Epistolari di riflessione: covid

Cara Felisia,
credo che sarebbe importante far conoscere in Italia che altrove ci sono altri approcci alla malattia (diversi da quelli di Speranza che io penso andrebbe inviato a processo non solo dimesso- anche se probabilmente é in buona fede...é solo incompetente). Qui c'é un articolo del Globo (televisione e giornali assolutamente pro-.establishment e anti-trattamento precoce) che però deve informare sull'uso del trattamento precoce in alcuni stati, dove si distribuiscono ivermectina, azitromicina e idrossiclorochina alle persone che fanno richiesta nei dispensari (il famoso kit di cui ti parlavo nei centri di atendimento COVID...).
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ma forse qualcosa fanno questi trattamenti se in Italia il Case fatality rate é del 4,3%, mentre nella zona dove la municipalità distribuisce questi trattamenti é poco più del 2% e con un sistema di sanità pubblica che te lo raccomando...
ti pare?
Credo che questa propaganda contro il Brasile dovrebbe cessare. Il virus ha un impatto devastante su alcune persone -ma é anche una malattia curabile nella maggior parte dei casi...e la necessità di non bloccare l'economia in paesi con altissimi tassi di povertà (30 milioni di persone minimo nelle favelas- a cui aggiungi un'altra fascia di lavoratori poveri -senza poi menzionare i dannati della terra homeless-che non so quanti siano, ma sono migliaia e migliaia) mi pare un'ovvietà- che infatti ha accomunato dirigenti all'opposto dello scacchiere politico come Obrador in Messico, Ortega in Nicaragua (sinistra) e Bolsonaro (estrema destra). Se la sinistra italiana pensasse, anziché parlare ormai per slogan come una specie di robot o di pappagallo ammaestrato (dai grandi poteri finanziari)- ci arriverebbe da sola. Il lockdown, come ha scritto la mia amica Ana de Anquin in un articolo Cuarantena del Sur pubblicato nella mia rivista) é una cosa da borghesi...da classi medie...
Qui bisogna vivere col virus, senza farsi prendere dal panico. Assumendo la dose di dolore che esso provoca, ma senza rinunciare alla vita ed alle gioie che possono esistere anche in tempi dove il dolore s'impone- la nascita di un bambino, lo sbocciare di un amore tra due giovani, l'incanto dell'adolescenza di cui scriveva Leopardi nel Sabato del Villaggio...del resto, l'umanità -o i Sapiens- non é così che ha/hanno sormontate le prove terribile della loro travagliata storia. Possibile che l'Occidente dimentichi tutto? Boccaccio ed i suoi giovani che raccontano storie facete, i nobili veneziani che restavano in città durante la peste perché le loro attività dovevano continuare...l'Europa ha convissuto con la peste bubbonica ...non il coronavirus dal 1331 al 1750! Le epidemie erano ricorrenti! Perché non va trovato un modo umano di convivere col virus senza distruggere la nostra civiltà, l'educazione, la vita dei bambini? Proteggersi, curare, vaccinare i più fragili o le categorie professionali a rischio...ma distruggere la vita...é follia...

Giovanna Campani

Epistolari di riflessione...

Cara Felisia,
ho scritto articoli su articoli sulla politica migratoria europea - con il doppio regime (libera circolazione-dannati della terra) e denunciato il cimitero del Mediterraneo.
Devo dire però che, nel corso degli ultimi anni - una volta finito il patto Renzi-Europa sui migranti- le ONG hanno una responsabilità grave nel continuare a girare per il mare anziché aver cambiato strategia concentrandosi sull'intervento nei campi in Libia. Purtroppo i trafficanti mettono in mare le barche dalla Libia se sanno che ci sono le ONG (e mettono sui barconi chi ha pagato di più). Questo per la Libia. Per la Tunisia é diverso... No, penso davvero che le ONG dovrebbero smetterla ed investire le risorse in altro modo, per creare corridoi umanitari, andando in Libia, ecc...
