[xvii] Margaret Bourke-White, Il mio ritratto, Contrasto, 2003

[xviii] Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1985

[xix] Elie Wiesel, La notte, Giuntina, 1980

[xx]E.M. Cioran, Quaderni 1957-1972, Adelphi, 2001

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Man Ray – L’occhio anarchico della fotografia

“Come piedistallo avrete un letamaio e come tribuna un armamentario di tortura. Non sarete degni che di una gloria lebbrosa e di una corona di sputi”.
E. M. Cioran


1. Sul bordello senza muri della fotografia (1)

Al tempo della civiltà dello spettacolo, dove la disperazione dei molti si trascolora in amarezza o incapacità di contrastare una minoranza di saprofiti che hanno saccheggiato l’immaginario collettivo e istituito una sociologia delle tenebre… la fotografia dominante fa il suo gioco e si prostra alla sconvenienza della pletora di mercanti d’illusioni… senza capire mai che sono la grazia, la bellezza e la verità che annientano la celebrazione della perfezione in ogni forma d’arte… e portano a riflettere su molta fotografia spettacolarizzata che fa di un bambino ammazzato dalle bombe delle democrazie consumeriste o dei governi “comunisti”, un’occasione per aggiudicarsi un premio prestigioso, un passaggio in televisione o, peggio ancora, una passerella trionfante in gallerie dove ciò che più conta è la firma sull’assegno dei padroni dell’apparenza… un po’ poco… essere ricchi non significa, necessariamente, essere fotografi… non è il denaro che fa la fotografia, ma l’uomo che cerca di raccontare il mondo con un attrezzo come un altro… se poi è anche ricco che importa! La fotografia non mente! Il fotografo sì! Dietro una grande fotografia non ci può che essere un grande uomo! Anche se non lo sa! Un grande uomo è colui che in ogni forma espressiva mette la bellezza, la giustizia e il bene comune, e non ha abbastanza tempo per fare dell’arte un mercimonio e basta. Un fotografo di talento non teme di passare dal salotto alla strada (o viceversa) e disvelare i nuovi barbari travestiti da ideologi o missionari finanziari… che incarnano l’autorità dei puri e dei fanatici e sotto una falsa tolleranza difendono solo i loro privilegi, conniventi sempre con affari criminali o guerre insensate… il loro dileggio non sarà mai abbastanza, fino a quando ciascuno e tutti, di fronte all’insorgenza della platea, saranno costretti a mettere fine alla commedia: abolite l’istrionismo dei potentati, stanate le loro paure di perdere il dominio sugli uomini e vedrete che sono solo una piccola manica di delinquenti.

La fotografia mercatale, non ci stancheremo mai di dichiararlo, a costo dell’emarginazione o del silenzio, è un modo di pensare, prima, di fare, poi… la vanità della fotografia nel suo insieme… investe molto di più di quel che vale, perché è spontanea e per questo assurda, quando non scema! La fotografia come malattia dell’entusiasmo riguarda fotografi, critici, storici, galleristi, docenti o sociologi della demenza accettata… dissertano su tutto nei convegni, tavole separate, master-show di alto o basso profilo… su cos’è la fotografia oggi, cos’è stata o cosa sarà?… fotocamere eccezionali, pixel fantastici, post-produzioni memorabili… la fotografia diventa (e così è sempre stato) un’occasione mondana per parlare solo di se stessi e niente del linguaggio fotografico… sovente la verità sta in quella fotografia del margine (ma non marginale) che contiene un poeta sconosciuto o un genio in ebollizione… e senza piangere né ridere riesce a definire attraverso le immagini il carattere dell’uomo e cosa fa (o subisce) sulla faccia della Terra. Nessun Mito della fotografia è un grand’uomo, per il suo cameriere! Essere celebri non basta! Ciò che conta è sconfiggere il vaniloquio dei potenti che tengono a catena cortigiani e clienti, e disprezzare quanto basta o andare ancora più a fondo, fino all’estrema unzione della fotografia — tutti i feticci del mercato delle idee — e fare della propria creatività un’opera di distruzione della fotografia imperante.

Insistiamo… nei fasti della fotografia mercatale o insegnata, ci sono devozioni sospette… quando si è sensibili alla gloria, lo si è anche per l’infamia… come il capitalismo parassitario, la storia delle chiese e quella delle guerre insegnano! In mezzo agli assassini la corruzione chiede l’aiuto della barbarie! I fotografi che hanno scelto il risarcimento adeguato per la loro prostrazione restano affamati di verità e s’affogano nei dettagli! I pochi che restano, sono passatori di confine e non si fanno regnanti a prova di rimorso… respingono il ritegno e la dissimulazione e costi quel che costi si spingono fino all’estremo della vivenza: fanno fotografia non solo per suscitare passioni, ma per provarle… non abbiamo mai creduto ai “grandi” fotografi, ma a quelli straordinari… randagi d’ogni frontiera, che non hanno mai temuto di screditare l’ordine costituito e fare del- la fotografia un invito al viaggio della bellezza, della libertà e della giustizia… in fondo, anche Luigi XVI “sul patibolo faceva la sua figura; ma non bisogna dargliene merito; sin dall’infanzia i re sono educati a dare spettacolo”, diceva… proprio come i fotografi… anche le puttane di corte erano più regali della marea montante di fotografi della stupidità conclamata… magnificenza e grettezza tengono strette le chiavi del successo! Qui tutti servono e nessuno osserva! Non era Talleyrand (Principe di Benevento, vescovo cattolico, politico) che in tempi non sospetti scriveva: “Gli spiriti di prim’ordine, che fanno le rivoluzioni, scompaiono; quello di second’ordine, che delle rivoluzioni profittano, rimangono”… il principe del camaleontismo (Talleyrand) tuttavia, ha tradito tutti i governi e non ne ha innalzato né rovesciato neanche uno! (ci racconta finemente E.M. Cioran). Quell’aria da borghesuccia della fotografia imperante figura quell’idea di finitezza che non porta al compimento di alcunché… se non l’edificazione di un gusto forsennato per il consenso e, forse, di uno splendore da servi che non ascolta né dice la mia parola è no!… che sono le palinodie (ritrattazione di parole o idee precedentemente espresse) dei vigliacchi e dei cattivi… fuori dal rancore ordinario dei mediocri, la fotografia può essere il linguaggio del disinganno e attraverso la de-spettacolarizzazione della sofferenza e dell’ingiustizia, sollevare i sentimenti nobili della disobbedienza civile… la fotografia non si insegna, come la fierezza, si trova nella strada.

1 Gli scritti di filosofia / politica della fotografia qui pubblicati, in molti casi sono apparsi — abbozzati, incompleti o compiuti — in convegni, incontri o in “FOTOgraphia”… l’editore e direttore della rivista, Maurizio Rebuzzini, ospita i miei lavori da quasi vent’anni e solo la sua forza libertaria (fraterna, egualitaria) permette una qualche circolazione di questa visione e critica radicale /situazionista del linguaggio fotografico.
C’era una volta e una volta non c’era, il presagio che con la fotografia si potesse aspirare a qualcosa di diverso da ciò che l’industria dell’immaginario produce e pretende… una cartografia da iloti! La fotografia e il peccato sono un’unica e identica cosa… un lamento o un eccesso proprio a quanti credono e fanno fotografia pensando di essere o artisti di successo o artisti incompresi… il genio è sempre compreso, soltanto gli stupidi non lo sanno! La fotografia è come una puttana in grazia alle Terrazze Martini, ai festival o ai workshop dove ciarlatani, imbonitori, illusionisti si adoperano ad insegnare ciò che nemmeno sanno o, peggio ancora, a educare alla fotografia mercatale schiere di ebeti… una sorta di dilettanti in tutto che — proprio come i loro celebrati maestri —, hanno l’ambizione di fare la fotografia, diventare celebri, apparire in televisione e vincere chissà quale premio internazionale (truccato, anche), invece di andare a giocare alle bocce o fare un giro in bicicletta nelle campagne della propria regione… tutta gente schiacciata dal provincialismo culturale, che sa tutto su una fotocamera e niente della vita! Ecco perché siamo in difficoltà a stare alle loro tavole, nei loro circoli, nei loro convivi fotografici… i loro discorsi sono più stupidi dell’acqua dei lupini ed è per questo che stiamo bene solo con illetterati, poeti del margine e inguaribili utopisti… almeno parlano di ciò che sanno e non si riempiono la bocca di cazzate… in fondo la nostra più grande ambizione nelle cose fotografiche, è parlare con un ubriaco trovato per strada che racconta che questo mondo fa schifo e va cambiato alla radice e bisogna affilare i ferri… poi forse, fare la fotografia. Lascio agli entusiasti il compito di continuare a credere che la filosofia della fotografia corrente non sia altro che una confessione in pubblico o la truffaldineria di predestinati a un destino da servi.
La fotografia si ascolta non si legge o, tantomeno, s’insegna… la fotografia è una ferita aperta sulla storia, altrimenti non è niente, è solo il lato consolatorio o la forca della fabbricazione di esistenze banalizzate! La fotografia deve frugare nelle ferite, dev’essere un pericolo non una consolazione… il bello sta nell’imperfezione dell’immaginale che inventa il vero, il giusto e s’intreccia al bene comune. Un mio amico diceva: “Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola” (Oliviero Toscani). Tutto vero. Sabotare lo stile della fotografia imperante non è solo giusto, ma necessario, per attentare all’idea di sistema della fotografia… dopo la sua distruzione (nei comportamenti, nelle visioni, nelle teste e nei linguaggi fotografici), si può fare tutto… anche la fotografia della vita autentica.

Il fanatismo della fotografia dominante è francamente impietoso… una roba da minorati mentali… tutti vogliono essere un qualsiasi Steve McCurry (cioè ambire alla gloria e al denaro che ne consegue) e pensare che nemmeno gli Steve McCurry sanno (o forse lo sanno bene) che è una gloria da straccioni… da pulitori di cessi dell’industria fotografica… è davvero terribile che un fotografo riesca a diventare celebre! Gli tocca passare per le riviste di moda, i ritratti delle star del cinema o della televisione o del giornalismo, peggio ancora andare in qualche guerra a fotografare bambini uccisi o mutilati dalle bombe intelligenti delle democrazie consumeriste… se non capita, poco male… c’è sempre una donna stuprata dai soldati, un vecchio accecato dalle esplosioni al fosforo o un bel genocidio da fotografare in colori folgoranti, pronto apposta per incassare un premio del World Press Photo (che com’è per tutti premi, è solo una zuffa fra bottegai)… desiderare le agnizioni del potere è la grande maledizione dell’umanità. Essere contro i rituali della fotografia significa stare dalla parte (cioè essere partigiani) degli ultimi, degli esclusi, degli oppressi e fare della propria vita un’opera d’arte.

Man Ray, un maestro della luce. Nel bordello senza muri della fotografia, Ray rappresenta il profanatore di regole, il disertore di dogmi, l’occhio anarchico della surrealtà che fa a pezzi ciò che circola nel mondano d’autore degli anni ’20/’30, sostenuto all’epoca dalla rivista “Camera Work” di Alfred Stieglitz e dai suoi epigoni. Stieglitz è il mito storico più diffuso nella fotografia insegnata e pensare che una sola opera di Hine, Riis, Strand o Diane Arbus… fa tabula rasa di tutta la sua magnificenza fotografica, adatta più ai circoli della “buona borghesia” americana che alla radicalità dell’iconografia sociale della quale si è anche occupato (e male). Un solo esempio: la fotografia Terza classe (tanto citata nei corsi di fotografia applicata o nei libri di storia dell’immagine fissa), è un insulto per i migranti d’ogni terra e non uno sguardo di affrancamento e solidarietà verso popoli alla deriva delle miserie dei propri governi. Ciò che interessava Stieglitz (lo dice lui stesso), sono le linee del fumaiolo, le bretelle di un uomo nell’ombra e i cappelli di paglia delle donne in prima classe… la fame, la paura, la fine della dignità — il buon samaritano della fotografia — li lascia ai pezzenti schiacciati dal suo obiettivo sul fondo della stiva. Stieglitz, l’esteta della “povera gente”, andrebbe buttato ai pesci insieme alla sua fotografia, s’intende. Così, un po’ per gioco e un po’ mostrare che dalla “fotografia artistica” non nasce niente e dalla “fotografia di strada” sbocciano i poeti della disobbedienza.

Emmanuel Radnitzky (Man Ray) nasce a Philadelphia nel 1890. La famiglia si trasferisce a Brooklyn (New York) nel 1897 e nel 1913 il giovane Emmanuel abita nella comune anarchica di Ridgefield, nel New Jersey. Nel 1914 lascia perdere il suo nome e assume lo pseudonimo di Man Ray, con il quale passa nella storia radicale della fotografia. I suoi studi sono irregolari. Diserta ogni insegnamento istituzionale e invece della scuola frequenta il circolo anarchico “Francisco Ferrer” (rivoluzionario spagnolo fucilato per attività sovversive contro lo Stato: era stato il fondatore della “Scuola Moderna”, una nuova pedagogia scolastica nata sulla fine d’ogni autoritarismo degli insegnanti e lasciata libera alla fantasia dei ragazzi, più tardi ampiamente copiata). “Il surrealismo si è riconosciuto per la prima volta nello specchio nero dell’anarchia” (André Breton). Le correnti artistiche, come le dottrine, muoiono a causa di ciò che aveva assicurato il loro successo: la forca dello stile e il consenso che ne consegue.

Nel 1915 (in America) Ray fa la conoscenza di Duchamp e Picabia, fonda la rivista proto-dadaista “The Ridgefield Gazook” e allestisce la prima esposizione personale di dipinti e disegni alla “Daniel Gallery” di New York. Nel 1919 dà vita alla rivista d’arte “TNT” (che è l’anagramma della dinamite). Nel 1921 collabora (come organizzatore) ad un’esposizione di fotografie con Stieglitz… non hanno proprio gli stessi interessi per la demistificazione dei “segni” culturali imperanti e nemmeno s’intendono sull’inutilità dell’avanguardia artistica permessa e sostenuta da galleristi, critici, operatori del settore… Ray è di un’altra pasta creativa, lascia tutto e s’imbarca per l’Europa, va a Parigi. Qui pubblica la prima raccolta dei Rayographs, inizia a fare fotografia di moda, ritratti di amici, sperimentazioni. Sbarca il lunario, gioiosamente. Nel 1923 dirige il film, Le retour à la raison. Si affianca agli artisti Dada, entra nel movimento surrealista, collabora alla rivista “La Révolution Surréaliste” e si occupa di scenari teatrali. Nel 1929 esce un piccolo album di fotografie erotiche, corredato con le poesie di Aragon e Péret. È ormai un “maestro della luce” che ha rotto con tutti i “santini” di fabbricazione e riproduzione dell’immaginario fotografico.

I corsari della visione liberata (come Ray) hanno messo in discussione le certezze dei valori stabiliti e mostrato che i possessori della storia sono anche gli aguzzini di ogni forma di bellezza (non solo di popoli interi). Per Ray l’arte non era da nessuna parte se non nell’esperienza di ciascuno. “Man Ray è appunto l’artista che dipingeva per non dipingere, che fotografava per non fotografare, che creava per non creare, ma per permettere agli altri di viaggiare nella profondità della sua opera verso una meta imprevedibile. L’arte non è nell’immediatezza ma in questo futuro che tutti gli uomini dovranno un giorno raggiungere dopo un lunghissimo cammino, è una meta ed un bagliore, ma soprattutto uno stimolo a sperare i confini delle verità convenzionali” (Janus). La forza etica/estetica di Ray è di avere fatto dell’arte della fotografia qualcosa che va contro l’arte della mediocrità. La fotografia non nasce dentro la macchina fotografica ma nell’occhio anarchico (profanatore di ogni regola) del fotografo, sempre. L’uomo fotografico è l’uomo che dice no! all’alfabetizzazione della fotografia mercantile e riacquista l’irriverenza dello sguardo. L’uomo fotografico rovescia il sapere degli schiavi e s’identifica con gli emarginati, i senza voce, gli oppressi… l’uomo fotografico usa gli strumenti della comunicazione (non solo fotografica) per porre fine alla menzogna, alla colonizzazione, alla violenza e si affranca a quelli che vedono e sostengono la rinascita, la speranza, l’insorgenza dei popoli impoveriti… ai “quasi adatti” che dissipano le loro esistenze come viatico verso una società più bella e più giusta.

In questo senso, Ray è stato fautore di un pensiero libertario tra i più audaci del ‘900. La sua scrittura a/fotografica eversiva si è fatta portatrice d’indecenze indicibili, sovente sprezzanti, che cantavano il “non visibile” come “colpo di mano” con ciò che era concepito e vissuto come “realtà… la sua opera tutta è un canto atonale alla lingua dominante e una sorta di “ferita caustica” della quotidianità che ha perturbato i sonni dell’ordine stabilito. La filosofia anarchica di Man Ray sborda nelle provocazioni affabulative che dissemina nei cieli svaligiati dell’arte. I suoi lavori sono una specie di “album di famiglia” composto di nudi contaminati, frammenti d’immagini, tracce di luce che vogliono “sostenere l’espressione lirica dei desideri comuni”, diceva. Certo è che molte fotografie di Ray esprimono in/direttamente i desideri dell’autore, le emozioni, le grida di rivolta contro gli scranni perbenisti delle ideologie e i sacrari (menzogneri) delle fedi. Quando l’ortodossia, la banalità o il martirio sono messi al bando, la creatività ereticale concorre alla caduta di ogni autoritarismo… in nome dell’obbedienza sclerotizzata ad ogni potere, i roghi contro gli eretici non sono mai stati spenti… l’artista che s’inginocchia alle convenienze e al timore del silenzio, a tutto mira, tranne che all’arroganza del sistema che lo alleva a servo delle arti e dei mestieri. Figura il grado esatto dell’agonia di una società esausta.

2. L’occhio anarchico della fotografia

Le fotografie d’affezione. La poetica eversiva di Ray (la pittura a strappo, l’acquerello su carta vetrata, la fotografia “solarizzata”…) dequalifica il tempo storico nel quale nasce e si sviluppa. Le sue opere non datano un secolo, lo denudano e accendono i falò estetici dei secoli a venire, non solo nell’arte. Ray irride l’origine della fotografia come gioco borghese di metà Ottocento e si chiama fuori da tutte le banalità del mercimonio d’arredamento a venire. Ray non è (solo) un fotografo, è un “creatore d’immagini” e, come sappiamo, anche gli “oggetti d’affezione” (sculture, interventi, collages…) da lui stesso fotografati, diventano icone importanti per comprendere il suo percorso di “artista maledetto”. La Venus restaurée (1936), l’Auto-portrait (1932) o Book-binding (1953) contengono quello che l’artista chiamava il senso comune del mistero: “Mistero: quella era la parola chiave che mi stava a cuore. Tutti amano il mistero, ma a tutti piace anche la soluzione del mistero. E io cominciavo dalla soluzione” (Man Ray). Ci sono più meraviglie in un bicchiere di vino di quante ce ne sono tra la terra e il cielo. A Parigi, Ray intreccia le proprie passioni libertarie con quelle di Breton, Rigaut, Argon, Eluard, Fraenkel, Soupault, Picabia, Tzara… le sue fotografie diventano “cose d’arte”, “pezzi” di una surrealtà, sovente amara, altre volte invisa, tuttavia sempre folgorati da una bellezza ereticale senza uguali. Non importa molto sapere come scopre i Rayogrammes e nemmeno se è stato il primo a fare della fotografia senza macchina fotografica un gesto di comunicazione artistica… ciò che vale è l’insolenza dell’immaginario liberato che usciva dalla sua camera oscura (poteva essere il cesso di un albergo, quello di un amico o del suo studio). Nel Dictionnaire abrégé du Surrealisme si legge: “Rayogramma: fotografia ottenuta grazie alla semplice interposizione dell’oggetto tra la pellicola sensibile e la fonte luminosa. — Prese nel momento di un distacco visuale, durante periodi di contatto emozionale, queste immagini sono l’ossidazione dei residui, fissati da fenomeni luminosi e chimici, degli organismi viventi. M.R.”. Un’opera artistica diventa universale quando illumina intelletti che non ne comprendono la portata eversiva ma in qualche modo ne restano coinvolti.

Ray si muove in molti campi artistici e non cede mai alla propria morale di “fuori gioco”. Le fotografie di moda, nudi, copertine di riviste, volumi di poesie, ritratti di artisti o personaggi della “crema aristocratica” parigina sfilano davanti alla sua fotocamera… pittori, musicisti, scultori come Brancusi, Dalì, Matisse, Giacometti, Braque, Tanguy… sono ritrattati alla maniera della marchesa Casati, il conte di Beaumont, i visconti di Noailles, l’Aga Khan… e come la pittura, estremamente personale, intima, tattile… anche la fotografia di Ray conserva quel senso dell’ironico e del sarcastico non sempre compresi della critica e nemmeno dal pubblico. — Il ritratto di Brancusi (1933), l’accendino firmato Man Ray o la donna nuda di spalle con i segni del violino sulla schiena, Le violon d’ingres (1924) —, senza menzionare la stupenda serie di volti maschili e femminili… esprimono un’età della fotografia del desiderio che non appartiene a nessuna categoria se non a quella amabile del cuore.

Anche il cinema minimale, surreale, epifanico di Ray (Le retour à la raison, Le Cœur à barbe, Emak Bakia, L’étoile de mer o Les Mystères du Château de Dé), contiene le stesse poetiche degli “oggetti d’affezione”, fotografie, Rayogrammes o dipinti… figura il rovesciamento dello sguardo nel quale Ray indica le strade di diserzione e la contaminazione della civiltà contemporanea. Non cerca l’approvazione generalizzata ma lo scandalo come sorriso acido di fronte all’immondizia dell’arte prostituita. Il suo apporto (insieme a Ernst, Calder, Duchamp e Léger) al film di Hans Richter (girato in America), Dreams That Money Can Buy (Sogni che il denaro può comprare, 1947) non è di poco conto e questo film, che è una sorta di antologia dei postulati del Dadaismo e del Surrealismo, resta uno dei più radicali attacchi contro la mortificazione dell’intelligenza.

Quando le armate di Hitler conquistano la Francia, Ray fugge a New York, poi si stabilisce a Hollywood. Vive di pittura, fotografie, conferenze… in una di queste osserva: “Il problema del progresso, di ciò che sia buono o non lo sia, in arte, domina ogni discorso. Nessuno ha mai l’idea che la pittura [la fotografia, il cinema, la letteratura, l’utopia radicale di sognare un mondo diverso…] possa essere un piacere, come bere o mangiare. Certo, ho sentito dire più volte una frase del tipo: Non ne so nulla d’arte, ma so che questo mi piace. Il che, in realtà, vuol significare: Amo solo ciò che conosco. Da cui viene la conclusione: Ho paura ad amare ciò che non conosco: potrei anche sbagliare” (Man Ray). I franamenti della pubblicistica superficiale, la schedografia scolastica o gli eccidi della critica prezzolata sono tutti in queste parole.

Nel 1951 Ray torna a Parigi, sperimenta la fotografia a colori, un sistema nuovo che non consente la riproduzione ma opere uniche e allora lo abbandona. Come Benjamin, non vedeva l’arte come appropriazione esclusiva di una parte della società, quella ricca. Qui si aprirebbe un baratro di interpretazioni. Certo, non è giusto che il valore di un’opera d’arte sia in mano a pochi mercanti, galleristi o trafficanti in tutto… sono loro a determinare il prezzo di un “prodotto dell’ingegno” (non il valore vero) e fanno la fortuna di un artista quanto di un cretino… forse non è meno brutto e volgare deputare ai supermercati lo smercio di opere d’arte alla stregua di verdure e detersivi. L’assassinio delle “belle arti” comunque è sempre auspicabile.

Ray lavora a dipinti, fotografie, “frammenti” d’arte con in testa le lezioni di Paolo Uccello e Leonardo Da Vinci… usa fotometri, caleidofotoregistratori, fototecniche più disparate e dice che “la fotologia è superiore alla pittura. È più varia. La resa pecuniaria maggiore. Gli devo la mia fortuna.

In ogni caso, un fotometrico anche mediocremente esercitato può, al monodimanofoto, osservare un numero maggiore di colori di quanto non capiti al più abile pittore, nello stesso tempo, con lo stesso strumento. Grazie ed esso ho potuto dipingere tanto.

L’avvenire è dunque della filofotia” (Man Ray). Di là dalle affermazioni tecniche di Ray, in pittura, come in fotografia, l’artista riesce a liberarsi del passato e a deridere tutto quanto è l’immacolata concezione dell’arte, non tanto nell’opera compiuta, quanto nel processo e nel rapporto tra “pezzo d’arte” e vita corrente. Man Ray muore a Parigi nel 1976. I suoi “oggetti d’affezione”, realizzati nei più diversi cammini artistici (pittura, fotografia, cinema, teatro, scultura, grafica…) hanno influenzato in maniera continuativa, sovente completamente errata, non soltanto il modo di fare arte ma anche quello di vedere l’uomo che divelte i saperi codificati del proprio tempo.

Articolo tratto da “Fotografia in rivolta” di Pino Bertelli
Edito da Interno4 Edizioni ©2019

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Cindy Sherman – L’immagine allo specchio e il trionfo della merce

"La fotografia possiede già il sogno di un tempo in cui l’utopia del pane (tra compagni si spezza non si taglia…) è sulla tavola di tutti, non ha che da possederne la coscienza per viverlo fino in fondo”.
Anonimo toscano


La fotografia non è immaginabile senza il romanzo autobiografico che la accorda. Tutto cade in fotografia perché niente è vero nella vita reale, forse. Nella desolazione espressiva della “fotografia d’arte”, la realtà dell’immaginario muore nell’autoreferenziale e ai vertici del mercato globale il dogma è questo: non c’è altro Dio all’infuori di me! Il meraviglioso sistema del mercimonio delle immagini (di qualsiasi tipologia d’immagine o “segno”, internet incluso…), raccoglie consensi ampi e consente a turbe di fanatici dell’aura fotografica di calpestare l’incanto del vero e smerciare il banale come forma d’arte. André Adolphe Eugène Disdéri è rivisitato e innalzato nel prontuario del sapere fotografico e Gaspard-Félix Tournachon, detto Nadar, dimenticato e lasciato a marcire nei sottoscala della storia. Proprio lui, quello che aveva detto: “La fotografia è una scoperta meravigliosa, una scienza che avvince le intelligenze più elette, un’arte che aguzza gli spiriti più sagaci — e la cui applicazione è alla portata dell’ultimo degli imbecilli… Quello che non s’impara… è il senso della luce” 1. La fotografia è fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

La fotografia dello specchio di Cindy Sherman, in tutta la sua elegia del (proprio) corpo, sembra dire che ognuno è dannato e a questa società della catastrofe può sopravvivere o morire solo nell’immagine di sé, esplorando il proprio corpo. Tuttavia, nel fondo di questo esasperato narcisismo, la Sherman, che fotografa se stessa nello “specchio” della fotocamera, esprime anche l’apoteosi della propria guitteria e così legittima il secolo dell’apparenza e dell’economia cannibalesca della politica innervata nelle democrazie dello spettacolo. Senza scomodare Freud, Jung, Lacan o il reverendo Lewis Carroll, che di specchi dell’anima s’intendono molto… la mercificazione dei corpi defrauda, senza accezioni, l’uomo, la donna, l’umanità intera della propria identità e lo specchio/immagine di sé soltanto, diviene una nuova religione e trasfigura ogni soggetto in merce.

Cindy Sherman nasce nel 1954 a Glen Ridge, nel New Jersey, e cresce nelle periferie di New York, a Long Island, dicono le sue note biografiche. Studia arte alla SUNY (State University of New York) a Buffalo ed è respinta all’esame di fotografia per insufficienze tecniche nelle fasi di camera oscura. Tutto ciò però non è male, dimostra una certa intelligenza della ragazza… la fotografia non si insegna, si può solo fare, e sono poche le cose che spingono qualcuno verso la fotografia… o la voglia sfrenata di fare i soldi, finire in televisione e frequentare le puttane della “buona società” o, a seconda delle passioni e turbolenze generazionali, per evitare di finire in galera. Il trionfo della barbarie o della merce viene dopo. Quando ciascuno comprende che la fotografia è la continuazione della politica con altri mezzi e si fa complice della morale di padroni che impera nel mondo.

In un primo momento, la Sherman si dedica alla pittura, lavora su immagini di giornali, riviste, fotografie… si accorge presto che la cultura popolare dei mass-media è fonte di curiosità e interesse, e che non è poi tanto difficile essere compresi da galleristi e pubblico. Scopre così l’autoespressione e dicono che nei suoi autoritratti riesce a far coincidere l’arte concettuale con la fotografia personale. La giovane fotografa ha le idee chiare: “Quando andavo a scuola stavo cominciando a essere disgustata dalla considerazione religiosa e sacrale dell’arte, e volevo fare qualcosa… che chiunque per strada potesse apprezzare”. Bello! Sembra perfino vero! Nel 1975 scatta la prima delle sue Serie. Si autoritratta in diversi personaggi (clown o bambina, fa lo stesso) e suscita subito un certo interesse nell’ambiente artistico. L’anno successivo si laurea e si trasferisce a New York. Nel 1981 espone nella galleria Kitchen e intanto lavora a quelle auto-immagini (Untitled Film Stills) che la renderanno famosa ovunque. Da allora il successo è travolgente. Lei è sempre interprete di se stessa, anche se i ruoli mutano. La noia è profonda, il consenso dilagante.

Tra il 1983 e il 1994 si occupa anche di moda ma non sembra lasciare traccia di grande nobiltà dell’immagine “colta”, ed è forse un merito. Nel 1995 riceve l’ambito riconoscimento da parte del “grande apparato” artistico newyorkese e il MOMA acquista per un milione di dollari le sessantanove fotografie di Untitled Film Stills, che saranno esposte nel suo tempio. Tra gli sponsor c’è anche Madonna, che come sappiamo di mercantilismo della musica se ne intende (Madonna non si può ascoltare senza mettersi dell’ovatta nelle orecchie, come del resto i beniamini della buona borghesia inglese, i Beatles, o gli arrabbiati all’acqua di rose, i Rolling Stones)… il gusto delle sue immagini o i film che ha interpretato non sembrano raggiungere livelli estetici di un qualche interesse (che non sia una beffa economica). Nel ’97 la Sherman dirige Office killer, una commedia horror piuttosto convenzionale, ignorata dal pubblico (che non significa nulla) e accolta con clamore da qualche critico indirizzato (e questo significa molto). La Sherman vive a New York, giustamente consacrata dalla cultura dominante a “epicentro” dei propri affari, lì continua a sfornare la sua arte concettuale e negli ultimi anni sembra essere stata folgorata sulla strada del Surrealismo.

1 Felix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2004

Gli stereotipi allo specchio della Sherman, disseminati in Centerfolds or Horizontals, Pink Robes, Disasters, Sex Pictures o History Portraits… non sono opere che lavorano sulla decostruzione dell’immagine né hanno un valore comunicativo che evolve il linguaggio visuale o contaminano la “ritrattistica classica”, come è stato scritto. Vero niente. Le auto-fotografie della Sherman decantano il perfomante, l’oggetto della fascinazione, la doppia astrazione artista/soggetto e la simulazione riverbera nel simulacro di un mondo a perdere… la differenza tra schermo e immagine contiene la scomparsa di ogni forma d’alterità. L’abisso della fotografia all’improvviso si popola di fantasmi di falsa resistenza e d’insubordinazione celebrata che vogliono debuttare cominciando dal sofà. I fotografi fanno la propria storia e spetta a loro farla consapevolmente. Coloro che vogliono la libertà senza imparare a vivere, come a morire, dimostrano di non meritarla.

Digressione necessaria per comprendere meglio la stupidità della fotografia mercatale. C’è più verità in un atto d’insubordinazione che in tutte le fotografie del mondo, e tutte le fotografie del mondo non valgono un caffè con un amico o un colpo di pistola preso al cuore per la conquista di una società di liberi e uguali. Se la fotografia della stupidità (digitale o analogica è la medesima cosa) non rassomigliasse perfettamente al talento, al progresso, alla speranza o all’arte fotografica per tutti… nessuno vorrebbe essere stupido. Con una fotocamera da esibire nello spettacolo infame, cialtrone, vigliacco che gli stupidi della fotografia (amatoriale o professionale) celebrano perfino al cesso… tutti si sentono artisti e mostrano ad ogni sfogliata dell’industria culturale o elettorale (sempre più penosa) che il confine tra stupidità e vanità è banalizzato per il fatto che solo gli ironici, i cinici o i liberi pensatori hanno il pudore di nasconderlo… insomma dietro un bel fotografo c’è spesso un bello stupido.

Ci sono fotografie che malgrado la loro banalità espressiva raggiungono il riconoscimento mercantile di Christie’s o con la loro ferocia acquisiscono il Premio Pulitzer… una fotografia di Andreas Gursky (Rhein II, stampata nel 1999) è stata battuta da Christie’s a New York per 4,34 milioni di dollari… si tratta di una veduta del fiume Reno, incastonato tra due sponde verdi e il cielo piovoso… l’immagine di Gursky è di una stupidità estetica di non poco conto… il fotogramma di un qualsiasi film western di John Ford o una sola immagine (imperfetta) di donne e uomini in rivolta della Rivoluzione dei gelsomini basta a gettare tutta l’arte di Gursky nella pattumiera e restituire alla storia la verità che le compete. E dire la verità in ogni campo della comunicazione è un atto rivoluzionario.

Rhein II spodesta un’altra fotografia della stupidità celebrata, Untitled #96 dell’artista americana Cindy Sherman, battuta all’asta, sempre da Christie’s, per 3,89 milioni di dollari. L’immagine (48”2×36”) raffigura una ragazzina con la maglietta di colore arancione, una gonna bianca e arancione appena solle- vata sulle cosce (le gambe non si vedono), ha una mano quasi chiusa vicino alla testa (si notano le unghie laccate di rosso) e nell’altra, appoggiata su una gamba, tiene un pezzo di carta (una pagina strappata dall’elenco del telefono)… il pavimento è di mattoncini giallo-oro, la bocca semiaperta e le labbra dipinte con rossetto rosso, lo sguardo perso verso qualcosa lontano… quando i fotografi non hanno niente da dire, non hanno una visione autentica di ciò che fanno, non si parla che di letteratura… è difficile non trattenere il vomito di fronte a tanta stupidità applicata alla fotografia… il mercato dozzinale d’alto bordo che compra l’arte, anche la più infima, è il medesimo che ri/produce un’umanità di Bibbie e cannoni.

Anche la fotografia con la quale Kevin Carter ha vinto il Premio Pulitzer nel 1994, “Stricken child crawling towards a food camp”, scattata in Sudan e che per molti rappresenta il simbolo della carestia e dalle fame nel mondo… a noi sembra invece esprimere una visione “cannibalesca” della verità. È un giorno di marzo del 1993… Carter vede una bambina poco distante dal suo villaggio che sta mo- rendo… un avvoltoio la segue, in attesa di farne il pasto… il fotografo aspetta il momento decisivo e dopo una ventina di minuti scatta l’immagine… poi va sotto un albero a parlare con Dio e pensare a sua figlia (racconta lui)… quando gli fu assegnato il prestigioso Pulitzer e i giornalisti chiesero che fine aveva fatto la bambina, Carter non dette nessuna risposta… il 27 luglio 1994 (scrive una lettera alla figlia e alla moglie, dalla quale si era separato) e si lascia morire con il gas nella sua auto. Aveva detto: “Ero sconvolto vedendo cosa stavano facendo. Ero spaventato per quello che io stavo facendo. Ma poi le persone hanno iniziato a parlare di quelle immagini… così ho pensato che forse le mie azioni non sono state poi così cattive. Essere stato un testimone di qualcosa di così orribile non fu necessariamente un male”. Il mondo perde l’innocenza di una bambina, la fotografia solo uno dei tanti fotografi incensati dal gusto del malsano. Fare una fotografia è un atto etico o non è niente… dipende dal modo di come si fa o si evita di fare una fotografia… fotografare significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, spargere i propri segreti là dove la verità e la bellezza contiene la giustizia sociale… fotografare è una provocazione, una visione altra della realtà che si situa oltre ciò che è e denuda ciò che sembra essere. La fotografia della violenza contiene il vocabolario della stupidità.

II. L’immagine allo specchio

L’auto/immagine allo specchio della Sherman figura una catenaria di soggetti che ripresentano in forma di “santino” o di quotidianità desacralizzata il tempo dell’illusione… qui i corpi, i territori, gli affetti sono chiamati a confrontarsi con l’arte concettuale del dispositivo fotografico e costruiscono sì nuovi spazi, relazioni, poetiche altre della realtà, tuttavia non producono né intaccano i legami sociali, politici, etici come luoghi del conflitto aperto, ma anzi smaterializzano la potenza dei corpi come tensione espressiva affabulata contro le relazioni di diserzione dal tempo presente. La fotografia dello specchio non “canta” gli uomini e le loro utopie, ma le merci e le loro piccole passioni.

La coscienza dell’artista/spettatore è prigioniera di un universo banalizzato, delimitato dallo specchio/spettacolo dietro il quale è stata deposta la sua esistenza e la sua arte, non conosce più se non lettori fittizi che la intrattengono nell’esposizione mercantile e nella politica della loro riproduzione consumata… lo spettacolo, in tutta la sua estensione omologante, è il segno/specchio della vita quotidiana… in questo senso la produzione artistica della Sherman, mette in scena la falsa via d’uscita di un autismo generalizzato e immagazzinato nei gazebi dell’ordine costituito. Il documentario di Lynn Hershman Leeson, !Women Art Revolution (2010), incensa la Sherman tra le artiste rivoluzionarie del proprio tempo! Figuriamoci! Il sagrato dell’arte d’avanguardia è salvo! Insieme ai dollari dei mercanti! È ridicolo mettere nello stesso avanspettacolo Pascal e Warhol! A parte Epicuro, che aveva in disprezzo sia la folla che la nobiltà, anche quella dell’arte, tutto è spettacolo della menzogna. Ecco un motivo in più per celebrarlo come un santo eretico.

Le esibizioni iconografiche della Sherman, certo gustose, ironiche e qualche volta graffianti… non importa se in bianco e nero o colorate… contengono senza dubbio un certo fascino dell’inconsueto ma sono molto distanti dalle stagioni irriverenti e libertarie dell’opera Surrealista nel suo insieme… le fotografie/specchio della Sherman hanno poco a che fare anche con gli strappi del profondo della psicoanalisi (come qualcuno ha creduto di vedere) e vanno ad istituire invece una sorta di album di famiglia che sfocia nel grottesco o nella commedia di costume. Così la sposa, la bambola, la diva, la serva o la signora dabbene… restano icone ben fatte e fortemente connotate nell’arte di straniamento della fotografa che sostituisce il reale con forme fantastiche e diviene idealizzazione della “diversità” e teoria generale del consenso (Verga, Brecht, Šklovskij o i formalisti russi sono un’altra cosa)… il carattere del feticismo, ricordiamolo, è lo spettacolo dei “segni” che cementa ogni forma di vivenza nei rapporti di produzione mercantili. “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini” (Guy Debord). Lo spettacolo imperante è allo stesso tempo il risultato e il progetto dei modi di produzione, consumazione e soggezione della società esistente.

Il cuore messo a nudo della fotografia non nasce dai fiori del male di Charles Baudelaire, come si potrebbe sospettare, o dal maldestro contrabbando di fucili di Jean-Nicolas-Arthur Rimbaud, come qualcuno avrebbe l’ardire di pensare e inoltre sostenere che la “stagione all’inferno” della fotografia sia ormai cosa da lebbrosi dell’immagine sociale. C’è una mistica fotografica del mercantile e una fiorente attività sinistrorsa delle scritture fotografiche che continuano a fondare il loro successo e consenso sui miti valoriali di sangue vestiti: Lavoro-Famiglia-Patria. In molti si oppongono a quella minoranza di poeti senza livrea che lavorano sull’orlo degli inferni sociali e chiedono il rispetto dei diritti umani, l’uguaglianza dei godimenti e fanno del genio collerico della disobbedienza il reincanto del mondo e il viatico per la ricerca della felicità.

Per chi come noi è stato allevato nella pubblica via, ogni forma di autorità è intollerabile, ogni sorta di sottomissione insostenibile, ogni servitù volontaria impraticabile… in questo senso ci è impossibile amare tutti gli incantesimi espressivi del narcisismo… non siamo abbacinati dalle opere truccate al bello dell’artista impegnato né siamo dei coglioni che credono alla politica dell’impostura che fa del parlamento un bordello senza muri, dove ciascuno fa professione d’inganno e di abuso contro i loro elettori… il prete poi, che fa della conversione una vera e propria opera di predazione dei poveri più poveri della terra, ci è più estraneo del boia di Londra… lui almeno sapeva impiccare ladri, puttane e poeti del libero spirito con quel filo di classe che si addice agli aguzzini che hanno studiato almeno un po’ nei collegi dei salesiani o nei giardini dei re… dalle scuole pubbliche ci escono solo poveri, emarginati e ribelli… tutta gente che non tiene in grande considerazione né Dio né il Padrone. Immaginare la bellezza aurorale delle costellazioni non ha cambiato certo il nascere e morire delle stelle, né ha svelato il mistero del nero nel quale sprofondano… ciò che ha mutato lo stato di cose esistenti è stato il modo di leggere il cielo di notte e comprendere che la bellezza e il profumo del biancospino possono influenzare il destino delle costellazioni… questo per dire che nella galassia della fotografia non c’è stato un inverno senza aver visto cadere un mito, né una primavera in cui non siano nate altre folgoranti meteore, né un movimento di dissidenti a tutto che non sia stato soppresso per mancanza di coraggio… il tempo dei poeti dello stupore e della meraviglia è sorto con la nascita della fotografia, anche… il tempo degli schiavi e dei padroni con la sacralità dell’arte trasmutata in merce, lo stesso tempo.

Pino Bertelli

La grande fotografia, la fotografia degli immortali, muove le montagne dell’indifferenza, qualche volta le conquista e rende migliore l’umanità.