Per il resto sai... l'Europa lascia migliaia e migliaia di disperati nelle isole greche...bambini...tu ti aspetti qualcosa dall'Europa? Solo i Pidioti continuano in quest'europeismo acritico. Che dire di Grillo? ...ora non serve più...E forse, fin dall'inizio, il movimento cinque stelle fu un modo di incanalare la rabbia...come le rivoluzioni colorate.
Viviamo in un tempo di post-democrazia e dobbiamo farcene una ragione. Poi in Italia il potere é sovragestito da forze internazionali e poteri forti da decenni (dal 1948 in poi direi...). Ma ora anche in Francia, dove io ho vissuto per anni e dove vivevo prima di finire in Brasile, siamo in piena post-democrazia.
Ho seguito il processo Floyd sulla CNN...come ho più volte detto non leggo la servile stampa italiana (non so se é peggio in servilismo al potere Repubblica o Libero). Sai, vari pezzi delle comunità afro-americane hanno effettivamente celebrato: questo é il primo processo ad un poliziotto bianco che uccide un nero in cui sentono che giustizia sia fatta. Ma qui ci riporta al problema della "cancel culture" e di Black Lives Matters...
Sai...quando i cristiani presero il potere cancellarono la cultura pagana...no? La rabbia degli oppressi sta portando in questa direzione...e...sai...alla fine dell'Impero romano, completamente decadente, senza più una bussola, ci furono imperatori- a cui importava del Cristo come dei loro sandali vecchi, che abbracciarono la nuova religione per consolidare il potere imperiale (penso a Costantino, ma forse anche a Teodosio...)...Ti dice nulla questo? Biden Costantino contro Massenzio Trump...in hoc signo vinces...quello di Black lives matter?
Pensiamoci.

Un caro saluto,
G.Campani

Foto di Maria Di Pietro

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Edward Burtynsky: Sulla fotografia della bellezza e poetica dell'insorgenza

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“Nell’amore come nella bellezza, ogni vero sguardo è uno sguardo incrociato…
tra colui che guarda e colui che è guardato… Uno sguardo privo
di relazioni difficilmente ha acceso la bellezza.
Gli sguardi incrociati sono gli unici in grado di far scaturire la scintilla che illumina…
i soli a permettere alla luce divina di giungere a rivelazione.
Ma in un’autentica esperienza d’amore e di bellezza”.
François Cheng



I. Bisogna amarla molto la fotografia, per volerla distruggere!
Sulle fiumane della fotografia in mostra di un celebrato colorista (ma questo vale per la maggior parte della fotografia confessata sul sagrato dell’arte mercatale), mi sono seduto e ho riso con l’amarezza visionaria di Don Chisciotte… il nobile hidalgo che con lo scudiero Sancio Panza, il cavallo Ronzinante e la sognata dama alla quale dedica le sue battaglie perdute, Dulcinea… combatte avversari immaginari trasfigurati in re, stallieri, burattini, maghi, demoni… ma bene sa di non confondere i giganti con i mulini a vento e anche se sconfitto sempre è vinto mai.
L’Apocalisse si adatta a meraviglia a quest’epoca neoliberista, colonialista, guerrafondaia — avrà pensato il cavaliere errante dell’utopia ogni volta che veniva bastonato! —… per manifestarsi la libertà esige l’amore dell’uomo per l’uomo, perché il vero uccide la vita che solo l’amore rende possibile! Non c’è più nessuno oggi che lavori con l’aiuto di utensili appropriati (financo con l’azione diretta o propaganda del fatto) all’instaurazione dell’armonia cosmica… l’idea degli anarchici di annientare qualsiasi autorità e vergogna istituzionale (idolatrica o religiosa) resta una tra le più belle e autentiche che mai siano state concepite.