Schermata_2021_04_06_alle_17.02.27.jpgSchermata_2021_04_06_alle_17.09.00.jpgSchermata_2021_04_06_alle_17.12.26.jpg

Eve Arnold Sulla fotografia al tempo della gioia

I fotografi di genio
sanno calcolare la durata
delle loro istantanee,
una durata di rêverie.
Il poeta fa la stessa cosa.
Allora ciò che affidiamo alla memoria
è nostro, è di nostra proprietà, è in noi.
Dobbiamo possedere il centro
dell’immagine di un attimo intero.
Gaston Bachelard


I. Il cantico delle illusioni

Merda! Ogni volta che la fotografia mi sembra concepibile fuori dalla civiltà dello spettacolo integrato o dalla domesticazione sociale, ho l’impressione di essere toccato dalla grazia dell’eresia e penso che occorra un minimo di stupidità o di coraggio per affermare un innegabile piacere o un’inclinazione naturale alla sovversione non sospetta dell’ordine costituito… l’impazienza di scannare i profeti dell’impostura e della falsificazione è forte… le grandi verità si dicono con un coltello in mano o una macchina fotografica che muore di , diceva… nulla eguaglia l’oblìo del piacere, non ci sono farabutti, malfattori o ribelli da rimpiangere… l’intenzione di ciascuno è di portare a buon fine il crollo delle illusioni su un “buon governo”… in ogni grande fotografo alberga un’anima di assassino… i soli avvenimenti notevoli di un’esistenza sono le rotture irrimarginabili o le visioni da ritardati mentali… la felicità suprema è al fondo del filosofo o del poeta che s’impicca all’epifania dello stupore o della meraviglia… a parte la fotografia della gioia, tutto è menzogna.

In fondo a una fotografia c’è sempre uno stupido o un criminale… l’abbiamo detto… solo i poeti autentici conoscono la realtà dispersa nella rêverie dell’infanzia prolungata o scippata ai cumuli di povertà delle società consumeriste… il cantico delle illusioni mediatiche calpesta le stagioni del ricordo e non c’è più sognatore in grado di fare una fotografia agli oppressi e al contempo sbattere la fotocamera sulla testa degli oppressori… lo spettacolo indecente dei mondiali di calcio in Sud Africa ne sono stati un esempio… milioni di persone muoiono per fame e sete o sono uccisi in guerre fratricide (sostenute dai servizi segreti dei paesi occidentali, dei regimi comunisti o dai bravacci delle multinazionali…) e non c’è stato nemmeno uno straccio di brulotto di antiche memorie corsare, fatto saltare sotto il culo di giocatori, allenatori, dirigenti, giornalisti, star cine/televisive, generali, re, papi o capi di Stato… che proteggono i colonialismi dei ricchi e perpetuano la miseria dei poveri. Il petrolio, l’oro, i diamanti, l’acqua, l’uranio… sono le divinità dei poteri forti della terra e basterebbe conoscere la storia di un asino (Platero y yo, di Juan Ramón Jiménez)1 per comprendere che quando la nostra esistenza ci sfugge o viene calpestata, viviamo in quella dei nostri bastonatori. Un asino come Platero o un ribelle come Buenaventura Durruti 2 sono stati in grado d’interpretare le grandi immagini /rêverie del loro tempo e ci hanno rivelato l’autenticità e l’intimità del mondo.
Nella fotografia dello stupore, come nella via crucis di Platero o la rivoluzione di Spagna del ’36 di Durruti, c’è l’incantamento della vita. Lo sguardo di un fotografo della gioia conduce in luoghi dove l’immaginazione abita un’altra casa… ecco perché ci sono frotte di coglioni che vagano sui marciapiedi della terra come puttane sfiorite in cerca di qualcosa da fare, da fotografare o più semplicemente da ficcare dentro le loro macchine fotografiche (non importa se analogiche o digitali)… la stupidità non ha frontiere e questo le multinazionali dell’imbecillità protetta lo sanno bene… ecco perché è utile costruire (con ogni dispositivo di comunicazione) qualcosa di reale nella sua diserzione.
Esprimere una fotografia di resistenza e insubordinazione significa mettere fine alla genealogia delle passioni tristi e non accettare l’odio professato dalle religioni monoteiste, democrazie autoritarie e regimi del comunismo applicato alla forca e ai campi di sterminio 3. La fotografia cambia di segno nell’epoca dello spettacolare mercantile, in cui la sostanza dell’essere piange lacrime e rabbia manipolate dai governi del crimine giustificato.
La fotografia, tutta la fotografia (o quasi) prende coscienza del nostro dissidio o è poca cosa. Nell’onirismo incantato della rêverie non si muore mai.
L’adolescenza originaria ci aiuta a fantasticare, a prendere i propri sogni per la realtà, a percepire i valori dell’immagine e fare della luce nuova (non solo in fotografia) i sentieri libertari di un’infanzia mai conclusa. Più guardo l’estetismo seriale della fotografia corrente, più trovo conforto nell’immaginale di un asino o nelle rêveries insorgenti di uomini della disobbedienza… “Il mondo comincia per l’uomo con una rivoluzione d’animo che molto spesso risale all’infanzia” (Gaston Bachelard) 4. Nel ricordo nasce la rêverie e nella rêverie ritorna e insorge la bellezza primitiva dell’amore dell’uomo per l’uomo. Eve Arnold si racconta: “Sono nata povera, in America, da genitori immigrati russi. Ho cominciato a lavorare presto e, lavorando, dovevo provare me stessa. L’atmosfera a volte competitiva di Magnum è stata uno stimolo in più.
In quanto donna, ero in una posizione privilegiata sebbene sentissi spesso, da parte di alcuni colleghi, quell’attitudine da benevola pacca sulla spalla e da «su, ragazzina». Non c’è da meravigliarsi se ho dovuto cercare di essere brava almeno quanto gli uomini: il mondo era duro là fuori. La scommessa più grande era riuscire ad utilizzare il mio essere donna nel modo migliore – mi dava uno spessore unico, in un mondo tutto maschile.
I sessi pensano in modo differente, lavorano in modo differente, allora perché non essere me stessa? Questa è finita per essere la decisione più saggia che abbia mai preso. Eravamo giovani e idealisti, e facevamo parte di una «confraternita» piena di contenuti e competizione. Quando Werner Bischof e Bob Capa sono morti, nel 1954, ci siamo di colpo sentiti senza leader – meglio, ci siamo sentiti senza padre. Avevo fame di risposte e il bisogno di conoscere mi ha portato a imparare la professione che mi avrebbe permesso di viaggiare nel mondo, di vedere molti paesi e molte culture, di valutare nel giusto modo quel che vedevo e di cercare di comprendere quel che vedevo e fotografavo secondo la mia esperienza. Cosa mi ha guidato e portato avanti attraverso i decenni? Qual è stato l’impulso? Se dovessi usare un’unica parola, sarebbe «curiosità».
La curiosità è stata una sfida costante. La grande capacità della fotografia di essere imprevedibile mi ha sempre affascinato.
Le possibilità sono infinite. Le decisioni su cosa includere e cosa escludere, l’inquadratura, il lavori o nel cercare di cogliere il momento giusto, di guardare la luce muoversi su di un viso, il caleidoscopio di emozioni da cui poter scegliere – tutto così vario e intercambiabile.
Le domande della fotografia alla ricerca di risposte si intrecciano inevitabilmente con la vita delle persone” 5.
Basterebbero queste parole e andare a vedere/leggere le immagini amorose della Arnold per comprendere l’autorevolezza etica ed estetica di un poeta della storiografia fotografica. Siccome noi consideriamo, come i gitani, i briganti di confine, i situazionisti del Maggio ’68 (o Rabelais, Swift, Villon, la Banda Bonnot, Céline…) che la verità non vada mai detta che nella propria lingua, perché in quella del nemico regna la menzogna… ci avventuriamo nell’iconografia della “signora del bello” che ha fatto del meraviglioso una catenaria d’istanti scippati alla conservazione dell’ordine, dove l’impossibile è abolito. La purezza non esiste… esiste l’imperfezione dei piaceri che trascolora la gioia o la malinconia in arte.
La Arnold è una maestra della fotografia… non c’importa qui incensare la sua visione dell’umanità, né entrare nella dossologia della sua poetica figurativa… bastano alcune annotazioni per far comprendere il suo percorso esistenziale e creativo. Eve Arnold nasce a Philadelphia (USA) nel 1913. Nel 1946 va a lavorare in uno stabilimento di ritocco fotografico e nel 1948 frequenta un corso di fotografia per sei settimane (dove non impara nulla della fotografia viscerale che le è propria). Già nel 1951 diventa membro associato di Magnum Photos e nel 1955 membro effettivo della più celebrata (non sempre a ragione) agenzia fotografica del mondo. Di qui in poi le sue fotografie, i suoi libri e la Arnold ricevono consensi e riconoscimenti internazionali (lauree honoris causa ed altri addobbi che comunque contano nell’elencario di un artista, almeno per cattedratici e mercanti), tuttavia lei non tralascia mai la capacità di osservazione della realtà, ancora oggi (che ha raggiunto i 98 anni in una casa di cura in Inghilterra) le sue fotoscritture dal vero non temono l’avanzare del tempo né il tramonto degli oracoli.
I filologi, storici, critici più insigni dell’arte fotografica ricordano il mentore della Arnold, Alexey Brodovitch (designer, fotografo, art director russo)… uno dei pionieri dell’editoria divistica/confessionale americana… che ha insegnato il mestiere a gente come Richard Avedon o Irving Penn… il che è tutto dire, in fatto di estetismo ed estetizzazione della fotografia “leccata”, anche. La fotografia di moda, la rivista Harper’s Bazaar, il lavoro grafico/pubblicitario per aziende quali Steinway & Sons, Helena Rubinstein o Elizabeth Arden… sono la rappresentazione sofisticata fino alla nausea della suo passaggio sulla terra… Brodovitch sembrava non sapere che l’onore e la gloria (sui campi di battaglia come nella civiltà dell’apparenza) costituiscono falsi valori e virtù ridicole… tuttavia questo cantore dell’estetica del vuoto e del nulla d’autore, compreso le sue fotografie (compiaciute) dei Balletti russi di Sergej Pavlovič Djagilev nel 1945 (che hanno fatto conoscere la magia delle danze di Vaslav Nijinsky o Anna Pavlovna Pavlova) e sono state oggetto di fama imperitura (non tutta immeritata) nella storia del design grafico e della fotografia modistica, concettuale… in sintesi, l’intera produzione artistica di Brodovitch è più dolcificata di uno zuccherificio che ancora impera nell’epoca delle credenze imposte dalla videocrazia e dal feticismo della merce come credo dell’economia-politica. Le puttane dell’Emporio Armani, Dolce & Gabbana o Valentino… (“sarti d’alto bordo”, servitori della “nobiltà” dello spettacolo, senza un’oncia di bellezza regale né un filo di pudore per il sublime materico delle origini)… escono direttamente da questo confortorio del falso bello e mostrano che i poeti sovversivi del costume sono “più rari degli imbecilli [della sinistra, specialmente] incapaci di pensare al di fuori delle categorie dell’epoca”(Michel Onfray)6 che li adora come santi nel paradiso dell’idiozia.

II. Sulla fotografia al tempo della gioia
La fotografia al tempo della gioia è esplosa negli anni ’60… per poi trovarsi a fianco degli insorti del Maggio 1968 a ogni angolo della terra… le immagini immortali dei Lewis Hine, August Sander, Roman Vishniac, Robert “Bob” Capa, Tina Modotti, Diane Arbus, Henri Cartier-Bresson… avevano lasciato nell’immaginario delle giovani generazioni la voglia e il desiderio di cambiare il mondo… si trattava di stare contro il male e scegliere il bene… differire dalle virtù insegnate e individuare nella disobbedienza la fine dei divieti e delle repressioni… la fotografia fatta con in testa queste idee significava esprimere una contro-morale e disvelare anime e corpi degli angeli ingannatori di ogni potere. Il piacere di chiamarsi fuori dall’oppio pedagogico della morale dominante, invitava alla dissolutezza di ogni principio imposto e al di là del bene e del male si percepiva ovunque l’imminenza di un rovesciamento di prospettiva dello Stato imperialista delle multinazionali e la possibilità di una vivenza differente della vita quotidiana. Se poi le cose sono andate diversamente è perché le lotte di quei giovani che nel ’68 si sono rivoltati (con tutti i mezzi necessari) contro i poteri storici e hanno perso (sono stati carcerati, uccisi o costretti all’esilio)… non hanno più avuto l’aderenza, il sostegno, la comprensione che il popolo aveva tributato alla Resistenza partigiana (ma solo quando il fascismo era crollato sui propri escrementi). Tuttavia quella stagione non è mai finita e la critica radicale dell’ingiustizia non è mai stata abbandonata… la grazia della ribellione libera di ogni colpa e nessuno può dire che la partitocrazia (connaturata con la Chiesa e i tenutari del libero mercato) non è un covo di serpi e criminali.
Le fotografie di Eve Arnold sono icone indelebili della nostra epoca… spaziano nella ritrattistica, nel reportage, nella scrittura fotografica d’impegno civile… negli anni ’50 la giovane fotografa ebrea si avvicina alle classi umili della società e la bellezza autoriale di quelle immagini le permettono di entrare nella Magnum, sotto il protettorato di Werner Bischof, Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. I volti/corpi che fotografa nelle periferie “nascoste” sono singolari… c’è amore per l’altro, mai sfruttamento della miseria… c’è pietà in quegli sguardi e posture schive all’estetismo della povertà… c’è grazia e comprensione fraterna per gli ultimi che si trova a fotografare in Cina, Russia, Inghilterra, Sud Africa, Afghanistan… non è una fotografia militante quella della Arnold, tuttavia ricusa ogni forma di edonismo e obbedienza a qualunque autorità.
La Arnold diviene famosa per le immagini di Gloria Swanson, Elizabeth Taylor, Richard Burton, Andy Warhol, Malcom X, Paul Newman, Joan Crawford, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Jacqueline Kennedy, la regina Elisabetta II… che le riviste illustrate si contendono a colpi di dollari… lasciamo ad altri (più inclini alla seduzione, alla fascinazione delle mitocrazie) l’esplorazione estetica di queste fotografie (sovente anche straordinarie) che a noi non interessano proprio… ne facciamo volentieri a meno di parlare di divi ubriaconi, regine tristi per il perduto impero, artisti/venditori di facezie o mogli di qualche presidente americano ammazzato da mafie che conosceva bene, in lacrime… siamo invece interessati a entrare nella scrittura fotografica della Arnold quando si accosta alla gente “comune”… a conoscere uno sguardo della tenerezza che ci sembra attraversare molte immagini scippate alla vita ordinaria di ogni-dove… quelle fotografie prese ai banconi dei bar, nelle strade metropolitane, nelle lotte per i diritti civili… i volti a colori della Cina, i gesti dei bambini, la malinconia dell’adolescenza… la bellezza delle ragazze afghane… l’intera opera fotografica della Arnold esprime la libertà del piacere e del desiderio e canta la liberazione del corpo.
Le fotoscritture di strada della Arnold si tagliano via dalla delinquenza patinata e dal banditismo editoriale… la gente “semplice” che fotografa trasmette libertà, uguaglianza e accoglienza… il suo sguardo rigetta la tolleranza come forma di pietà istituzionalizzata e i volti, i corpi, i gesti… riflettono la dignità degli ultimi o degli sfruttati dove ognuno è padrone della propria fame. I suoi libri meno sfogliati, cioè quelli non incentrati sulla figurazione divistica o personale di miti popolari (Marilyn Monroe, un apprezzamento, 1987, ad esempio), mostrano la discrepanza figurativa del vero all’interno di un tempo uniforme e omologato dalle ragioni del potere… ciò che ci tocca non è soltanto l’universo dolente che si leva dal suo fare-fotografia… è la consapevolezza della profanazione del sacro, la dissezione della cruda miseria come assassinio delle “belle promesse” dispensate dagli incensari della politica. La bellezza della fotografia sorge dall’ostinazione… è più facile intendersi con un freak che con l’opposto di un mostro… occorre una certa dose d’insolenza o sfrontatezza per non morire (ridendo) di fronte all’enorme produzione d’imbecillità della fotografia circuitata in gallerie, musei o sagre dell’arte estiva per turisti annoiati… il sorriso canzonatorio ci difende e ci libera da questo universo demente che si rifugia nell’eufemismo.

La fotografia antropologica (o di ricerca) della Arnold si lega a una filosofia radicale della diserzione che fuoriesce nei libri In Cina (1980) o In America (1983) e riproposta come strumento di conoscenza profonda del linguaggio fotografico in Eve Arnold’s People (2009). A differenza di molti fotografi del miserabilismo accreditati dalla storiografia ufficiale e abilitati allo studio nelle università (i maggiori si situano tra la disperazione e il compiacimento)… la scrittura del reale della Arnold riesce a svelare la verità della sua raffigurazione e mostrare il disprezzo per la fotografia (merce) edulcorata. Il carattere delle sue fotografie (sovente anche quelle più elementari) sono rivestite di un fascino estraniante e nulla hanno a che fare con l’introspezione simbolica o con l’immediatezza cronachistica. Le immagini della Arnold portano la cattività del mondo nella loro tessitura e la gioia contenuta che rivelano è tutta fuori dell’apparenza… è un atto figurativo, un evento etico strappato alle macerie della realtà.
La fotografia della gioia è una dissoluzione della realtà e il caos di questa repellenza del mondo può essere rappresentato meravigliosamente dall’evasione (non dalla fuga) da questo mondo… la fotografia della gioia non è altro che un mezzo per interpretare/figurare, attraverso il disordine delle idee, il disordine del mondo. La fotografia falsificata è stata inventata dal nemico… la sua veridicità è ingannevole… il valore autentico della fotografia si decide alla fine, quando artisti e padroni banchettano alla tavola dei giusti e lasciano cadere le briciole di pane per i cani, i lebbrosi e gli affamati… gli eretici finiscono nella storia della Chiesa scorticati vivi o dati in pasto al pubblico ludibrio… non è mai la fotografia ciò che vale, ma quello che dice.
Il furore creativo delle immagini della Arnold smaschera il visibile della omogeneità sociale e di contro mette in relazione la realtà del suo tempo con la storia che l’affossa. La sua poetica del disamore per l’estetica accademica rende ridicole le composizioni classiche e le affermazioni artistiche da bottegai della fotografia mercantile… la brutalità, la mediocrità o l’infamia dell’esistenza non le sono proprie e le ripugna anche la sottomissione del vero alle richieste del sistema dell’intolleranza. Sa che al servizio di tutti i poteri, colpevole è non ciò che è mostrato, ma come lo si mostra. Al culmine della disumanità si trovano sempre gli apostoli di “buone novelle” e i boia dello spettacolo dei supplizi… la fotografia del reale disvelato distrugge o fortifica l’individuo… la fotografia incensata e prostituita alle gogne del più forte la rende stupida… non si abita la fotografia come si abita una lingua… la fotografia non ha nessuna patria e la fotografia più grande designa ciò che viene dopo… “Vi è del ciarlatano in chiunque trionfi in qualsiasi campo” (E.M. Cioran)7. L’irresoluzione della fotografia è un cammino di perdizione e la sola fotografia compiuta è quella che ha spezzato il destino spettacolare/domestico del mondo.

3 Tiziana de Novellis, Il Larice di Daurija. Dalla Kolyma ai Laogai, La camera verde, 2008. Il numero preciso dei campi di lavoro forzato e dei detenuti è considerato segreto di Stato, pertanto imprecisabile. Inoltre, i campi vengono regolarmente chiusi o spostati in funzione delle necessità economico-produttive. La Laogai Research Foundation ne ha censito 1.100 sparsi su tutto il territorio nazionale, con circa 4-6 milioni di persone internate. Complessivamente, l’associazione stima che, dalla loro istituzione ad oggi, circa 50 milioni di persone vi siano state rinchiuse. Ciò significa che, mediamente, ogni famiglia cinese conosca almeno una persona che sia stata condannata ai lavori forzati

4 Gaston Bachelard, Poetica della rêverie, Dedalo 1972

5 www.magnumphotos.com

6 Citazione a memoria

7 E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996

Articolo tratto da:

LA FOTOGRAFIA RIBELLE

Edito da NdA Press ©2017

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Commentari sulla macchina/cinema nello spettacolo dell’Apocalisse

Agli otto lavoratori anarchici assassinati per lo sciopero del 1° maggio 1886 a Chicago, che rivendicava la giornata lavorativa di otto ore per uomini, donne e bambini…
finì con la morte di sette agenti (uccisi dal fuoco amico) e centinaia di feriti…
vennero impiccati dallo Stato e in seguito riconosciuti innocenti…
“Conrad Veidt (ufficiale nazista):
“Di che nazionalità siete?”.
Humphrey Bogart (Rick Blaine):
“Ubriacone”.
Claude Rains (Louis Renault):
“Allora siete cittadino del mondo”.
Dal film Casablanca (1942) di Michael Curtiz


Sappiamo bene che questi Commentari saranno conosciuti rapidamente da poche decine di persone… che sono abbastanza in questi tempi in cui la pandemia del Coronavirus sembra esigere il debutto di un sistema di dominio spettacolare che incatena con sempre più pervicacia gli uomini alla sopravvivenza e all’inessenziale… i funzionari del pensiero unico contano soltanto sulla potenza e l’obbedienza… i semi-deficienti e i furbi fanno affari coi morti come coi vivi… niente ci sembra più assurdo che andare a cercare la ragionevolezza dove impera la criminalità imprenditoriale, istituzionale, politica… chi si è macchiato di delitti non aspira alla forca ma alla salvezza divina o dello stato… è quasi sempre utile fucilare una virgola, con gli aggettivi ci pensiamo dopo… ciò che è importante e capire che tutte le belle idee sono sempre nate al di là di un limite.
A guisa di queste riflessioni insolenti sulla vita quotidiana, cercheremo dunque di stare attenti a non istruire troppo chiunque, Guy Debord, diceva, o era una puttana dabbene che mi ha iniziato ad amare in un’altra lingua?… è lei che mi ha detto: “Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli. Chi non ama le donne il vino e il canto, è solo un matto non un santo.
Chi è amico di tutti non è amico di nessuno… di fronte agli sciocchi e agli imbecilli c’è un modo solo per rivelare la propria intelligenza: quella di non parlare con loro, di non averci a che fare”… qualche anno dopo mi sono imbattuto in Schopenhauer e ho compreso che quella signora della strada lo leggeva in attesa dei babbei in cerca di una qualche inutile emozione… i forsennati della felicità non lo sanno né lo sapranno mai che la felicità appartiene solo a coloro che bastano a se stessi e fanno dell’allegrezza il principio del piacere interiore e la vera esistenza dell’uomo, della donna… ecco, così… ci costringeremo a scrivere, a un certo grado di qualità, sull’impronta tangibile di un’epoca che sarà stata tutto tranne che intelligente.
La macchina/cinema e i mezzi di comunicazione di massa, maneggiano le parole, le immagini, i sogni con l’esuberanza e l’odiosità di accontentare tutti i pubblici… i consumatori, i clienti, gli attoniti… la fabbrica delle illusioni è una derelizione per gli spiriti liberi che solo sulle rovine d’ogni spettacolo si mettono a ridere… e a volte si alzano in piedi ad applaudire lo schermo incendiato di verità, anche… come ci è capitato di vedere qualche anno fa alla fine della proiezione di un film di Gillo Pontecorvo, Ogro (1979)… si trattava dell’attentato all’ammiraglio franchista Luis Carrero Blanco da parte di partigiani dell’ETA (un’organizzazione che lottava con le armi per l’indipendenza dei paesi baschi)… l’auto del capo del governo spagnolo salta in aria oltre il quinto piano di un palazzo e cade sulla terrazza del cortile… il cinema a volte ci riserva momenti d’inaspettata contentezza… non si tratta di portare la rivoluzione nelle strade, ma nelle anime, dice il film… noi che siamo dei provinciali senza tristezza né confessori, ancora speriamo in epoche sincere dove danzare sulla testa dei re era una festa… qualsiasi opera d’arte è viva e vera solo se è una protesta. Il dissidio viene se lo allevi dentro di te, è un esercizio di trasfigurazione… è per questo che il Bolero di Ravel ha avuto un ruolo importante nella nostra vita… perché ci ha fatto sognare tanto il modo indecente di fare l’amore, quanto di far saltare i castelli nell’ora del tè.

Certo, in ogni forma del comunicare ci sono sempre stati i contrabbandieri dell’immaginario liberato e ci hanno insegnato che per aprirsi ad un’altra realtà, bisogna far esplodere le formule, le categorie, i recinti nei quali è confinata la cultura dell’inganno… il cinema dell’inconvenienza ha i suoi lebbrosi maestri e basta entrare nei film universali di — Robert J. Flaherty, Carl T. Dreyer, Friedrich W. Murnau, Sergej M. Ėjzenštejn, Georg W. Pabst, Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu, Orson Welles, Robert Bresson, Jean Vigo, Jean-Luc Godard, Luis Buñuel, Roberto Rossellini, Jean Renoir, John Cassavetes, Werner Herzog, Pier Paolo Pasolini, Jean-Marie Straub o Guy Debord —… per comprendere che qui il cinema assume lo statuto d’opera d’arte e che si può vedere perfino in una fogna. Li abbiamo visti nel buio delle sale cinematografiche i loro film… magari con una vecchia matta che masturbava la nostra inquieta giovinezza… a abbiamo pianto, riso, ci siamo incazzati e soprattutto hanno schiuso la gioia eretica di un’infanzia interminabile.
In questi tempi impestati di malattie del corpo e della mente… i cinema sono chiusi ma il consumo dei film è di colpo aumentato nelle televisioni, internet, canali privati, quelli semi-clandestini… la vita ordinaria agonizza nell’isolamento dell’epidemia ma il cinema non cessa di portare conforto ai probi d’ogni mercato ed è più falso di Dio (quello che i fedeli mangiano nell’ostia la domenica)… nel momento che dice d’emanciparsi nella contemporaneità, il cinema (sempre a favore della massa contaminata e bisognosa di distrazioni), si distrugge sempre più nella sterilità spettacolare che lo divora.
La più colossale impostura linguistica/mediale in atto sta trasformando il dispotismo istituzionale in un’inconsistenza soggettiva e collettiva che non riesce ad evadere dalla propria inerzia e capacità di risposta comunitaria… la frode è che tutti cercano la salvezza nella carcassa della storia (dei potenti) e trovano un po’ di consolazione soltanto nei sommersi e nei salvati dall’Apocalisse.

A ritroso. L’abbiamo scritto altrove e lo ribadiamo qui come prologo alla macchina/cinema nello spettacolo dell’Apocalisse: Gli eventi soggettivi più profondi sono anche i più universali, perché in essi si tocca il fondo originario dell’esistenza… dagli antichi sappiamo che le pandemie (come la peste o quelle legate ai virus, più o meno conosciuti), contengono anche un’inclinazione filosofica o pratica di sopravvivenza… e mostrano quanto sia debole o illusoria la credenza che i produttori e gli utilizzatori della scienza possano tutto contro i patimenti o l’agonia della vita, specie quando la vita di milioni di persone è gestita da un numero ristretto di profittatori, saprofiti o potenziali assassini della condizione umana… e in ogni era hanno trovato sempre un seguito di “zucche pelate” o “zucche vuote” a sostegno dell’oppressione, della dominazione violenta e brutale dei loro padroni.
Non si dimenticano le lacrime né le umiliazioni e dal sottosuolo prima o poi usciranno memorie indimenticate e faranno luce dove tutto è il buio dell’apparenza… darei il mio cavallo di legno di bambino per vedere i cattivi giudicati per la loro bontà corrotta… e anche le poesie di Neruda, troppo proletarie per essere vere… e anche tutto il cinema di Sergio Leone, troppo stupido per non piacere a folle inebetite di musica e pistole… una storia è finita quando non è più capace di generare schiavitù.

D’ora in poi, il capitalismo parassitario dovrà fare i conti non solo con le periferie del mondo che stanno chiedendo — con tutti i mezzi utili — la fine delle disuguaglianze… e prima o dopo, burattinai e burattini che governano in questo modo e a questo prezzo finiranno nelle cloache dalle quali sono venuti… ma da adesso in avanti saranno costretti a fare, e noi con loro, attenzione all’imprevisto, all’inconcepibile, al disastro ambientale nel quale è precipitato il pianeta e del quale sono i primi responsabili. Dopo la desertificazione, l’incendio delle foreste pluviali, lo sfruttamento massivo delle risorse minerarie della Terra, le guerre, la fame, la sete, i neocolonialismi, la sovrapproduzione di merci… arrivano le epidemie planetarie, ora un virus, domani altri virus che si spanderanno nel genere umano con così tanta tragedia, terrore e impotenza che nemmeno le carneficine dei conflitti armati hanno mai procurato nelle folle, sempre serventi alle bandiere, agli ideali, alle fedi… si uccide e si viene uccisi perché una minoranza di arricchiti possa essere sempre più ricca e la maggioranza d’impoveriti sempre più povera.
Sfoderiamo un po’ di mancata saggezza… Pierre Teilhard de Chardin, padre gesuita, teologo, filosofo, paleontologo francese, ha profuso il sentimento umano con la compassione e ha chiamo “umanesimo” l’uomo armonicamente, pienamente evoluto che afferma l’unione fra l’uomo e Dio, fra l’uomo e l’uomo, fra l’uomo e il cosmo… è tra i primi a parlare di difesa della biosfera e ad estendere il monito che solo il sentimento di unità può difendere il mondo dalle aggressioni speculative… il Sant’ Uffizio fece ritirare le opere di Teilhard de Chardin da tutte le biblioteche perché i testi del gesuita « racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi che offendono la dottrina cattolica »… [per cui si imponeva al clero di allertarsi] « per difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli ». Avevano visto giusto! Negli scritti del “gesuita proibito” ci sono infatti le confessioni e gli anatemi disseminati (con grazia) contro le imposture o le infamie di universi convenuti… che riproducono un’umanità impoverita nella verità e nella dignità… almeno così l’abbiamo letto noi… perché mentre il boia riflette, riflette anche l’impiccato… e allora tutto ciò che riguarda la decadenza di un civiltà è anche il risultato di una mancanza di civiltà che la condanna all’atarassia… il sopraggiungere di epidemie, cataclismi, sciagure globali… sono il ritorno (o l’avvenire) del saccheggio del pianeta sfruttato nell’eccesso di violenze e sopraffazioni… ciò nonostante sono sempre pochi i fuochi del dissenso che si alzano contro la fede infausta di questo progresso.
Così mentre il virus miete vittime senza guardare ai ceti… le Borse alzano i dividendi (o li fanno fluttuare come vogliono per meglio determinare l’orientamento dell’economia politica e la sudditanza delle genti)… i telegiornali fanno vedere che si stampano i soldi e tutti ne avranno secondo i bisogni… l’intera “società civile” resta relegata a casa a parlare con il numero dei morti, dei contaminati e dei salvati sul divano… i senzatetto salgono sugli alberi e quando muoiono sporcano tutti i giardini (un vero disastro per i cani). Gli artisti dello Show business (il mondo degli affari che alimenta quello dello spettacolo)… calciatori, attori, registi, cantanti, presentatori, scrittori e intere famiglie di ammiratori… fanno i loro show alle finestre e sui social-network… i bambini dipingono arcobaleni sulle lenzuola e scrivono “Andrà tutto bene”. Niente di male… del resto questo è un Paese dove ha sempre trionfato la soggezione a un qualsiasi Mito, Tiranno o Simulacro, affinché soltanto la Favola della felicità sussista.
Il ballo in maschera di tutti con tutti si ripercuote di città in città, l’allegria (un po’ smorzata nell’edulcorato o nel mesto d’occasione) sborda dai media e anche le pubblicità s’ammantano di “solidarietà” (?!) in attesa di nuovi clienti all’apertura delle stalle… i giornalisti raccontano il virus con dedizione e impegno, certo… riportano con fedeltà quello che dicono le veline della Protezione civile e del governo e dichiarano lo stato di guerra… usano parole come prima linea, trincea, attacco al cuore del virus… fanno vedere contagiati ingabbiati nei lettini, bare, barelle, ospedali… i più impertinenti realizzano una qualche inchiesta sulla realtà incerta o celata della pandemia… qualcuno s’accorge che dottori, infermieri, vecchietti relegati in “case di riposo” (una sorta di segregazione pianificata secondo schemi non sempre leciti o addirittura criminali) o gruppi familiari contagiati che sono ormai allo stremo… non hanno bisogno solo di mascherine, guanti o tute di carta, ma soprattutto di un’attenzione o di una prevenzione sociale un po’ più illuminata… la Confindustria chiede il proseguo del lavoro (si può tradurre anche in continuazione dello sfruttamento) e un’intera nazione al confino non sa più a che santi (o padroni) rivolgersi (nessuno fa più l’amore e nemmeno le seghe)… l’intero assetto conviviale si riduce a portare a spasso il cane, farsi degli stupidi video e le catene della disciplina si stringono sempre più attorno ai corpi, alle idee, al futuro… il separato combatte il virus, è vero… e il virus esonda nell’umore temporaneo di speranza solo dopo un certo numero di morti… il virus diviene il più grande di tutti gli spettacoli (solo la bomba atomica di Hiroshima e il crollo delle torri gemelle di New York hanno avuto un simile risguardo mediatico) e ciascuno s’inventa inferni o paradisi inconcepibili. La paura nasconde le nostre ferite: c’insegna come sanguinare di nascosto. I resti di dignità li lasciamo alla storia dei vinti, scritta sempre dai pennivendoli dei vincitori.
La scienza (sovente a fianco del più armato o quantomeno non canta le lacrime degli uomini ma delle loro armi e merci), a forza di subordinare la salute della popolazioni alle leggi del profitto, ha trasformato uomini e animali in esperimenti di mutazione antropologica (Pier Paolo Pasolini, diceva) e con la conseguente distruzione della natura siamo entrati in un ciclo di distruzione dell’umanità… i deserti avanzano, i ghiacci si sciolgono, i cataclismi aumentano… l’urbanizzazione delle grandi città provoca l’immiserimento di milioni di persone… guerre e terrorismi sono diretti o allevati dai “servizi segreti” e mercanti d’armi (prodotte dalle grandi nazioni “civili” e dai regimi comunisti)… i soldi hanno il colore del sangue e se vengono ammazzate migliaia di persone che importa? La miseria dei poveri non conta, i profitti dei ricchi sì. I linguaggi del “valore d’uso” dominanti sono “chiacchiere” ben assestate nel cervello dei dominati, ma solo dai creatori di bellezza, verità, giustizia e del bene comune può venire la necessità di un cambiamento sociale: solo dalla liquidazione pura e semplice degli dèi può rinascere una civiltà.

La macchina/cinema nello spettacolo dell’Apocalisse, più di sempre, non genera nessuna libertà, ma riproduce l’illusione della libertà… la volgarità è contagiosa, la grazia mai, figurati il pensiero dell’uomo in rivolta… meglio fare film senza carattere che sopprimono l’eresia, che non vanno contro i dogmi o il corso delle cose, che manifestare una qualche disapprovazione dell’ordine costituito… è “spregevole chiunque aderisca alla propria celebrità, chiunque non ne sia umiliato ed esacerbato” (E.M. Cioran)… un uomo d’ingegno non tradisce il proprio talento, cioè, lo ruba, lo plagia, lo inventa… non è questa la definizione dell’Anarca che brucia l’arte sul sagrato dell’ironia?… che è l’arma dei “quasi adatti” o delle anime ferite… anche quella dell’assassinio delle buone intenzioni… non abbiamo mai avuto interesse per le cause votate alla santificazione di un mito… le nostre simpatie sono sempre andate a cause corsare che schiantavano il brulotto contro la nave del re… siamo sempre stati dalla parte dei perdenti e in questo non abbiamo perso mai… l’essenziale non si trova nelle arti, nei politici o nei governi, si trova nella strada (come l’amore o la fierezza) e lì vive o muore.
L’oligarchia mercatale è a lavoro… il totalitarismo tecnologico si occupa di sorvegliare e punire (dicendo il contrario), e proprio a partire dai momenti di crisi (come dicono i politologi dei salotti televisivi), gli specialisti dell’informazione disciplinata e controllata (se occorre anche col fucile, come nei regimi comunisti, ma non solo), sono richiesti dai ciechi e sordomuti della partitocrazia per inaugurare nuove custodie (ed espropri) dell’interesse pubblico e nuove rapine a favore dell’interesse privato… la pandemia muterà (non sappiamo per quanto o per sempre) entusiasmi e consolazioni… alla fine del deconfinamento si capirà meglio che nessuno è padrone del suo destino fino quando le iene dell’economia politica avranno l’opportunità di massacrare il mondo. “Quando si ammira appassionatamente qualcuno, bisognerebbe fargli il favore di assassinarlo” (E.M. Cioran), non per l’esagerazione dei suoi sentimenti truccati d’irresponsabilità, ma per lo spargimento d’imbecillità che permette a chiunque di fare dell’approvazione il purgatorio di tutte le schifezze parlamentari… la nostra sola indulgenza va agli ubriachi, ai folli, i dissoluti, ai ribelli, gli illetterati, a tutti quei cani perduti senza collare che non potremmo mai cancellare dalla faccia della terra, senza ucciderli.
I cani da guardia del potere sono sempre gli stessi e sin da quando l’uomo si è alzato in piedi e ha detto sì, mettono i loro saperi, fucili e patiboli al servizio del terribile (che può mutare solo con la deposizione dei carcerieri dell’intelligenza viva). Siccome abbiamo una mancanza d’attitudine a servire come ad essere serviti, e siamo attenti a leggere nelle sottoscritture di proclami impeccabili dei governi sul Coronavirus, e ascoltiamo gazzettieri a tutto campo che insegnano come porvi rimedio… ci sembra di scorgere una certa emancipazione della corruzione, anche… quando si discute il problema senza conoscerlo si fa certo una bella figura… ma quando ci parlano di ascoltare le persone che “contano”, sentiamo di trovarci in presenza di un cretino, diceva… le distanze fra parola e azione, condivisione e giustizia, fraternità e amore sono difficili da mettere insieme, specie per chi non li ha mai praticate… non è difficile essere in sintonia con un’atmosfera conviviale da fessi… basta lodare le qualità dei potenti, mai i difetti… basta scendere in basso più possibile ed esaurire gli ultimi respiri di rivolta in una bella cucina firmata da uno scemo vestito da chef (mi pare si chiami Carlo Gracco, i suoi omonimi non sono meno imbecilli, andrebbero destinati alla disinfestazione)… abbiamo una certa predilezione solo per coloro che sono stati espulsi, emarginati, suicidati dalla società… non sappiamo bene perché, ma siamo sicuri che nelle loro vite c’è davvero la bellezza (senza fama) dei maestri cantori della libertà.
Le sale splendenti della macchina/cinema sono ovunque chiuse… c’è voluto un virus per veder franare questi bordelli-multisale che di bello hanno solo i gabinetti… però, va detto, le poltrone sono comode… c’è il posto per la Coca-Cola, i pop-corn, le caramelle al veleno… puoi allungare anche le gambe e sputare le bucce dei semi in testa a qualcuno che s’infervora per l’ultimo film di Quentin Tarantino… e ci si può fare l’amore con passione, se non ci fossero gli effetti speciali in ogni cazzo di film… che ci obbligano a cercare una definizione anche nella scelta del preservativo (meglio niente, è più selvatico l’amore, ma come si fa a venire in un “gommino” senza rimpianti?)… non si può fare a meno di provare un certo disprezzo per un film pieno di frastuoni che interrompe una vampata di gioia.
Il capitalismo finanziario però sta da tempo diversificando la produzione, fabbricazione, circuitazione dei film su altri mercati come Amazon, Netflix, Sky e altre piattaforme digitali… i padroni dell’immaginario stanno allestendo un’estetica del cinema-televisione che orienta la ricezione nel prodotto, sempre uguale, secondo le richieste delle giungla televisiva… l’attorialità, la fotografia, la scenografia, la regia sono così seriali che un film vale l’altro… poco importa la storia che raccontano o l’insolenza creativa che potrebbero mettervi… i film sono costruiti per finire in televisione e a modici prezzi o interrotti dalla pubblicità che ne detta il valore… sono alla base di tutte le imprese commerciali (dai giocattoli ai cannoni, dai farmaci alle assicurazioni, dalle banche alle fabbriche) dell’egemonia del profitto. Al culmine dei no-stri rancori c’è comunque il sorriso e una torcia, ma solo per mostrare all’insignificante che non può regnare impunemente sulla stupidità.

Basterebbe leggere Diario dell’anno della peste di Daniel Defoe (scritto in maniera esemplare sulla scorta dei propri ricordi di ragazzo e riferimenti storici, documentali), per comprendere che la “cronaca” della grande peste che colpì Londra tra il 1664 e il 1666 (uccise oltre centomila tra uomini, donne e bambini, un quinto dell’intera popolazione) è uno dei tanti avvisi che il pianeta ferito e l’umanità impoverita hanno lasciato nella storia della modernità… il fatto è che ai costruttori (chi lavora) non tocca niente della ricchezza che producono, i padroni (gli sciacalli) si prendono tutto. Ecco, così… si tratta di riempire questo abisso di disparità con tutto quanto possa cambiare queste vergogne… finché resterà in piedi un solo padrone, il compito degli sfruttati, degli oppressi, dei violentati non sarà finito.
Lo spettacolare integrato della macchina/cinema è parte degli apparati mediali che dicono tutto sui comportamenti del pubblico e niente sul loro uso… siccome la storia del cinema, come quella del terrorismo, è scritta dallo Stato, quindi è “educativa”, qualcuno diceva… la modernizzazione della repressione dovrebbe riscuotere un qualche successo… tutto ciò che non è mai represso è in realtà sempre permesso… un po’ camuffato da scandali spettacolari ma dopo la scomparsa dai giornali, dalle tv e dalle Rete… tutto resta come prima… gli uomini assomigliano al tempo delle loro genuflessioni… quali che siano… importante è essere parte di una società perfettamente governata… criticabile (da chi?, forse dagli stessi che ne fanno parte e sono anche i persuasori occulti della domesticazione sociale?)… una società fluida, vaneggiante, infusa di successi quanto di fallimenti… elevata al culto del lavoro (a profitto solo dei nuovi padroni)… una società non trasformabile, non riformabile, non rivoluzionaria… aggrappata all’accumulo, al possesso nelle mani di pochi… e ci pensano la polizia, i tecnici, gli esperti, gli avvocati, i giornalisti, i letterati, i docenti, perfino i nani nei circhi della Borsa… a castrare la verità, e il loro valore consiste nel lasciare le cose come stanno.
Davanti a un tribunale degli angeli questi figli di puttana sarebbero condannati al taglio delle ali — ma non le hanno mai avute, ci dicono… allora passiamo alla testa, ci suggeriscono —… no, no… noi non siamo di quella gente e non facciamo queste cose, forse basta uno sputo in faccia, una pedata nel culo o l’indifferenza… trattati come meritano questi appestati di potere muoiono di paura sul ciglio di una discarica o li trovano impiccati con le cravatte firmate all’attaccapanni dei loro uffici… qualcuno riesce a fuggire (ma non per molto) nelle campagne da dove è venuto e si ritrova a spalare la merda, ma non sa fare nemmeno quello… disonorare la povertà gli riusciva meglio.