Non basta ridare la cicuta a Socrate per inadempienza contro la filosofia della beatitudine accademica, dottrinaria o mitologica… occorre anche praticare una filosofia dell’insorgenza per impedire che un manipolo di arricchiti possa continuare a distruggere il pianeta blu e sfruttare, violentare, massacrare i popoli impoveriti… cercare d’interdire la caricatura di una cultura scientifica/ideologica/ecologica che — lontano dal formare la coscienza del contraccolpo — si attesta nella spettacolarità e nello smarrimento generale… più ancora, va a ledere (quando non ad infrangere) le possibilità di rovesciare un mondo rovesciato. Non si tratta di abolire la connessione dei partiti, dei governi, dei saperi con le mafie finanziarie internazionali soltanto… ma d’adoperarsi con ogni attrezzo necessario alla loro dissoluzione… il dominio dell’uomo sull’uomo sparirà il giorno in cui gli idoli saranno infranti e la bellezza, l’amore, la verità… diventeranno i soli riferimenti etici ed estetici del bene comune. “Soltanto lì dove il dialogo si è armato per far vincere le proprie convinzioni” (Guy Debord), l’oppressione degli apparati economici, burocratici, militari e polizieschi sarà spazzata via, e soltanto su queste rovine potrà nascere l’aurora di una “vivenza” più giusta e più umana.
La fotografia, va detto, è una sommatoria della spettacolarizzazione del mondo… i fotografi (presi nel mazzo, s’intende), sono una sorta di ebeti senza innocenza né tenerezza… sguazzano nel confortorio dell’inettitudine e si danno convegno nelle latrine del falso, dell’ingiusto e del tradimento mercatale… si farebbero fottere le loro donne, ucciderebbero la loro madre e si mangerebbero i loro figli per un premio internazionale, un riconoscimento museale o un articolo sulle riviste specializzate o nei giornali della sera… fotografare la miseria senza averla mai conosciuta è un’impostura da impiccagione immediata! I fotografi sono più falsi degli aruspici che per tutta la durata dell’Impero Romano propinavano la loro arte divinatoria alle folle… consisteva nell’esame delle viscere (soprattutto fegato e intestino) di animali sacrifi ti per esortare il popolo a norme di condotta… e “quando Catone il vecchio diceva che due aruspici non potevano guardarsi onestamente in faccia senza scoppiare a ridere” (E.M. Cioran), io ci credo… è quanto succede nelle conventicole dei fotografi dello spettacolare integrato… ma questi non ridono mai, si prendono davvero sul serio… parlano della loro arte come dimensione formale della conoscenza e nel palcoscenico dei salotti eccellono nel culto dell’ornamento… poiché tutta la fotografia (o quasi) si mantiene nel limiti delle forme concordate e dell’inganno universale.
Nella sua totalità la fotografia è risultato e progetto del mondo della produzione esistente, è la sua decorazione appagata, è il punto focale dell’irrealismo della società reale. I fotografi — dai più magnificati agli stupidi che li imitano — sembrano non capire (ma lo sanno in qualche modo molto bene) che forma e contenuto dello spettacolare diffuso sono l’identica giustificazione del sistema imperante… modello di unificazione della società alienata… la fotografia non consiste in un insieme d’immagini (più o meno ben fatte), ma di un rapporto sociale fra persone, mediato dalle immagini (che si rappresentano all’interno della pura apparenza… senza mai accorgersi che rimangono esterne al talento innato).
Il fotografo del bello, del vero, del bene comune mette la fotocamera sulla spalla — come i partigiani portavano il ferro — e “spara” negli occhi della vessazione, del totalitarismo e dell’ingiustizia, la verità.