Dovunque regni lo spettacolo del potere, le sole asperità ammesse sono quelle che lo celebrano… l’espansione tecnologica lo dice: il mercato globale non può essere criticato da nessuno, in quanto è il sistema generalizzato e anche l’omertà che accomuna uomini e nazioni nella “felicità” realizzata… governata (come nessun’altra mai) tra il cinismo e l’elegia mercatale, ed esegue le sue sentenze sommarie attraverso la psicologia di massa della sottomissione. Con una certa insolenza da disturbati mentali, abbiamo sempre pensato che la psicologia è anche la malattia, se liquidiamo lo psicologo, cancelliamo anche la malattia… del resto, come il sociologo, ha preso il posto del prete… il sapere, l’aspersorio e il fucile sono sempre andati d’accordo.
La macchina/cinema nello spettacolo dell’apocalisse scolarizza l’entusiasmo a tutto… la radi-ce psicologia dell’adesione non vuole contraddizioni… cretini e militanti si ritrovano uniti nell’uso intensivo dello spettacolare e ogni linguaggio serve non tanto a parlare ma a mostrarsi amico della retorica bugiarda… la cancellazione della personalità accompagna sempre le condizioni dell’esistenza e come dice Guy Debord: “L’individuo dovrà perennemente rinnegare se stesso, se tiene ad essere un po’ considerato in tale società”. La plebe degli spettatori si sottomette alle logiche e alle leggi dei mercati, l’americanizzazione del mondo passa dalle imprese d’istupidimento di Hollywood e attraverso le serie-tv, televisioni, internet… immagazzinano film, telefilm, sceneggiati, concerti, supereroi, fumetti mercificati fino all’ossessione del sempre uguale… diffusi tra cataste di pubblicità vergognose, determinano il dominio spettacolare. E poi ci sono i festival e tutta la cricca (specie di sinistra, quella al “caviale”) di giornalisti, critici, produttori, registi, attori e perfino i trovarobe… che sostengono la ragione mercantile della macchina/cinema… certo, non c’è niente di più prestigioso e corroborante di un bel lieto fine, se il mondo è quello che è… l’arte non c’entra e nemmeno il filare di scimuniti che fanno le star, importa molto… la lebbra del successo è nella spettacolarità dei linguaggi imperanti e il cinematografo, sin dall’invenzione dei fratelli Lumière e dall’avvento del primo film, L’uscita dalle officine Lumière (1895), in massima parte, è stato uno strumento che ha cambiato la percezione, quindi i comportamenti delle folle.
Anche sul patibolo il falso e il vero è solo una questione di sfumature… ciò che conta è il rituale dell’impiccagione… gli innocenti e i ribelli hanno sempre torto. In apertura di un film western di Raoul Walsh (un personaggio un po’ destrorso), Gli implacabili (1955), con Clark Gable e Jane Russell (completamente fuori ruolo… le puttane redente vanno sapute fare, come Marilyn Monroe in La magnifica preda (1954) di Otto Preminger), c’è una frase che la dice tutta su cinema e sul mondo… Gable e il fratello (Cameron Mitchell) cavalcano a fianco, vedono un uomo impiccato ad un albero e Gable dice: “Ecco siamo arrivati nella civiltà”. Sommuovere la filosofia di vita di una società significa risvegliare la libertà che è più o meno affogata nella coscienza di ognuno o farne un utensile che anticipa lo sterminio della chiacchiera. Tutto ciò che fa l’uomo, lo fa soltanto perché ha cessato o si è dimentico la giustizia che è un tempo prometteva nuove primavere di bellezza.
Nel cinema dei simulacri l’insuccesso brucia, divora, annienta… perché non ci si può confessare che alla luce incatenata dei fantasmi dello schermo. Effetti speciali, 3D, saghe e serie per famiglie, racconti di una gioventù spensierata o superficialmente deviante… i fabbricanti di film hanno diviso i prodotti nel numero di spettatori che li richiedono… così in ogni film ci dev’essere, l’omosessuale, il nero, la lesbica, il politico corrotto, l’avvocato onesto (povero) e quello disonesto (ricco) e la dove l’umanità è essenzialmente corrotta, i poeti, ribelli, i partigiani non vincono mai (i terroristi invece s’accontentano di una marginalità sempre filtrata dai servizi segreti dei Paesi forti e dei regimi comunisti, tutta roba che solletica solo l’infatuati delle guerre e della discriminazione razziale). Godono del privilegio di potenti soltanto coloro che fino ad adesso non hanno conosciuto il taglio della gola… ed è il sogno mai raggiunto (mai impossibile) dei dannati della terra.
Più che altro la costruzione filmica deve sottostare alle esigenze della ricezione televisiva… tre, quattro telecamere registrano in fretta gli attori che passano da un set all’altro, i tagli dell’inquadratura sono spezzati secondo l’ordinamento — primissimo piano, dettaglio, mezza figura e poco altro d’intuitivo —… la fotografia è standardizzata e ricolorata in post-produzione, i movimenti di macchina ordinari o inutilmente “volanti”, il montaggio scorciato come le pubblicità (chi produce saponi, stracci firmati o fucili paga bene)… e basta vedere una cazzata lunga tre ore e passa come The Irishman (2019) di Martin Scorsese… che ci alza la voglia di dare fuoco a tutto, perfino alla banca dello Stato Vaticano che sa come trattare con i mercanti d’armi. The Irishman, va detto, tratta pure di una cosa interessante, la mafia in America, vista sempre con simpatia già prima de Il padrino di Francis Ford Coppola… la prolissità, i pretesti, la stupidità eretti a sistema non c’è dubbio che trovino il consenso, ma il cattivo cinema, come la cattiva letteratura, non cessa di uccidere a volontà l’intelligenza arresa.

Per comprendere che il metodo coercitivo dirige e spiega il gioco… occorre capire che tutti i film (o quasi) sono l’unico e medesimo prodotto… c’è molto ricamo ma niente genio… ecco perché abbiamo nostalgia del diluvio! La realtà così spettacolarizzata resta nascosta e l’enunciazione s’ingoia l’enunciato… va detto che ogni tanto dallo stupidario-video escono opere (indipendenti) come Roma (2018) di Alfonso Cuarón, ma l’intero palinsesto filmico è deputato alla visione di circoli concentrici della creatività castrata che portano sempre a ripetere i codici dell’immaginario calpestato o ridicolizzato fino a strozzare una qualche insubordinazione che porta alla vitalità del libero pensiero. Le malattie dell’arte hanno radici profonde e quando si ha coscienza di non vendersi a nessuno, nessuno ti vuole comprare.
Un’annotazione a margine. I più acuti tra i pionieri del cinematografo, avevano presto compreso che tutto ciò che la struttura di un film impedisce, è anche tutto ciò che la fabbrica delle illusioni permette. Forse è per questo che uno dei grandi poeti dello schermo, Georges Mèliès, dopo una lunga serie di film molto personali (riscoperti poi dai surrealisti) è finito a vendere giocattoli nella metropolitana di Parigi ed è morto povero. Méliès non aveva capito come funzionava la mercificazione del cinema… si ostinava a vendere le copie dei suoi film una per una e non percepiva nessun diritto d’autore per le singole proiezioni… così mentre le sue pellicole avevano un qualche successo in Europa (e in America), doveva sfornare sempre nuovi film per stare al passo coi tempi e venne estromesso del mercato cinematografico. Diversamente, Charlie Chaplin (Charlot), il vagabondo che piaceva a tutti, perfino alla polizia… è morto milionario in Svizzera. Charlot è stato immenso, vero, ma la morale ultima d’ogni sua opera era il raggiungimento di una vita piccolo-borghese (che non afferra quasi mai, solo perché i perdenti, i cani e i bambini funzionano bene al cinema e fanno vendere i biglietti). In Tempi moderni (1936), dopo essere finito in un manicomio per un esaurimento nervoso dovuto alla catena di montaggio… Charlot si trova nel mezzo di una manifestazione di disoccupati… raccoglie una bandiera di segnalazione stradale (rossa?) e viene arrestato perché ritenuto capo dei dimostranti… in galera contribuisce a reprimere la rivolta dei carcerati (ha ingerito una sostanza stupefacente?!) e viene graziato con un attestato di felice collaborazione con la direzione del carcere… infine salverà la monella dalle autorità che la volevano mettere in un orfanotrofio e s’incammineranno sulla strada che li porterà all’eternità… una delle più belle chiusure della storia del cinema.
Nel cortometraggio Il pellegrino (1923) Chaplin è meno sentimentale… dopo una serie di simpatiche vicissitudini nelle quali Charlot evade da Sing Sing, si veste da pellegrino e dopo la solita opera buona verso una fanciulla… il vagabondo fugge dallo sceriffo che lo voleva riportare in galera… quando arriva alla frontiera americana e di fronte alla rivoluzione esplosa in Messico che avanza, decide di scappare sul confine… né di qua né di là e dove? Forse verso il conto in banca. Charlot è stato un maestro (di attorialità e di regia), tra i pochi giganti del cinema d’autore, certo… tuttavia quando incontrava un regista di una certa fama (ad esempio Federico Fellini), diceva: “Quanti dollari ha incassato il tuo ultimo film?”. Aveva capito tutto di come vanno le cose in quella “fabbrica di salsicce” (Erich Von Stroheim, un esiliato della macchina/cinema, diceva). La poetica sublime c’entra, più importante però e fare soldi! Far sognare al pubblico che in fondo la realtà è un’altra, quella dei rassegnati, degli incolti o dei calunniatori che educano il volgo a una servitù millenaria.
Nel 1952 un pugno di giovani arrabbiati dell’Internazionale Lettrista si presentarono alla conferenza stampa di Chaplin per Luci della ribalta e invitarono mister Chaplin ad andarsene a casa… nei volantini che gettarono tra la gente dicevano che Chaplin era “un ricattatore emotivo, un maestro della disgrazia, di essere colui che porge l’altra guancia, mentre l’unica cosa da realizzare era la rivoluzione”… si chiamavano — Guy-Ernst Debord, Serge Berna, Jean-L. Brau, Gil J. Wolman… i teppisti dell’Internazionale situazionista erano già lì —. Alcuni di loro fecero anche il cinema (Debord, Wolman, specialmente) ma lo usarono come un’arma di desacralizzazione degli dèi che attraverso il cinema costruivano la felicità o l’infelicità nell’impotenza strutturale. Un aneddoto simpatico. Mentre Chaplin stava trafficando nella cucina della sua villa con Buster Keaton (il più grande tra i comici del muto, che è riuscito a fare il cinema di poesia tra i più alti mai realizzati), Charlot disse (all’incirca): “Buster sai qual è il mio desiderio più profondo che vorrei si avverasse? Vorrei che tutti i bambini del mondo avessero una casa e potessero mangiare tutti i giorni”. Buster, lo guardò (sembra mentre scolava la pasta) e rispose: “Charlie, e chi vuoi che non lo voglia?”.
La miseria degli ultimi non è ereditaria, è imposta dalle regole dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo… dissotterrare la povertà degli indifesi non basta, bisogna anche indirizzarla contro i responsabili di tanta violenza. E questo vale anche per Totò, levati 4/5 film del principe De Curtis (con Rossellini, Pasolini, Lattuada, Monicelli, De Sica), restano una caterva d’interpretazioni farcite di banalità ripetute fino al limite del sopportabile… con buona pace di quanti hanno visto nella maschera di questo guitto (con la cimice fascista sul petto), un’autenticità da commedia dell’arte che non c’era… spesso più si è sofferto la fame, più si rivendica un posto in società… quella che fa schifo.
Dopo gli anni in cui lo spettacolare concentrato e quello diffuso, smascherato, boicottato, saccheggiato dai situazionisti ancor prima del Maggio ’68… che ha dato inizio alla rivoluzione della gioia finita nel piombo degli anni ’70… è giunta l’epoca dello spettacolare integrato… che “si manifesta al tempo stesso come concentrato e come diffuso, e dall’inizio di questa fruttuosa unificazione ha saputo sfruttare maggiormente entrambe le qualità” (Guy De- bord)… quando l’onnipotenza dell’economia è diventata contemporanea al neocolonialismo, non si chiede alla scienza, alla cultura, alla filosofia o alle lotte operaie di capire il mondo o di trasformare qualcosa… attraverso l’operato dei governi, dei politici, dei tecnici, degli esperti, degli specialisti della menzogna e dell’inquisizione, si chiede di giustificare o di sedare qualsiasi dissidio… il protettorato dell’infamia si erge, in tutta la sua destrezza, su tutto ciò che è istituito… e l’informazione negata o la disinformazione deplorevole è il cattivo uso della verità. L’influenza spettacolare infatti ha contrassegnato la quasi totalità dei gusti e dei comportamenti e lo spettacolo si è mischiato al fondo di ogni realtà, irradiandola nella ragione mercantile. La falsificazione degli statuti mediali (in ogni anfratto della vita quotidiana) è anche il divenire della falsificazione del mondo.
Nella società spettacolare attuale… devastata da catastrofi ecologiche, guerre, delocalizzazione delle fabbriche, migrazioni assassine… pandemie (come il Coronavirus) stanno modificando le attitudini dei popoli… i governi diventano sempre più centralizzati e tecnici, esperti, specialisti, avvocati, psichiatri, filosofi, docenti, artisti, giornalisti, operai sindacalizzati… sono la spina dorsale dell’intimidazione, della passività, dell’ignoranza che autentificano il falso e lo sostituiscono con il conveniente (o il servile) che tende a limitare il vero dovunque… gli uomini della civiltà spettacolare sono governati senza che chi li governa abbia alcuna conoscenza dell’arte di vivere nel rispetto dei diritti umani… la “socialità dello schermo” o della macchina/cinema, “sostituisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà” (Feuerbach)… gli uomini vivono e muoiono alla confluenza di una quantità di parole, preghiere, immagini che rendono obbligatorio l’incomprensibile… dove non c’è mai una conclusione, semmai una realtà nascosta e manipolata che dirige e spiega l’idiozia… la pochezza e il grottesco prendono importanza… i dominatori sono lucidi… per quanto feroci… la loro gestione dell’immaginario collettivo contiene disastri ecologici, flagelli bancari, guerre continue, terrorismi, delazioni, criminalità… che gestiscono attraverso i grandi mezzi di comunicazione… e queste sono le migliori condizioni dove le mafie si radicano all’interno della società moderna. Sulla soglia della libertà si fanno i conti… si può anche avere pietà di gente che fa commercio d’indulgenze e fa della vanità e della presunzione scaglie di gloria atemporali o seviziate nell’insignificante, ma qualcuno ha detto che è sempre lo stile (o lo stiletto?) ha procurare un’emozione o una buffonata… una sola frase impeccabile o un punto esclamativo che trafigge la pagina (come la mia parola è no!), sconfigge la corruzione del divenire.
La macchina/cinema è uno dei maggiori dispositivi (insieme alla televisione, l’editoria, la musica, la politica, la docenza dei saperi) di costruzione dell’analfabetismo culturale della nostra epoca… modello di ciò che l’industria dello spettacolo pensa e che gli spettatori vogliono… l’autorità spettacolare della società postindustriale (che è la concentrazione dei capitali, della produzione, della distribuzione e del consumo indotto)… e le nuove pesti lo richiedono… si assume l’onere di nuovi legami sociali di dipendenza e protezione al contempo… e allora si allestiscono i parametri di controllo o disciplinari per adeguare il rinnovamento tecnologico e adeguarlo a nuove organizzazioni per una produzione circolare dell’isolamento… la malattia collettiva è circuitata da tutti i media a un tal grado di paura da divenire immagine del disastro di un capitalismo (senza colpa) che continua la sua marcia di morti annunciate… in cambio dispensa risorse economiche, inventa nuovi lavori, educa gli indifesi a obblighi sociali di nuovo conio… la forza di sorveglianza, di protezione e d’intervento repressivo dice che tutto ciò che si può fare dev’essere fatto purché non frani il sistema dei proprietari della società.

La macchina/cinema dell’apocalisse nel trapasso di pandemie attuali e a venire, s’appresta a consolidare l’idea che mantenere un rapporto sociale tra le persone significa obbligarle alla palingenesi tecnologica dell’insignificanza, non tanto per rendere ancora più stupida la stu- pidità generale, quanto per soffocare la critica radicale che non si arrende, e anche senza sparare alle gambe, lavora in clandestinità per il rovesciamento dell’illegalità statuale… a proposito di quanti non hanno mai abbandonato la grammatica del sampietrino, si potrà dire che ciò che spesso ci ha impedito di limitarci ad una sola attività illegale è il fatto che ne abbiamo avute più d’una, diceva… e dobbiamo dire anche che malgrado non tutti hanno apprezzato certe finezze o azioni concluse di quei belli ragazzi/ragazze in rivolta, qualche volta il loro lavoro è stato eccellente.
Chi non ha troppe utopie da conquistare non può avere nessun talento. Quando a mia nonna partigiana (portava solo pane e fucili a quelli alla macchia) chiesero cos’è la felicità e la rivoluzione, rispose: “Andare lungo le spiagge d’inverno a fare l’amore come viene o mangiare il cocomero coi bambini e i vagabondi, è questa la felicità… la rivoluzione porta il bel tempo!”. Quando si versano le lacrime per la libertà, quando si piange sulla miseria secolare degli ultimi, quando anche ieri si dimentica di morire per un amore senza tempo e l’insurrezione dell’intelligenza diventa pane da spezzare con chi non ne ha, è segno che si è capito. E comunque vada, senza nessun rimpianto.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 30 volte aprile 2020
Pino Bertelli

“La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo”. Jean-Luc Godard

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I CARACCIOLINI. Immagini di una memoria napoletana

Questo scritto è dedicato a quei ragazzi di strada che ho conosciuto bene e si sono persi ai quattro venti della terra o sono volati nella vita sognata degli angeli… avevano i pantaloni corti con le toppe, una bretella di traverso e rubavano i baci al profumo di tiglio…!
…e a un poeta che un’estate degli anni ’50 mi fece comprendere che l’amore è nella strada e solo l’amore aiuta gli uomini e le donne a essere un po’ meno soli… per l’amore come per la libertà non ci sono catene… si chiamava Pier Paolo Pasolini.


“Io stavo seduto alla punta della ferrovia vide arrivare una famiglia di forestieri che parlavano fra di loro, chiamarono dei facchini, allora rispose io brave gente mi fate il faore di chiamarmi a me in vece di chiamare i facchini perché io ho più fame gli altri perché nessuno mi vuole allora dissero i forestieri fai due o tre capovolte io le feci e mi dietero due lire poi dissero tutti siete porci voi napoletani io rispose voi vene abbusate che io non ho mezi di vivere altrimenti io fossi meglio di voialtri ma perora io non sono porco ma siete voialtri che prima ci fate fare le capovolte e poi ci chiamate porci ma ricordatevi che io sono buono di farmi voler bene da tutti. Voi che siete signori io mi levo il berretto ma per indeligeza son meglio di voi avete capito? Scusatemi gentilissima signora Civita io ringrazio tutti i superiori che mi hanno portato a questo stato ma io son piccolino e all’evolte fo delle piccole manganze ma però il signor Comandante mi rimprovera per farmi venire su buono. La cara signora Civita che se ne affliggi di me e tanto se ne cura da che io ero analfabeta ora scrivo da per me solo senza che nessuno mi díce níente e io lo devo tutto a lei che mi aiuta o come mia vera madre. La sera quando vado in branda penso quando i forestieri mi facevano fare le capriole ma io adesso vorrei vedere quel forestiere che mi chiamava porco in vece adesso vade vestito meglio di loro da marinaio Italiano e oppure un paio di scarpe nnere. Io ringrazio pure il reverente Viggiani che mi ha fatto venire. Se pure mi mandano in guerra io muoio col nome della mia cara signora Civita e col nome della patria e viva l’Italia”.
Lastro Raffaele, caracciolino


I. LA NAVE-ASILO CARACCIOLO
La fotografia muore di fotografia, perché l’umanità è guardata sempre (o quasi) attraverso la propria ignoranza e la propria paura. La sola fotografia buona, è quella che possiamo vedere due volte, senza bruciarla. Il mercimonio di ogni arte bruttura l’uomo e lo rende prono a ogni potere. Una storia e coscienza di classe (György Lukács)1 della fotografia non c’è stata e tutti i luoghi di marginalizzazione forzata (ghetti, carceri, manicomi, campi di sterminio, periferie invisibili delle città…) entrano nella schedografia fotografica ma raramente sono studiati a fondo, quando non indicati come “modelli” da superare… la fotografia di strada è un atlante di conoscenze che vanno ben oltre le immagini scippate alla vita quotidiana… è il superamento della logica economica mercantile della moda, della guerra, dell’avanguardia… come strumenti invasivi e persuasivi della società dello spettacolo che accede a statuto di sovranità assoluta e deplora o punisce chi diserta o disobbedisce alle regole imposte.”Lo spettacolo è un rapporto sociale fra persone, mediato dalle immagini… lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione che diventa immagine” (Guy Debord)2.

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Sulla fotografia della compassione. L’iconologia dei campi di sterminio nazisti

“L’amore e la compassione nel Buddhismo sono due aspetti di un’unica identità. Il buddhismo definisce l’amore come un forte desiderio che aspira a raggiungere la felicità per tutti gli esseri senzienti e la compassione è lo stato della mente che desidera che ogni essere sia liberato da tutte le sofferenze o dolori, rendendo la loro sofferenza parte della propria. Ed è la grande compassione la radice di ogni saggezza”.
questa frase mi è stata data in sorte da quella ragazza dalle parole accorciate, immagini impoverite,
il corpo indebolito, che parlava in amore e ascoltava nella notte strisciata di neve,
il Concerto d’Aranjuez di Joaquín Rodrigo…


I. Lee Miller. Sulla fotografia della fragilità
1. Il solo ebreo buono è quello morto!
Ouverture. In principio è stata la musica straziante d’amore dell’Aranjuez di Rodrigo (che divenne cieco a tre anni e trovò la “vista” nei giardini di Aranjuez), il Bolero di Ravel o Lascia ch’io pianga di Händel… che hanno accompagnato la nostra visione sulla compassione dell’iconologia dei campi di sterminio nazisti…
Non abbiamo mai compreso bene il perché sentivamo in questa comunione atea, per niente mistica, la Via che conduceva alla fine della sofferenza… c’era qualcosa di misterico, profondo o magico che tendeva alla liberazione di tutti gli esseri umani dalla caducità dell’esistenza e portava alla realizzazione libertaria della felicità… non conosciamo a fondo i testi buddhisti, sappiamo comunque che compassione, pietà o misericordia sono sinonimi, ma per il cristianesimo la compassione consiste in questo (come si legge in qualsiasi Bibbia) — « Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore », è Matteo (9,35-36) che parla per bocca del suo pastore –… conversioni e convincimenti attraverso l’aspersorio e il cannone deputeranno il prestigio acquisito (nella storia) della Santa Romana Chiesa!

I pubblicani, le prostitute e i malfattori desteranno la compassione di Gesù, ma per entrare nella casa del Signore dovranno redimersi alle Leggi del Regno del Signore! Basta leggere la Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale di Papa Francesco, per comprendere la doppiezza teologale/gesuita dell’argentino… quando a proposito della Shoah dimentica il silenzio e la compromissione della sua Chiesa e di Papa Pio XII[1] nei confronti dello sterminio degli ebrei: “Ricordati di noi nella tua misericordia. Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare, di vergognarci di questa massima idolatria, di aver disprezzato e distrutto la nostra carne, quella che tu impastasti dal fango, quella che tu vivificasti col tuo alito di vita, Mai più, mai più Signore, mai più”.[2] In verità, ci viene da dire… ci vuole più “coraggio” a chiedere misericordia al Signore che spezzare i dettati e le sentenze dell’ingiustizia di una corporazione che ha sostenuto predoni e assassini di vaglio! La Chiesa cattolica (come quella ebraica e musulmana, del resto) poggia i propri consensi sull’appigliarsi ancora al “male” degli eretici, antisemiti e infedeli: « La canaglia delle persone “istruite”, che si rallegra del sudore degli eroi! », Zarathustra, diceva[3], detta il mestiere della sudditanza e porta a una vita di obbedienza e di guerra.

Il vissuto della compassione buddhista (Bodhisattva), ci sembra, è un’accezione che più si avvicina al concetto d’illuminazione di se stessi in aiuto al raggiungimento d’illuminazione degli altri, sul cammino della pace e dell’amore universali![4]
… significa sperimentare il desiderio del bene nei confronti di ogni comunità… una filosofia dell’umano che si fonda sulla percezione di sé in rapporto a tutto quanto l’avvolge… è la realtà ultima o la prima che invita a una vita libera. “Se labbra e vento non schiudono il boccio per imperlare la storia del sole, allora guardo la ciglia cadere nel piatto mentre la fascia d’azzurro impagliato sigilla il suo volo d’amore e di bellezza. Corre la strada ferrata fino al fiume e io cerco incerta l’armonica di primavera nell’arcano fiorito giardino. Eppure gemmando potevi aspettarmi. Latenza non voglia che rosei ciliegi in arrivo celino il canto, perché io continuo a sfogliare” (Valeria Pietrunti, da qualche parte)… il profumo del fiore di ciliegio resta addosso fino alla fine dei tempi, anche quando muore o si dissolve come seme nel vento e diventa un’unica cosa con la terra… là dove finisce il rigore, la morale, il dovere imposti, comincia l’uomo e il canto in amore o la melodia della fraternità (unica e insostituibile) che mette fine ai commedianti della “grandi cause”… il risveglio sta nell’innocenza che sa di non sapere cosa sia l’innocenza, disse Zarathustra all’asino… lascia che i fanciulli, gli uomini, le donne intraprendano la saggezza dell’asino e non ci sia più differenza tra devoti e pazzi! Un’altra compassione!
La felicità è un silenzio troppo a lungo sopportato… la fine dell’afflizione che saluta lo stupore e la meraviglia dell’uomo migliore che ha attraversato il Maelström della gioia a vivere[5] e si è portato dietro le semenze di una nuova rifioritura dell’umano… non vi può essere nessuna compassione senza incontrare la saggezza dell’eresia! La messe di fotografie sui campi di sterminio nazisti non deve cessare d’inorridire e i fotografi al seguito delle truppe alleate sono stati molti, e molti i soldati sconosciuti (nazisti, sovietici, anonimi) che hanno fotografato la storia e la memoria della Shoah… oltre, s’intende, ai fotografi-prigionieri che hanno documentato l’Olocausto all’interno dei campi. Gli studiosi hanno calcolato che sono oltre due milioni le immagini della Shoah e documentano la catastrofe di un popolo più esacerbata della storia dell’umanità.

L’odio antisemita però viene da lontano e la chiesa cattolica ha sempre considerato il popolo ebraico una peste da cancellare dalla faccia della Terra. “L’idea di sterminare gli Ebrei prese corpo in un lontano passato, tanto che se ne può rintracciare un’allusione nella famosa omelia di Lutero contro i Giudei. Ma è solo con la formazione del Terzo Reich che la suggestione di una distruzione totale si insinuò sempre più in tutta la società tedesca, assumendo una forma più definita. Inesorabilmente, si formò una macchina destinata a condurre a buon fine lo sterminio, costituita da un dispiegamento di uffici militari e civili, centrali e periferici, all’interno dei quali ogni impiegato e funzionario, rispettando le proprie responsabilità, si adoperò a definire, classificare, trasportare, sfruttare e assassinare milioni di vittime innocenti, e tutto come se nulla distinguesse la soluzione finale dagli affari correnti”, dice Giulio Einaudi in apertura del saggio di Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, pubblicato nelle sue edizioni[6]… Hilberg scrive che i missionari del cristianesimo dicevano ai popoli convertiti: « Se rimanete Ebrei, non avete il diritto di vivere tra noi », i capi secolari della Chiesa avevano sentenziato: « Voi non avete il diritto di vivere tra noi », infine, i nazisti tedeschi decretarono: « Non avete il diritto di vivere ».

La detestazione degli ebrei è una scelta dell’odio verso un popolo, poiché l’odio è una fede, l’antisemita sceglie di svalorizzare le parole e le ragioni… per “l’antisemita l’ebreo insozza perfino l’aria che respira”, Jean-Paul Sartre, annota in un acuto saggio sull’antisemitismo[7]. Di contro, la critica radicale del capitalismo ebraico e dell’intero genere umano di Louis-Ferdinand Céline in Bagattelle per un massacro[8], è indisponente quanto oltraggiosa… un’invettiva che deborda contro i legislatori di Wall Street, quanto nel comportamento autoritario degli israeliani nei confronti dei palestinesi… tuttavia neppure Sartre sembra un abatino del socialismo proletario… a quanto scrive il filosofo Michel Onfray di Simone de Beauvoir e Sartre, sulle loro alcune sporadiche apparizioni su riviste “collaborazioniste”[9]… a nostro avviso, e per quello che vale, non ci sono razze inferiori né superiori, ma solo uomini e donne che possono aspirare e costruire (con qualsiasi mezzo utile) un mondo più giusto e più umano.

Di là dalle premesse insolenti o sfacciate utopie, per una semplice entratura nell’iconografia della Shoah, possiamo rimandare alla lettura di Even. Pietruzza della memoria. Ebrei 1938-1945, di Adriana Muncinelli[10], è uno dei primi studi che narrano con rigore e passione civile le storie di chi si è salvato e chi è stato deportato nei campi di sterminio, e anche gli episodi di chi ha tradito e venduto i propri concittadini ebrei ai nazi­fascisti… insieme a Se questo è un uomo di Primo Levi[11], La distruzione degli ebrei d’Europa (aggiornato a 3 volumi) di Raul Hilberg[12], Diario 1941-1942 di Etty Hillisum[13] e il documentario-fiume Shoah (1985) di Claude Lanzmann… affermano che per molte nazioni e popoli, il solo ebreo buono è quello morto!

Le prime fotografie dei lager furono scattate, per caso, dagli aerei di ricognizione degli eserciti alleati…le immagini fatte dai fotografi militari in occasione della liberazione dei campi, iniziarono a circolare nel 1944… fino a diventare conosciute il 28 aprile 1945, quando il The Illustrated London News mostra il generale Eisenhower in mezzo alle vittime nel campo di Ohrdruf… seguirono diverse mostre di fotografi/documentaristi o corrispondenti della stampa che si erano avvicendati nei campi… i fotoreporter più accreditati furono Lee Miller, Margaret Bourke-White, George Rodger, John Florea, William Vandivert… a causa della “guerra fredda” molte fotografie fatte dai militari sovietici vennero “censurate” o non fatte circolare dalle stessa Unione Sovietica… lo stalinismo era ancora grondante di sangue dei dissidenti e i partiti comunisti (specie quello italiano) ancora legati ai finanziamenti del comunismo al potere[14], tentarono di coprirne gli assassinii.
Se si vuol cogliere nel segno, non solo in fotografia, bisogna lodarne i difetti, mai le qualità. Per fare una fotografia dell’umano, il segreto più importante e il più tradito, è quello di scendere più in basso possibile nelle gradazioni sociali… là dove pensatori, critici, storici, studiosi, fotografi di tutte le varietà non si addentrano… dove la mescolanza di Dio, dello Stato e dell’Industria culturale con l’intollerabile, giustifica vittorie, glorie e massacri nella catalogazione dell’ordinario. Le bare, le fosse comuni, gli eccidi rientrano nel senso degli affari e sono utili per tesi di laurea dei nuovi palafrenieri dell’ordine costituito… siamo propensi a credere che in ogni uomo irreprensibile si celi il tiranno che vorrebbe essere, quantomeno il burocrate che passa di privilegio in privilegio sull’onda dei governi!

Ciò che importa non è chi comanda o impera, quello che vale è che i servigi resi siano all’altezza delle vigliaccate commesse contro gli indifesi, i raggirati, gli inculati a vita… che bello! come certe Madonne, che appaiono un po’ puttane e un po’ maestrine… i crucchi del potere lavorano sugli emendamenti, i codici, le proibizioni e tessono elogi all’utilitarismo che li premia… in cambio, basta solo che facciano della desolazione una ribalta da nazisti in gita… non camuffano nemmeno le proprie vergogne, perché tra gente senza vergogna la sola cosa che conta è la capacità di produrre il male e farla franca! Quando s’incontra qualcuno di un certo lignaggio, spaccato a tutti i voleri del potere che lo tiene a libro paga, bisognerebbe fargli il favore d’impiccarlo! Tutti coloro che fanno il male in questo mondo, specie gli alabardati che difendono gli assassini di professione arroccati su scranni e altari, non si sono mai allontanati dai Santi… hanno benedetto i loro nomi sul sagrato dell’obbedienza e anticipato il tempo in cui solo i ricchi hanno ragione e i poveri torto in tutto, specie quando si mettono in testa che l’ingiustizia si deve pagare con la giustizia, alla maniera di certi banditi di confine… con la lama alla gola!

Le definizioni hanno fatto più vittime dei fucilatori, e prima o poi ci sarà una kabbalah degli sfrontati che ne detteranno la fine! Lo dicono le leggi dell’universo! Di là dal misticismo esoterico che l’avvolge, la kabbalah chassidica contiene la dimensione nascosta, l’ispirazione al rinnovamento dell’uomo in rapporto col mondo… e solo attraverso la kabbalah“potremo eliminare per sempre la guerra, la distruzione, e la crudeltà dell’uomo verso i suoi simili”!, ha scritto Abraham ben Mordecai Azulai (1570-1643, rabbino e religioso marocchino), forse… ci basta! La saggezza della verità è una scintilla d’amore dell’uomo verso i suoi simili e distinguere il bene dal male e porvi rimedio, è compito di anime superiori. Questa è la sola consapevolezza che ci è dato sapere… la storia dell’uomo libero nasce dai mietitori di sapienze raccolte, precursori di sentieri in utopia che conducono all’albero della vita, dove ciascuno è quello che è, e l’eresia sta nella possibilità di modificare se stesso e il mondo intorno a lui! La guida dei perplessi di Maimonide, La Kabbalah e il suo simbolismo di Gershom Scholem, Il cammino dell’uomo di Martin Buber o, più ancora, Gnosi e spirito tardo-antico di Hans Jonas[15], possono essere un viatico per armare l’intelligenza e permettere all’uomo di tornare a se stesso… i rammendi non servono… finché resterà in piedi un solo simulacro d’empietà (di scellerata malvagità), il compito dell’uomo non sarà finito.
2. Li-Li nella vasca da bagno del Fuhrer

La memoria e la storia dei campi di sterminio nazisti ha inizio (se vogliamo essere benevoli) nel 1945, con la scoperta di Ohrdruf, Nordhausen, Buchenwald, Bergen-Belsen, Sachsenhausen, Dachau, Ravensbrück, Mauthausen, Auschwitz… Eisenhower “s’accorge” di ciò che già da tempo circolava nelle ambasciate USA, Gran Bretagna, Svizzera, Stato Vaticano… e cioè l’esistenza di campi in cui sono detenuti “prigionieri politici in condizioni indescrivibili”, telegrafa Eisenhower a Washington… l’indignazione mediale s’allarga, il pietismo ha sempre un suo corrispettivo nelle indulgenze, quanto nelle preghiere del mattino all’uscita dei giornali… la commiserazione prende il posto delle responsabilità e nessuno si chiede perché una sola bomba degli alleati non sia mai caduta sui binari che portavo gli ebrei alla mattazione (“non era prioritaria”, si afferma in certi documentari)… le sofferenze degli altri, si vede, assolvono i peccati di tutti, fintantoché la disumanità non viene fotografata o filmata in tutta la sua spietatezza… quando il crimine è ormai commesso, l’elegia dei “buoni sentimenti” sostituisce la verità con la speranza! Diffidare delle “persone dabbene”, non aspettarsi mai nulla dalla loro inclinazione spirituale, se non un nuovo avvelenamento esercitato sugli indifesi, gli esclusi, gli ultimi… il sorriso delle iene è un ghigno che subentra dopo lo sventramento delle prede!

Nel luglio del ’45, una ragazzina di appena dodici anni, acquista un libro di fotografie in una libreria di Santa Monica (USA)… sono immagini di Bergen-Belsen e Dachau… resta fulminata di tanto dolore: “Quando guardai quelle fotografie — racconterà poi —, qualcosa si spezzò. Avevo raggiunto un limite, non era solo quello dell’orrore: mi sentii irrevocabilmente afflitta e ferita, ma una parte di me cominciò anche a indurirsi; qualcosa si spense; qualcosa piange ancora”, quella ragazzina si chiamava Susan Sontag, diventerà una delle più radicali saggiste della cultura americana[16]. Nei suoi taccuini scritti tra il 1958 e il1967… si colgono gli umori politici del tempo, gli amori, l’omosessualità, la benzedrina… e nella privatezza di diari e fogli sparsi oltrepassa la soglia della narrazione e appunta:“L’orgasmo è la salvezza, adesso mi amo e posso scrivere”[17]. La verità è l’enunciazione della menzogna denunciata! Un’erranza del proprio sentire che si riprende la verità smarrita e ne fa testimonianza di sé… ed è il silenzio che il poeta aggancia alla parola o all’immagine… Auschwitz è il tempio del silenzio interrotto e porta là, dove non c’è grammatica né scrittura, solo silenzio come morte annunciata! Destituire il silenzio è un compito arduo… poiché l’immagine del silenzio, della fragilità, della forza ne recupera la grazia e inchioda i colpevoli alla sbarra della storia.

Nel suo libro, Davanti al dolore degli altri[18], la Sontag studia il ruolo dell’informazione nelle società contemporanee e come vengono trattate le notizie di distruzioni, bombardamenti, violenze su uomini, donne, bambini sacrificati di guerre che non vogliono ma che subiscono… e s’interroga come il dolore degli altri non sia che uno spettacolo che influenza la percezione dei fruitori. La realtà fotografica è il velo attraverso cui percepiamo la vita, ciò che possiamo o non possiamo fare… occorre strappare la fotografia dal suo contesto storico, trovare un’identità creativa, non storica, una creatività come via di uscita dalla storia come sommatoria d’esistenze spezzate! La fotografia imbalsama la morte e la celebra al contempo… e spesso non che è una messa in scena, come l’immagine di Eddie Adams, quando nel febbraio del 1968, fotografa il capo della polizia sudvietnamita, il generale di brigata Nguyen Ngoc Loan, che uccide un sospetto vietcong in una strada di Saigon[19]… il prigioniero aveva le mani legate dietro la schiena e venne portato davanti ai giornalisti e fotoreporter… venne messo in “bella luce” a favore della fotocamera e Loan spara a bruciapelo (un cinegiornale ne attesta la veridicità)!… quando si è esaurita la pietà in se stessi, s’acquista quella serenità da imbecilli che fa scuola! Eddie Adams con quella fotografia prese il premio Pulitzer, alla morte di Nguyen Ngoc Loan, il fotografo lo chiamò “eroe” per una giusta causa, non assassino!

Schiere di imitatori hanno perseguito la via insanguinata di Adams e mostrato un umanesimo d’accatto, appoggiato a riconoscimenti internazionali… tanto onore e tanta gloria per un coglione come Adams sono ben accreditati… come dicono le immagini che poi ha fatto sulle dimostrazioni contro la guerra nel Vietnam, Madre Teresa di Calcutta, Fidel Castro, Ronald Reagan, Clint Eastwood, Malcolm X, Bette Davis o Jerry Lewis… tutta roba dozzinale… soltanto i cattivi fotografi esercitano una grande influenza… lo stato morboso degli ottimisti lo dice… preferiscono uccidere e far uccidere per non essere ignorati o dimenticati! Abbiamo notato però che nei fotografi, nei fotoreporter di guerra specialmente, c’è una certa carenza mentale che li induce ad arrivare alle copertine di Life, Vogue o similari… lì trovano sostegno alla mancanza di carattere che li contraddistingue… gli ambiziosi non si rassegnano all’oscurità, se non dopo che qualcuno non l’impicca con la fotocamera sui resti della sua casa… escono così i martiri della fotografia… importante è evitare la tristezza di essere capiti! Le stigmate del successo mostrano che nessuno può fare niente d’importante, senza crudeltà. Non ne vogliamo mangiare di questo pane!
Ci piace pensare che tra le immagini dell’Olocausto viste da Susan Sontag nel 1945, ci fossero anche quelle di Lee Miller… una fotografa dalla grazia fragile, quanto forte… uno sguardo coraggioso, a volte impudente, angelico mai! Nelle sue fotografie dei campi non ci sono gemiti gratuiti né insincerità del tragico… semmai la visione di un linguaggio fotografico che defluisce nello spoetizzare una prosa sacrificale… i mucchi di cadaveri che in diversi casi hanno “affascinato” i fotografi della liberazione… la composizione dei corpi, l’abrasione dell’orrore archiviato, il biancore di scheletri ammontinati dalle ruspe o sui carretti che trasportavano le vittime alla sepoltura… non riguardano la visione documentale della Miller… le sue fotografie non presuppongono aggettivi incerti… scavano nei segreti della bellezza profanata, quasi a dire che è tipico dei carnefici abusarne! Detto meglio… la fotografia fragile della Miller parla del male fatto alle anime di uomini, donne e bambini colpevoli solo d’essere ebrei! Le sue immagini fragili-forti (che designano l’architettura poetica del passaggio emozionale alla separatezza dal dolore su qualcosa che è bruciato per sempre), detergono le destestazioni che le hanno dettate! Poiché senza la comprensione della sofferenza universale, tutto il resto non è altro che una lavanderia del vero che porta all’Apologia dell’odio.