L’uomo in rivolta si costruisce un divenire di protesta contro la sorte e contrasta la fatalità o  la soggezione come destino. L’eleganza all’infinito di qualsiasi insorgenza (anche erotica, libertina o libertaria) non si esaurisce nella poetica del visibile, la soddisfa, e attraverso la burrasca dei sentimenti, delle passioni, delle epifanie dissoda il mistero, raccoglie le emozioni rare e pericolose e al canto d’ispirazioni audaci irrompe in un’epoca che sarà stata tutto, tranne che intelligente… e per questo va fatta crollare. Ci sono momenti in cui la storia corrisponde a una mancanza di nobiltà e sono la costruzione di situazioni radicali a mostrare quello che siamo: “Fai tutto ciò che vuoi fare nella vita, ma quello che fai cerca di farlo sempre con amore”, diceva mia nonna partigiana… foss’anche accendere un brulotto sotto il culo dei despoti dell’approssimazione… lo riconfermiamo qui: “Chi conosce la forca non sempre sa fotografare e chi fotografa non conosce la forca, anche se spesso la meriterebbe!”. Bisogna amarla molto la fotografia, per volerla distruggere.
Al di là della fotografia merlettata, dove l’immagine è artificiale, piacevole e anche “bella”, si scorgono passatori di confine che non guardano poi molto ai pretesti del consenso né danno così importanza al riscontro suggestivo che viene loro tributato… uno di questi è Edward Burtynsky… fotografo, regista e artista canadese… un autore che ha mostrato come si può elevare la fotografia a bellezza soppesata… sviscerato le categorie del visibile come limiti della cultura e predilezione degli uomini di potere al cattivo gusto… la sua scrittura fotografica è una fioritura della finitudine etica/estetica e si esplicita fino al sublime che rovescia il tragico in poesia… un fare-fotografia contro la barbarie degli ordinamenti moderni, delle mostruosità politiche, delle indifferenze generalizzate… le sue immagini deplorano la vanità, la meschinità, l’arroganza dei devastatori della Terra e s’aggrappano ai tormenti dell’ignoto… disvelano i contenuti imperialisti dell’economia-politica, indissociabili dalla devastazione dell’umanità.
L’uomo è la merce che compra, il dio che prega, il terrore che sparge nella sterilità della perfezione… ciascuno è straniero a se stesso e sono davvero pochi i “poeti maledetti” che combattono l’entusiasmo degli ignoranti, dei servi colti e dei bastardi che fanno professione di governare… solo gli uomini di second’ordine coltivano illusioni, speranze, tradimenti di cattiva qualità, ed è a partire dal taglio di queste teste marce che possiamo intravvedere la fine della violenza istituzionalizzata e l’inizio dell’uomo liberato dalla mediocrità… la civiltà dello spettacolo non è altro che la raffinatezza del banale, diceva… l’idiozia e la vergogna dell’evidenza che riposano nel cinismo e nelle convinzioni: sotto la politica del consenso (anche elettorale) giace il cadavere dell’uomo.
Un’annotazione a margine. Edward Burtynsky nasce nel 1955 a St. Catharines (Ontario), studia al Ryerson Polytechnic University e si diploma in arti grafiche… si laurea in arti grafiche al Niagara College… è considerato (anche giustamente) tra più importanti fotografi contemporanei… le sue opere sono esposte in musei, collezioni private e pubblicate in libri di notevole prestigio editoriale… una delle sue tematiche centrali è quella della distruzione dell’ambiente da parte dell’uomo… è inoltre autore (con Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier) di un film di notevole presa del reale, Antropocene L’epoca umana (2018). Miti senza sostanza e ideali senza contenuti sono sinonimi… la libertà, in amore e dappertutto, si può manifestare soltanto nel vuoto delle fedi, morali e valori assunti come sottoprodotti del dogma… una comunità si rivela “civile” per la facoltà che essa ha d’incitare il maggior numero all’imitazione e al servaggio.