Ma chi era Elizabeth “Lee” Miller? Le dossologie più accreditate dicono che a sette anni subisce una violenza sessuale… da un parente, un mariano o dal padre Theodore… non ci furono denunce ma smentite del figlio della Miller… certo è che le immagini nude della Miller ragazzina fotografata dal padre nella neve o in altre pose piuttosto ambigue (autoritratti della Miller sulle gambe di Theodor), potevano suscitare pruriti ai censori dell’epoca… la ragazza frequenta l’École nationale supérieure des beaux-arts e a 19 anni si iscrive alla Art Students League di New York per studiare scenografia e illuminazione… mentre camminava a Manhattan, dicono (ma anche se non fosse vero va bene ugualmente), stava per essere investita da un’auto e un passante le salvò la vita, era Cond é Nast, editore di Vanity Fair e di Vogue. La Miller era bella, vestita bene e di buon portamento… Nast le fece un contratto e la iniziò alla professione di modella. I maggiori fotografi di moda del tempo (Edward Steichen, Arnold Genthe, Nickolais Muray, George Hoyningen-Huene…) la fissarono nell’immaginario elitario del momento… quando Edward Steichen la usò per una pubblicità di assorbenti, ne uscì uno scandalo e la Miller mise fine alla sua carriera di modella, sembra (lo “scandalo” è quasi sempre costruito ed è scandaloso credere che qualcuno ci creda).
La fotografia di Steichen mette a figura intera la modella in una posa da cinema muto, piuttosto evanescente e l’affianca al prodotto… lo “scandalo” non è il contenuto della fotografia ma la fotografia stessa… non abbatte nessun tabù, come è stato detto, né suscita alcuna riprovazione… è il ritratto, nemmeno ben fatto, di una donna ammorbata nel nero che pare capitata lì per caso e ha perso un assorbente per terra… un po’ poco per abbandonare il prestigio conseguito in pose che sovente hanno del ridicolo… sedute in controluce su divani, poltrone, cilindri… dove l’algida Miller, spesso di profilo, lascia traccia di sé incartata in vestiti, collane, cappelli o nuda da suscitarne la santità… è la solita resurrezione del corpo attraverso lo stilista che pensa di fare la “rivoluzione” (come dicono in chiusura delle passerelle o nelle interviste) attraverso un vestito di seta.

Il marchio, il timbro, la personalità di uno stile che è solo un affare per pochi e una fascinazione deformante per tutti quelli che sono sprovvisti di fantasia… è come una confessione, la menzogna fa parte del paesaggio e dell’assoluzione! La cosa incredibile è che si possa aderire alla faziosità di questi sarti del bello e confonderli con una sorta di genio… non ci si può dedicare a vestire l’“alta società” (capi di Stato, vescovi o divi) senza pensare mai che non sanno nemmeno pisciare controvento… le persone più interessanti e vere che abbiamo mai incontrato (ubriaconi, illetterati o poeti) credevano che Armani, Dolce & Gabbana o Versace fossero pescatori di rane bollite, tuttalpiù degli artisti che avevano raggiunto il successo col mercato nero… quando ho detto loro che si trattava di vestiti, profumi, gioielli e creme per la pelle… hanno risposto: “Non c’è limite alla spudoratezza!… preferiamo leggere Epicuro, Saffo, Giobbe o Buddha, dopo solenni sbronze, che essere schiavi di un vestito o di un profumo… nessun genio ha diritto di usare tre aggettivi di fila, diceva… ma non ricordo chi?… le divise non portano bene… che siano fatte per una classe, una chiesa o una polizia, non appena esistono qualcuno resta ucciso!

I creatori sono sempre sospetti, anzi colpevoli di evanescenze che portano al delitto! Specie se ne sono inconsapevoli! Però uno stile ce l’hanno… quello della recita del genio… che comincia e finisce nell’immacolata concezione del bello col conto in banca che ne consegue, mancano di singhiozzi però per quelli che non hanno più lacrime… basta una fondazione a rimediare e fare dell’arte il magazzino alla portata di tutti, compresi gli ingenui. A questo punto… ci siamo sbalorditi… ma come è possibile, ci siamo detti, tanta impudenza nei confronti dell’efficienza mondana… è una volgarità parlare a un così basso livello di tanta sovranità culturale… poi, pensandoci bene, ci è venuto in sorte cosa diceva mia nonna partigiana: “La felicità non è un rimedio alla mediocrità, anzi l’aggrava! Non c’è felicità di una persona se anche tutti gli altri non sono felici!”. Aveva ragione. Appena sono comparsi i burocrati del potere, sono scomparsi i fiori! Ci siamo persi, ancora una volta. Come sempre ci capita quando si tratta di soffermarci sulla subordinazione degli scarafaggi al mantenimento della corruzione orchestrata nella politica, nella fede e nei saperi! Moriranno tristi, stupidi ed eleganti! ma lo sanno solo loro! Peccato… eppure qualche volta i loro sorrisi-cerniera hanno conosciuto le lame dei grandi guerrieri-samurai che come una brezza primaverile, hanno tagliato le loro declamazioni! E tutto questo per dire che non c’è niente di peggio di un uomo di potere che sa d’essere solo un mallevadore di cadaveri!
Cerchiamo di riprendere la dritta via sulla fotografia fragile di Lee Miller, detta Li-Li. La Miller nasce a Poughkeepsie(New York) il 23 aprile del 1907… sin da bambina è attratta dalla “scatola magica” che vede nelle mani del padre… dice: “Preferisco fare una fotografia che essere una fotografia”, e dopo aver fatto la musa di fotografi d’alto lignaggio mercatale, nel 1929 va a Parigi come assistente di Man Ray… fotografo anarchico o Dada o surrealista o solo Man Ray… nasce un grande amore… libertino e libertario… conosce l’ambiente intellettuale dei surrealisti… e Pablo Picasso, Max Ernst, Paul Éluard, Jean Cocteau… per Cocteau recita nel film Le sang d’un Poète (1930), è una statua che prende vita… le fotografie metafisiche/concettuali/oggettuali che produce sono abili… nudi, controluci, solarizzazioni, giochi di specchi… i soggetti sono isolati o trasfigurati in angolazioni particolari… lo studio della forma si riversa nel contenuto, ma non sempre il contenuto è robusto o espresso quanto la fotografa crede… anzi, ci sembra che in certi nudi-metafore, sovrimpressioni… esulcerano frammenti estetici che aveva conosciuto/interpretato come modella… quella scrittura fotografica “classica”, insomma, contaminata da elementi di disturbo o d’attrazione (maschere, lampadari, veli, palle di vetro)… che rendono inevitabile il ritorno all’ammirazione dell’opera che non ha niente o poco a che fare con i fondali /abissi inesplorati della fotografia che non vuole sedurre, ma invitare a vivere sganciati da qualsiasi mitologia del consenso!

Nel 1930, in piena depressione economica, torna a New York e apre uno studio di fotografia che funziona… poi sposa un ricco egiziano e va a vivere al Cairo… le fotografie di quel periodo non sono memorabili… nemmeno cartoline, però… riflettono una stato d’animo malinconico, se non triste o d’annoiata insofferenza borghese… vicina alla depressione… alla fine degli anni Trenta ritorna in Francia… s’innamora del collezionista d’arte moderna Roland Penrose (che sposerà nel 1947)… allo scoppio della seconda guerra mondiale lo raggiunge a Londra… la sua fotografia si fa più fitta di segnali sociali… s’accosta alle donne che difendono la loro isola mentre gli uomini sono al fronte… fotografa modelle nelle rovine dei bombardamenti e si vedono i pregi compositivi e inquadrature perfino ricercate… l’attenzione già ai particolari, ai dettagli che impiumano le immagini in un mondo altro… e tutto è superiore persino al rimpianto di un talento che impara sempre meno cose per dire di più e meglio del nulla o del molto di ogni cosa… qui, insomma, proprio nelle immagini londinesi, la Miller spazza via la letteratura, la filosofia, la religione come delizioso sonnifero dell’uomo, della donna, fasciati nell’indistizione tra bene e male… sembra dire che le persone comunicano tra loro nel bisogno di essere ammirate, mai di essere uguali! Chi fotografare se non l’uomo, la donna in difficoltà?… chi di più merita di essere ucciso dalle sue scelte? Un fotografo capito è un fotografo sopravvalutato! Non c’è niente di più tragico che cercare la fotografia e non d’inventarla! La grande fotografia non ha bisogno di originalità, ma di verità!
Negli anni ’40-’50… la Miller venne indagata dal servizio di sicurezza britannico (M15) perché sospettata di spionaggio per conto dell’Unione Sovietica… non venne accertato niente… le sue immagini fragili-forti intanto le procurarono considerazione e fama… alcune furono selezionate per l’esposizione The Family of Man (curata da Steichen) e prese parte a pubblicazioni, interviste radiofoniche, lezioni universitarie… la sua vita fu proposta in un musical e uscì anche una biografia romanzata… mancava che fosse esposta in un concerto per clarinetto di Mozart per infilare uno spirito libero in qualche forma speciale di vanità… ma Li-Li non ne terrà in gran conto… quando muore di cancro, a Chiddingly (un villaggio dell’East Sussex, Inghilterra, il 21 luglio 1977), lascia non solo i ritratti materici di Pablo Picasso, Max Ernst, Colette, Maurice Chevalier, Fred Astaire o Marlene Dietrich… ma soprattutto quel pugno d’immagini di Buchenwald e di Dachau che figurano il romanzo della contemporaneità di una donna che ha fatto la fotografia, senza il cattivo gusto dell’adorazione di sé!

A ritroso. Nel 1945,’ex-sofisticata modella (la sua bellezza nobiliare l’accompagnerà anche nei campi nazisti), impugna la fotocamera, indossa la divisa d’ordinanza, va al seguito delle truppe alleate e fotografa la Battaglia di Normandia, la liberazione di Parigi ed è tra i primi fotografi a documentare le atrocità di Buchenwald e Dachau… qui scatta alcune immagini di una tale profondità etica che la renderanno, a ragione, un’interprete della fotografia sociale e senza nessuna ombra di sensazionalismo macabro, semplifica la verità di tutti i vinti in un canto d’amore! Se andiamo a vedere le immagini di compassione della Miller a Buchenwald e Dachau — l’uomo impiccato col filo di ferro, i morti accatastati nel vagoni merci o quelle prese nelle baracche —… si denota il respiro di umanità del fotografato e la realtà diventa universale… le inquadrature frontali o “sfilate” sono colme di malinconia e diventano specchio-memoria di una vergogna imperdonabile! Non c’è apogeo del dolore, bensì la consapevolezza di una piaga aperta che come un libro di grammatica ripete se stessa e sembra dire: bisogna cercare di capire e non permettere che tutto ciò che cade davanti alla fotocamera non avvenga mai più!

A vedere più da vicino le fotoscritture della Miller a Dachau e Buchenwald, o quelle dei suicidi dei militari tedeschi… contengono la medesima visione della realtà… nulla al di sopra, nulla al di sotto delle linee d’orizzonte umanistiche, egualitarie… il giudizio rimane sospeso tra la tragedia dei campi e l’autouccisione… la fotografia della Miller mira a realizzare un piano poetico in cui le differenze sono cancellate o riportate alla coscienza ordinaria degli aguzzini e alla soggezione devastata delle vittime… il gesto, la sovranità, la sfida o lo stile regale della Miller si sovrappongono all’identità ritrovata dei deportati e all’incapacità della visione totalitaria dei despoti di sopravvivere ai propri fallimenti… i volti, i corpi, gli sguardi dei prigionieri sono presi nella loro identità spirituale e i soldati che si sono dati la morte, come immagini/specchio di esistenze dilaniate nel mimentismo dell’obbedienza… la retorica dell’impotenza uccide se stessa e l’intimità o le ragioni di una collettività risorgono sull’uso della parola, dall’immagine, dell’identità che si riprende il diritto alla vita.

L’iconografia della compassione della Miller, decifra il senso della storia nazista e la fatalità o il delitto che spinge l’uomo ad agire contro l’uomo per un credo, una convenienza o un partito… ebrei, zingari, omosessuali, dissidenti, gesuiti, testimoni di Geova… e tutti quelli che puzzano d’eresia, sono avviati all’esecuzione sommaria… e tutto questo perché un imbianchino asceso al potere ha detto in un libro che ci fa ribrezzo, Mein Kampf (tanto che lo teniamo vicino alla spazzatura): “Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani (…) Dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con la coscienza pulita, dobbiamo distruggere in maniera tecnico-scientifica (…) Se gli ebrei fossero soli su questa terra, essi annegherebbero nella sporcizia e nel luridume, combattendosi ed eliminandosi in lotte gonfie d’odio; la mancanza di senso del sacrificio — resa evidente dalla vigliaccheria che li contraddistingue – fa della loro lotta una farsa[20]”. La prosa hitleriana sembra inconcepibile anche alle menti più illetterate, figuriamoci a quanti, in fondo, hanno anche studiato molto e spesso per non capire niente… le parole accartocciate su se stesse cercano il senso senza trovarlo o lo trovano senza cercarlo!… è il problema reiterato dei professori e degli allievi che non si sono mai misurati con i veri problemi dell’esistenza.
Una digressione necessaria per comprendere come la cattiva letteratura possa essere presa sul serio da folle inebetite, impaurite o entusiaste del potere in carica… nell’edizione italiana di Mein Kampf, uscita in piena discriminazione razziale contro gli ebrei, l’editore Bompiani incide una premessa indecente: “Hitler, condannato alla reclusione il 1°Aprile 1924 per reato di insurrezione, impiegò gli anni di prigionia nel comporre la presente opera, proponendosi tre scopi: mettere in chiaro i fini del movimento da lui diretto, raccontare lo sviluppo di questo movimento, ed « esporre il suo proprio avvenire, nella misura in cui ciò è utile alla comprensione dell’origine e della evoluzione del nazional-socialismo e alla confutazione delle leggende create dalla stampa avversaria circa la sua persona ».

Qual’è [scritto proprio così!] il programma del movimento? Quali le basi etiche, gli scopi politici, le ragioni profonde? La loro indagine, la loro giustificazione formano il contenuto principale del volume. Hitler, dopo aver analizzato le cause del « gran crollo » del 1915, indica le vie da seguire per dar vita al nuovo Stato, al « Terzo Reich ». Dalla sua teoria della razza e del popolo ricavava le leggi, le direttive del futuro stato nazionale tedesco. Enuncia le sue idee in fatto di religione, di capitalismo, di democrazia, di stato, di maggioranza, di sindacati, di minoranze etniche. E su tutti i punti della politica interna ed estera, compresa la lotta contro il federalismo antiprussiano, contro l’autonomia dei « Leander », esprime quei pensieri che ora, dopo la vittoria, il social nazionalismo va traducendo in atti.

Il Times chiamò « Bibbia laica » il presente volume, che pubblicò a puntate, perché ad ogni nazional-socialista fornisce la giustificazione del suo credo politico, e insegna le vie della ulvezza [ timore ardente ] nazionale”. E l’editore chiosa: “Volume di 416 pagine L. 16. — Prezzo netto. BOMPIANI” [ in maiuscolo ].

Gli affari-sono-affari… a banche, industrie, caserme, università, chiese, mercati… poco importa quale assassino sostengono… ciò che conta è mantenere i privilegi di pochi e che i popoli restino remissivi o plaudenti verso i regnanti… sotto il fascismo italiano, politici, imprenditori, preti, militari, commercianti, artisti, fino all’ultimo portinaio… hanno indossato la camicia nera e acclamato in lacrime una marionetta ridicola come Benito Mussolini… poi si sono accorti che era un imbecille e l’hanno impiccato già morto alla trave di un distributore di benzina a Milano… allora si sono fatti repubblicani, democristiani, socialisti, perfino comunisti… adesso i partiti sono implosi o snaturati e sono nati movimenti e liste civiche dove si nascondono la feccia di tutte le sponde politiche… bancari, avvocati, notai, imprenditori, figli di puttana a tutto campo hanno arraffato il potere e sarà difficile toglierlo da quelle unghie… se non con il tiro al piccione… e annunciano in bella uniformità con l’intero arco istituzionale, il divenire instupidito di democrazia parassitaria!
In tutte le epoche di grandi persecuzioni, il fanatismo schiaccia l’umanità come pidocchi e ovunque si percepisce un’atmosfera da sepolcro… e sono poche le volontà ostinate che si oppongono alla vanagloria dei tiranni… gli inquisitori cambiano veste, mai gli strumenti di tortura! Infatuati, come sono, a mandare in estasi folle in lacrime al loro passaggio, e anche le “menti migliori” non si sottraggono all’ossequio interessato… si rendono responsabili di crimini contro l’umanità con fervore… i despoti d’ogni latitudine non deludono mai… riescono persino ad essere brillanti, come un premio Nobel truccato, e senza avere il vizio della lucidità riescono ad imporre, poco importa per quanto tempo, i fraseggi e i fucili che tanto piacciono agli industriali, intellettuali o proletari che erigono prima a miti, poi a fantocci caduti nella polvere… naturalmente con la benedizione perversa della chiesa… diffidare sempre di coloro che lusingano i popoli, diffidare di chiunque si erge a pastore del gregge… i discepoli di qualsiasi causa non sono che schiavi di chi scimmiottano… quando appare un conquistatore e inizia a parlare di diritti parziali, vuol dire che subito dopo appaiono ilager.

Un aneddoto su Lee Miller nella vasca del Führer… Li-Li (vezzeggiativo della Miller) fotoreporter di Vogue e David Sherman, fotografo di Life… passeggiano nelle rovine di Monaco bombardata dagli alleati… si trovano nella casa di Adolf Hitler e Li-Li si spoglia ed entra nella vasca del dittatore… non sappiano cosa abbia provato e nemmeno se è stato un gesto di profanazione… Li-Li chiede a Scherman di farle una fotografia… a un lato della vasca si vede il ritratto di Hitler che qualcuno ha posato lì per i lettori di Life, forse… i panni sporchi della fotografa sono appoggiati su una sedia alla destra dell’inquadratura, vicino alla statuetta di una donna nuda, gli scarponi sporchi di fango, qualcuno dice che era il fango campo di Dachau (?), posti al centro dell’immagine… Li-Li si lava la schiena e guarda verso l’alto con apparente disinvoltura… la fotografia è brutta, non poco… ruffiana quanto basta per piacere a tutti… il compiacimento tra fotografo e Li-Li si arena alle falde dell’approssimazione… bagnarsi nella vasca di un cretino del genere non ha niente di eroico, semmai di celebrazione inconscia… storici, critici, galleristi, fotografi ne hanno tessuto lodi inconcepibili… Serena Dandini (quella che sorride in perpetuo, anche quando le comunicano che Dio è morto ad Auschwitz), una conduttrice televisiva anche seguita (boh?)… ci ha scritto un romanzetto, La vasca del Fuhrer[21]. Dicono che Li-Li volesse lavarsi l’orrore dei campi (?)… la comparazione con le fotografie surrealiste di Man Ray (che non c’é) scatta nelle note redazionali… qualcuno la definisce “fotografia artistica (?)… in vero… il vaniloquio suggerisce l’ossessione della trasfigurazione e comunque fare il bagno con Hitler che ti guarda, suggerisce una certa intimità!

La narrazione di La vasca del Fuhrer della Dandini è sprovvista di qualsiasi attinenza con la vita di una donna intelligente, financo scostumata, non riconciliata con i caratteri, i costumi, i dogmi che impongono le direttive morali… così la Dandini “dialoga” con Li-Li ma ciò che sortisce da quelle paginette sono cumuli di ovvietà… bastava sfogliare la commedia Uomo e superuomo di Bernard Shaw, per mettersi al riparo dal sentimentalismo… specie quando scrive: “Il sentimentalismo è l’errore di credere che nei conflitti morali si possa ricevere o concedere misericordia (…) Coloro che capiscono il male lo scusano; coloro che se ne risentono lo distruggono”[22]
I malvagi prosperano quanto più i sottomessi sopravvivono! Una brutta fotografia o un brutto libro su qualsiasi mito, sono comunque un tributo al sacro che sottende… resta il fatto che il male di cui soffrono i poveri, gli indifesi, gli sfruttati è la povertà, il male di cui soffrono i potenti è la prevaricazione, l’oppressione e l’omicidio di massa!