Come sappiamo, antropocene è un termine coniato negli anni ottanta dal biologo statunitense Eugene F. Stoermer (ripreso dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen) per indicare l’attuale epoca geologica. L’uomo è responsabile delle modifiche climatiche, territoriali, strutturali del nostro pianeta… prima che ne parlassero ragazzette con le trecce e l’occhio furbo, papi che recitano « Laudato sii, mi’ Signore, con tutte le tue creature » mentre le sue banche fanno affari con i mercanti d’armi o sardine in preda al messianismo dello spontaneismo trionfante… già nel 1873 il presbitero/geologo Antonio Stoppani avvertiva che l’attività umana è la prima minaccia di aggressione alla biosfera… siccome siamo disadatti (o disadattati) a costruire altarini o diffondere comportamenti o linee di condotta… ci affranchiamo all’Appello di otto scienziati — William J. Ripple, ecologo dell’università di stato dell’Oregon (Usa); Mohammed Alamgir, ricercatore di scienze forestali e ambientali di Chittagong (Bangladesh); Ellen Crist del dipartimento di scienze, tecnologia e società dell’università statale della Virginia (Usa); Mauro Galetti ecologo dell’università statale paulista di Sao Paulo (Brasile); William Laurance, professore emerito di biologia della conservazione all’università James Cook (Australia); Mahmoud I. Mahmoud ricercatore della National Oil Spill Detection and Response Agency di Abuja (Nigeria); Thomas M. Newsome, associato al dipartimento di ecosistemi forestali e società dell’università di stato dell’Oregon (Usa) e all’università Deakin di Geelong (Australia); Christopher Wolf , ricercatore di sistemi forestali all’università statale dell’Oregon (Usa) — sottoscritto da 15.364 studiosi di 184 paesi… che invitano l’umanità a cambiare modello di vita per evitare « una perdita catastrofica di biodiversità… presto sarà troppo tardi », scrivono (per gli internauti che evitano con cura le cazzate dei social-network non sarà difficile reperirlo in Rete).
Bisogna essere abbastanza incoscienti o piuttosto stupidi o molto famelici per sentirsi parte di Paesi e di governi criminali che non prendono misure efficaci contro il riscaldamento climatico, la deforestazione, la defaunazione, il degrado ambientale e l’annientamento di numerose forme di vita… l’economia basata sulla “crescita” (e il profitto soltanto per un numero circoscritto di predatori vestiti Armani) è il feticcio da scardinare… solo dalla liquidazione pura e semplice del capitalismo parassitario (Zygmunt Bauman), che è un infeudamento dell’intolleranza e della servitù volontaria, si potrà accedere al rinascimento della comunità prodiga… per raggiungere quel tanto di felicità mai vissuta realmente, dovremmo scatenare una notte di San Bartolomeo degli ipocriti… praticare quotidianamente il massacro di fottutissimi dèi e mettere fine a un ciclo d’inciviltà durato troppo a lungo. L’arte che cos’è se non il crimine in piena gloria? Ma può anche essere un linguaggio che diserta la scuola dei tiranni e veleno per il conformismo accreditato: l’arte (tutta l’arte) è insieme il cafàrnao e la tomba del genio.

II. Sulla fotografia della bellezza e dell’insorgenza
La bellezza formale non è bellezza e non c’è bellezza autentica che non contenga la giustizia… la bellezza è un accadere, uno slancio di verità, una vampata d’amore, un desiderio di eguaglianza e risiede, per così dire, nella dimensione dell’anima in volo che si posa là dove Siddharta (“il Risvegliato”) diceva: “Il cambiamento non è mai doloroso. Solo la resistenza al cambiamento lo è… Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare”. La fotografia di Edward Burtynsky, appunto, contiene l’insorgenza del giusto… e in questi tempi di miserie irrimarginabili, violenze cieche, catastrofi ecologiche, parlare di bellezza e insorgenza può sembrare sconveniente, persino provocatorio… quasi uno scandalo… e forse lo è anche… prendere coscienza che solo la bellezza può evocare altra bellezza, accrescerla, elevarla a profondità dell’essere, diceva… significa innamorarsi dell’uomo, della donna e del mondo… la bellezza è trasfigurazione della grazia e l’insorgenza è fonte dell’incontro che s’innalza verso la conoscenza di sé e costituisce il legame, il percorso, il viatico tra l’amore e la vita autentica.