Le immagini dei campi della Miller sono frammenti, dettagli o “segni” dove l’individuo diventa la misura e la dismisura di ogni cosa… una parte che rivela il tutto… un soldato ammazzato, corpi di ebrei nei carri merci, una macchina da scrivere sfasciata sulla scrivania, file di uomini e donne affamati… si sovrappongono in una “grammatica” visuale biologica, fisiologica, financo surreale, e coincidono con l’atmosfera o la rinascita della libertà… qui gli atteggiamenti diventano forme e non c’è fotografia senza un’idea che la sostenga o interroghi il senso ingiustificato di una storia del terrore… le immagini della Miller, riattualizzano l’immaginario fuori dalla spontaneità e dall’esercizio estetico… come le canzoni di gesta, sovvertono, leggermente, l’ordine delle cose nel modo più semplice possibile… esprimono le lacrime, il sorriso, lo stupore in una densità artistica che spacca la soggezione, inventa l’innocenza che crea senso, convoca il meglio e il peggio in aurore della fotografia che trasfigurano corpi e sogni, e più ancora, fanno della prodigalità etica/estetica il principio di tutte le profusioni del giusto, del bello e del bene comune.



Va detto. Ci sono ebrei che non sono proprio degli stinchi di santo — qui scatta l’accusa di antisemitismo di pragmatica, che per una persona “come io” (direbbe Marilyn Monroe), del tutto estranea a pensare che gli uomini sono tutti uguali, ma incline a indicare, alla maniera di Nietzsche, che in una comunità altamente civile, i “migliori” dovrebbero prendersi in sorte anche i destini dei più deboli e non farne dei sudditi) —, è davvero agghiacciante… se ci aggiriamo con leggerezza del calabrone (che non sa di avere ali troppo piccole per volare, in rapporto al suo peso, e per questo vola) nella Rete e andiamo a scuriosare nei resoconti annuali delle grandi società per azioni o nei tabulati del Ministero della chiacchera in questo Paese di voltagabbana, trasformisti e buffoni senza pari… possiamo vedere che i Paesi arabi, oltre a fare commercio di armi con terroristi d’ogni fazione, eserciti fasulli e vere macchine da guerra, si sono comprati (insieme alle Mafie) i più grandi poli industriali (come l’Expo a Milano), case di moda (Valentino, Ferré), squadre di calcio (Paris Saint-Germain), marche automobilistiche (Wolkswagen, Porsche, Audi, Bmw, Bugatti, Ducati)… il primo socio della banca Unicredit è gestito dal fondo Aabar (con sede a Abu Dhabi)… Piazza Affari è controllata dalla Borsa di Dubai (che detiene il17% del capitale) e dalla Qatar Investment Authority (per il 10, 3%)… il che vuol dire che il 30% dell’intera economia italiana è nelle mani di questi ex-cammellieri… ma il fatturato più alto in assoluto si deve al business del Web… ai proprietari, manager o fondatori di Facebook (Zuckerberg), WhatsApp (Jan Koum), Apple (Arthur Levinson), Tripadvisor (Sthephen Kaufer), Yahoo! (Ken Goldman)… sono tra i trenta padroni più ricchi del mondo, e sono ebrei… niente di male… tuttavia dobbiamo registrare che i profeti dei cristiani, ebrei e musulmani hanno sempre avuto la tendenza a conquistare il mondo non solo con le preghiere, anche con mercenari d’indubbie qualità da macelleria (se si può dire senza incappare in processi d’indiscrezione), non certo per sollevare miserie secolari, ma per istaurare il dominio di pochi sull’asservimento di molti! Ogni padrone è un saprofita e sa di esserlo!
Un’annotazione a margine. Bisogna stare molto attenti quando si parla della follia di un tiranno come Hitler… specie quando si fa del teatro e si cerca di mettere in scena, senza sapere dove poi arriva la provocazione o l’emulazione… è quanto accade nello spettacolo teatrale di Elio Germano e Chiara Lagani, La mia battaglia[23]. Le parole di Hitler, la bandiera uncinata, “truppe d’assalto” come coreografia… non si possono destinare né al riso né al pianto, tantomeno alla nostalgia truccata da rivisitazione critica o d’avanguardia (?). Qui si dice: “I giovani sono una tale massa di rincoglioniti! Passano il tempo davanti ai videogiochi o a mandarsi faccette sui telefonini fuori dalle sale scommesse dei centri commerciali…! Cosa sanno fare di concreto? (…) Guardate che se non facciamo subito qualcosa si troveranno tutti senza lavoro! Tra poco i loro posti li prenderanno gli altri! Finiranno a fare i servi nella case degli stranieri!”. Vorremmo sottolineare a Germano e alla sua degna camerata, che il demagogo è la sfumatura estrema dell’abominio e la sola fortuna che ha, è quella di morire o essere giustiziato senza posterità!

Quando la voce straniante di Germano grida sulla bandiera nazista (che poi prende fuoco): “La ragione sarà la nostra guida! La volontà, nostra invincibile forza e supremo protettore sarà la nostra fede! I giudici di questo stato possono con tranquillità condannarci per il nostro operato, ma la storia, ministra di una verità più alta, un giorno lacererà sorridendo il vostro giudizio, per assolvere tutti noi da ogni colpa e ogni peccato. Arrivederci” (parole direttamente tratte dal Mein Kampf di Hitler)… e la musica di Lili Marlene invade la platea in cerca di acclimatazione… non ci sentiamo per niente coinvolti né affascinati da tanta paccottiglia… “Arrivederci” da Hilter? Arrivederci un cazzo! Tutti gli Hitler vanno condannati all’indifferenza o riservare loro la sorte che meritano, affogati nella merda che li ha partoriti! Sono i semideficienti del teatro, del cinema, della letteratura, dello sport o delle canzonette a professare i fasti di menti malate… specialmente quando non riescono a dire chiaro e netto che tutto ciò che rappresenta la dissoluzione di un popolo va derattizzato!

Caro Germano, cara Lagani… andatelo a dire ai milioni di persone passati per le camere a gas che “la storia, ministra di un verità più alta, un giorno lacererà sorridendo il vostro giudizio, per assolvere tutti noi da ogni colpa e ogni peccato”… nemmeno nelle ritrattazioni di sant’Agostino ci sono così tante imbecillità da rendere un assassino più elegante, più raffinato, più accettabile che sia mai esistito!

Caro Germano, cara Lagani… il teatro della crudeltà lasciatelo a chi lo sa fare… a chi, come Antonin Artaud, ha cercato di spezzare la soggezione del teatro al testo… o a quanti, come il Living Theatre o il “teatro povero” di Jerzy Grotowski… sono riusciti a fondere il gesto e il movimento con la luce e la parola, e sovvertire la rappresentazione (lospettacolo) nel risultato estetico-etico che sborda verso la verità autentica d’ogni tempo!

No, caro Germano, no! No, cara Lagani, no! Maneggiare le idee richiede più talento che maneggiare le forche! E a queste andresti appesi, senza nemmeno la fanfara della banda dei carabinieri che v’incensa! Non crediamo che esista piacere più grande che calpestare la tomba di un tiranno o di un idolo, anche infranto! Il nazismo ci fa orrore, poiché abbiamo capito (e non ci voleva molto) quello che ha di orribile: la demenza accettata come storia!

La fotografia della fragilità della Miller… s’accosta alla tragedia ebraica con accuratezza… l’amorevolezza della sua ritrattistica incide una lesione nell’anima del lettore, perché non ne racconta l’eccidio ma la risorgenza… e lo fa nel rapporto viscerale con i corpi sopraffatti dal dolore… c’è qualcosa di leggero, d’identitario, d’inesorabile in quelle immagini… briciole di realtà che rivelano antiche le detestazioni di un popolo… i vestiti a righe, le stelle gialle, i corpi ignudati d’ogni parvenza dell’umano, conservano un portamento, una nobiltà, una giustizia che non si lascia dimenticare… sono fotoscritture che elevano la passionalità del dissidio contro l’indifferenza… nessuna angheria sarà mai abbastanza inclemente da resistere allo sdegno di quanti l’hanno subita o liberata… il delitto presuppone delle convinzioni, l’insurrezione dell’intelligenza le abolisce tutte… la cartografia della Shoah della Miller spazza via lo sporco del nazismo e la degradazione di Dio, anche… c’è in ogni inquadratura l’infinità dell’uomo che ritorna a se stesso e sconfigge la riprovazione del male che gli hanno inflitto! Sono immagini che non appartengono a nessuna patria, ma al mondo intero, e dicono: “L’anima sceglie i suoi compagni / e poi chiude la porta” (Emily Dickinson). Solo colui che capisce sa contro chi condurre il suo disprezzo! La ribellione è il segno più arcaico della libertà.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 24 volte febbraio, 2021
Pino Bertelli




[1] Carlo Falconi, Il silenzio di Pio XII, Sugarco, 1965

2 Francesco, Fratelli tutti. Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale, Edizioni Paoline, 2020

3 Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Adelphi, 1986

4 Daisaku Ikeda, La vita. Mistero prezioso, Sonzogno, 2000

5 Edgar Allan Poe, Il gatto nero e altri racconti del mistero e dell’immaginazione, RBA, 2021

6 Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa (2 volumi), 1999

7 Jean-Paul Sartre, L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica, SE, 2015

8 Louis-Ferdinand, Céline, Bagatelle per un massacro, Guanda, 1981

9 Michel Onfray, L’ordine libertario. Vita filosofica di Albert Camus, Ponte alle grazie, 2013

10 Adriana Muncinelli, Even. Pietruzza della memoria. Ebrei 1938-1945, Edizioni Gruppo Abele, 1994

11 Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 2006

12 Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa (3 volumi), 2017

13 Etty Hillisum, Diario 1941-1942, Adelphi, 2012

14 Valerio Riva, Francesco Bigazzi, Oro da Mosca. I finanziamenti sovietici dalla rivoluzione d’ottobre al crollo dell’URSS, Mondadori, 2002

15 Maimonide, La guida dei perplessi, UTET, 2006; Gershom Scholem, La Kabbalah e il suo simbolismo; Einaudi, 2001; Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose, 2000; Hans Jonas, Gnosi e spirito tardo-antico, Bompiani, 2010

16 Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, 2004

17 Susan Sontag, I diari della scrittrice, https://www.repubblica.it/

18 Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, 2003

19 Susan Sontag, Lo sguardo crudele, https://www.repubblica.it/online

20 Adolf Hilter, La mia battaglia, Bompiani, 1938 (era uscito in Germania nel 1933 e vendette un milione di copie). Per dare contezza dell’incontenibile messe di stupidità sciorinate da Hilter nel suo libro e commentate con la lucidità sprezzante che era dovuta, rimandiamo a Il “Mein Kampf” di Adolf Hilter, a cura di Giorgio Galli, Kaos Edizioni, 2002

21 Serena Dandini, La vasca del Fuhrer, Einaudi, 2020

22 Bernard Shaw, Uomo e superuomo, Club degli editori, 1966

23 Elio Germano, Chiara Lagani, La mia battaglia, Einaudi, 2020

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Dai diritti negati al Manifesto per una fotografia di bellezza e giustizia

"Se la giustizia è il criterio dei fini, la legalità è il criterio dei mezzi."
W. Benjamin


Ogni immagine di povertà, di sofferenza, di terrore è un racconto di una realtà che esiste ma, che fondamentalmente dovrebbe essere diversa.

Fotografare la sofferenza, contiene implicitamente la volontà di cancellarla, mostrarla per non ripeterla. I fotoreporter sono tra i primi ad aver mostrato al mondo la fotografia della sofferenza.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, nasce non da un sentimento di ottimismo ma, come conseguenza delle rivoluzioni, delle guerre e di tutti quei delitti di cui l’umanità si era macchiata.

I Diritti Umani sono quindi il frutto dell’orrore, non dell’amore, sono la volontà di creare qualcosa di nuovo, un’ideale di solidarietà, di benevolenza.

Come può la fotografia raccontare i Diritti? Probabilmente raccontando l’assenza degli stessi mai, la presenza. Solo se fotografo una bambina a piedi scalzi dinanzi ad una baracca, posso raccontare il diritto negato ad avere una casa.

“La fame assomiglia all’uomo che questa stessa fame sta uccidendo” ha scritto Eduardo Galeano, guardando una fotografia di Sebastião Salgado.

La fotografia della sofferenza, del dolore ci fornisce una visione fisiognomica dell’umanità, come i ritratti di August Sander che avevano lo scopo di far emergere la natura degli uomini della società, una società capace di plasmarli e dar loro fattezze esteriori visibili, una fotografia che svolge tre compiti contemporaneamente: documentazione, propaganda, esercizio dello sguardo. La fotografia che diventa fenomeno sociale, che influisce sulla società e ci consente una maggiore comprensione della realtà, non una società che influisce sulla fotografia. Conoscere il dolore dei soggetti fotografati, vuol dire conoscerne l’assenza di giustizia non la biografia. Tessere le lodi di uomini stremati dalla fame, ritrarre corpi straziati e sguardi pieni di sofferenza, concedendogli attraverso l’immagine la più alta forma di rispetto per l’uomo, significa farsi portatori di una fotografia di bellezza e giustizia, senza alcun paradosso. Trovare la bellezza nei posti sbagliati, vuol dire trovare una bellezza che non è possibile incontrare in nessun altro luogo. Mostrare l’inguardabile e dire l’indicibile è ciò che è possibile fare con la fotografia, non quella industriale, non quella delle masse ma, quella capace di raccontare con la cura e l’amore.

Adorno scriveva: “Le vittime sono trasformate in opera d’arte, sbattute in mostra per essere divorate dal mondo che le ha massacra-e. La cosiddetta resa artistica del nudo dolore fisico di quanti furono picchiati con il calcio dei fucili contiene in sé, per quanto remota, la possibilità che se ne possa trarre piacere […]L’impensabile […] viene trasfigurato, il suo orrore è in parte rimosso. Già solo per questo si rende ingiustizia alle vittime, eppure un’arte che evitasse le vittime non potrebbe stare a testa alta davanti alle esigenze della giustizia.”

Mostrare le immagini, vuol dire eliminare qualsiasi forma di giustificazione, disintegrare qualsiasi “io non ho visto, non lo sapevo”.

Felisia Toscano



Manifesto per una fotografia di bellezza e giustizia
resistenza sociale, disobbedienza civile e poetica dell’immagine

“Il diritto di avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa”.
Hannah Arendt

«Sto cercando ciò che è veramente reale nel mio cuore: e quando l’avrò trovato, potrò stargli umilmente accanto e dire: “Ecco qui, questo è ciò che sento, questa è la mia onesta interpretazione del mondo; e non è influenzata dal denaro, da inganni o pressioni – tranne la pressione della mia anima”… Carissima mamma, sono calmo come una laguna addormentata, anche se questa, come me, potrebbe nascondere un vulcano sul punto di eruttare. Chi ti ha detto che c’è la possibilità che io venga fatto fuori, o che li faccia fuori. Dopotutto sono i miei otto dollari (in prestito) contro i loro otto miliardi (una cifra immaginaria)… Forse stiamo camminando tenendoci per mano, io e la tragedia, e con la disperazione siamo in tre, anche se il mio stomaco freme come quello di una danzatrice del ventre, la danzatrice è pagata, mentre il mio si va corrodendo… In altre parole, non allarmarti – sono in arrivo difficoltà, ma non devastazione. E ciascuno avrà il denaro che gli spetta.
La fotografia è un mezzo di espressione potente. Usata adeguatamente è di grande utilità per il miglioramento e la comprensione. Usata male ha causato e causerà molti guai… Il fotografo ha la responsabilità del suo lavoro e degli effetti che ne derivano… La fotografia per me non è semplicemente un’occupazione. Portando la macchina fotografica io porto una fiaccola ».
W.Eugene Smith

(…quando W. E. Smith è scomparso ha lasciato in eredità 18 dollari e un patrimonio culturale/fotografico per l’intera umanità).

1 La Fotografia dei diritti umani o della bellezza prodiga (che dona senza misura), esprime estetiche/etiche di resistenza sociale in affrancamento agli ultimi, gli sfruttati, gli oppressi o pratiche di disobbedienza civile contro la distruzione del pianeta azzurro… è una fotografia in libertà che — ovunque lo spettacolo delle ideologie, delle fedi o dei mercati riduce l’uomo a suddito — si oppone all’avvenire del terribile, dilata il pensiero della dissidenza e lo riveste di dignità… lavora per abolire l’attuale situazione d’ingiustizia, per costruire una società del bello, del giusto e del bene comune. La libertà è in ciascuno e non può essere mendicata né recisa. Tutti gli uomini nascono liberi e uguali, forse… ma ovun-que sono tenuti a catena. Si tratta di mostrare la vergogna d’ogni potere e renderla ancora più vergognosa!

2 L’immaginale della Fotografia dei diritti umani è sempre una finestra aperta sul mondo e una fotografia, quando è grande, contiene il ritratto di un’epoca. È deplorevole per l’educazione della gioventù che la storia della fotografia sia sempre stata scritta da gente che la fotografia del dolore non ha compreso. Non ci sono guerre giuste né guerre umanitarie o guerre di religione che possono giustificare le predazioni dei paesi ricchi contro i popoli impoveriti… la Fotografia dei diritti umani compensa con la dignità ritrovata, tutta l’impudenza e la mancanza di principi della vita dominata e denuncia le condizioni di schiavitù nelle quali versano gli ultimi della terra. Quando non c’è nessuna Utopia, non c’è nessun futuro!

3 La Fotografia dei diritti umani o dell’esistenza liberata opera uno spaesamento estetico ed etico dell’immagine fotografica e restituisce la percezione della libertà dove è stata schiacciata… il diritto alla dignità è inviolabile, non è negoziabile, non ha prezzo e su di essa nessuno può esercitare alcun potere (se non quello di reprimerla). Le azioni di disobbedienza civile espresse nella storia, sono riuscite ad abbattere diffidenze, barriere, discriminazioni e produrre maggiori libertà. Quando i governi cominciano a perdere il consenso, vuol dire che le proteste sono state efficaci!

4 La Fotografia dei diritti umani svaligia universi convenuti ed eleva il bello tra il reale e l’eternità. Soltanto i cattivi fotografi del “bello” esercitano una certa influenza e l’entusiasmo allo stato morboso del banale che lo presuppone. Ogni immagine presa alla storia della violenza corrisponde a un tipo di felicità da conquistare… i fotografi della libertà che si schierano a fianco dei diritti umani, sono testimoni o poeti che ci insegnano a riflettere, a non dimenticare… ci nutrono con le loro immagini grazie alle quali possiamo vedere di che materia sono fatti i nostri sogni… la coscienza e la conoscenza di questi corsari della fotografia del vero e del bello disertano tutte le discipline dei linguaggi figurativi, spalancano le gabbie della realtà condizionata affinché l’umanità non rinunci all’innocenza del divenire. La bellezza contiene anche la giustizia e non s’abbevera agli aromi avvelenati del consenso o alle stigmate del successo. Non appena un maestro vuole avere discepoli, diventa sospetto.

5 La Fotografia dei diritti umani fiorisce in affrancamento ai rivolgimenti e ai mutamenti sociali… combatte le strutture del dominio, del sapere e della tecnica e invera il cattivo uso della politica come museruola a una vita senza passioni… respinge dappertutto l’infelicita… non porta né la pace né la spada ma la vitalità di uno stile che fa paura perfino agli angeli… è l’autobiografia o la confessione in verità (non solo fotografica) che trabocca nell’epifania o poetica del disvelamento come linguaggio personale… la fine dell’ineguaglianza è la spinta che muove le giovani generazioni alla lotta per la libertà e non avrà mai tregua sino a quando gli uomini tutti non godranno dei medesimi diritti… principio e fine di ogni filosofia/politica è la libertà. Se vuoi essere universale fotografa la cucina della tua casa e i volti dei tuoi padri!

6 La Fotografia dei diritti umani o il risveglio delle coscienze (in fo-tografia e dappertutto) è un richiamo alla vita autentica e la sola occasione per mettere fine al miscuglio indecente di terrori, banalità, costrizioni che i poteri fluidi architettano contro i popoli addomesticati. Gli indesiderabili della terra sono alle porte dei palazzi e dicono che l’uomo non è stato capace soltanto d’inventare i campi di sterminio, la bomba atomica, la catastrofe del pianeta o il terrorismo della Borsa, ma anche di creare le rose blu. La fotografia che si avvicina alla verità è superiore sia alla verità che alla fotografia!

7 (o settantasette volte sette+1) Il linguaggio fotografico dei diritti umani è una maniera di percepire il mondo e portarlo nella vita quotidiana. Non c’è libertà né giustizia a pieno titolo dove anche a un solo uomo è sottratta la libera creazione della propria personalità. Il riconoscimento della persona, della sua umanità, dignità sociale non può essere ingannevole, ma sovrano… Il diritto di avere diritti è un appello alla terra e a tutti gli uomini, le donne che continuano a lottare per la conquista di una dimensione dell’umano che si accorda con i diritti di bellezza, giustizia e libertà, apre il cammino della speranza del vivere bene, del vivere insieme in una civiltà del rispetto, di pace e di fraternità. Le rivoluzioni si fanno con le rivoluzioni, ma con la fotografia possiamo diventare donne e uomini migliori per la conquista di una società più giusta e più umana!

*Il “Manifesto per una fotografia di bellezza e giustizia” è stato redatto da Pino Bertelli, Maria Di Pietro e Felisia Toscano, pubblicato in Tracce – Rivista multimediale di critica radicale dal 1981.
Piombino, 6 luglio 2019


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