La visione estetica/etica di Burtynsky cade in fotografia nell’infinità di un principio di vita che si dona, con fermezza austera porge la possibilità di fermare le cause della distruzione globale e come gli antichi cinesi consideravano la donna un dono del cielo, le immagini del fotografo canadese si possono leggere come ideogrammi che si offrono al nostro sguardo per dare inizio a un’indignazione più vasta… non c’è gesto di bontà che non sia bello! e le fotografie di Burtynsky dicono che l’atto del bene, del giusto, del godimento dei piaceri sono al fondo della qualità della bellezza, la irradiano anche nelle sensibilità più ostiche e la rendono desiderabile.
La fotografia così fatta oltrepassa l’apparenza e alla maniera dei confuciani — che sono pronti a morire perché l’amore umano sia salvato —, riporta allo splendore del vero e al dolore che ne consegue… il fare-fotografia di Burtynsky ha la forza di trasmutare ciò che è devastato in difesa delle accezioni amorose che ci sono tra cielo e terra e fare della bellezza un atto d’accusa contro la volgarità delle dossologie mercatali… l’oro, l’acqua, il petrolio, le armi… sono il peccato e la confessione insieme di una ricchezza illusoria, apparati politici, disegni economici legati e intrecciati ai peggiori delitti per controllare, educare, sottomettere interi pezzi di umanità… si è voluto confondere sviluppo con la crescita e tutti i modelli applicati sono coercitivi… la libertà di scegliere non s’impone, si propone e per la libertà, come per l’amore, non ci sono catene.
La cartografia fotografica di Burtynsky figura le ferite della Terra martoriata dalla malvagità dei potenti… — petrolio che allaga le periferie, fiumi inquinati, mari feriti dalla plastica, terre mangiate dalle scavatrici, foreste pluviali desertificate dalle macchine dell’uomo, cave di marmo oltraggiate, pezzi di vita saccheggiati —… l’isteria del profitto seminata come un’invasione mongolica… si riflettono nelle lezioni di meraviglia di Burtynsky… lo stupore che fuoriesce da ogni immagine è una sorta di commozione davanti all’irrazionale, all’oltraggio, all’esproprio della bellezza… c’è qualcosa al fondo di questa filosofia della fotografia che si dispiega e intesse al contempo i fili di un’esistenza planetaria in pericolo e solo l’amare, solo il conoscere può evitare il terrore che avanza… se scendiamo in profondità, nelle viscere di questa iniziazione o rivelazione dell’essenza del vero, del bello, del bene comune che cade in fotografia, come nella vita vera, possiamo entrare in comunione con la prima elegia duinese  di Rilke: « Chi se io gridassi mi udirebbe mai/dalle schiere degli angeli ed anche/se uno di loro al cuore/mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte/presenza. Perché il bello è solo/l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena,/e il bello lo ammiriamo così perché incurante/disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo »… ecco… le fotografie in forma di poesia di Burtynsky sono dunque un invito al viaggio per spingersi al di là dello sgomento… e proprio alla maniera di Baudelaire, il fotografo parla della Terra come un incontro d’amore incendiato, così: « Sorella mia, mio bene,/che dolce noi due insieme,/pensa, vivere là!/Amare a sazietà,/amare e morire/nel paese che tanto ti somiglia!/I soli infradiciati/di quei cieli imbronciati/hanno per il mio cuore/il misterioso incanto/dei tuoi occhi insidiosi/ che brillano nel pianto ». Sì, certo… l’immaginario di Burtynsky è il cominciamento di un amore verso il Tutto e contro il Niente!… una gettatezza del riconoscimento del mondo come atto d’amore verso il godimento di un cambiamento epocale nel quale bisogna perdersi per ritrovarsi ancora… un’intrusione tra il visibile e l’invisibile che ricrea un sogno di salvezza e di bellezza della vita quotidiana, davanti alla quale potersi raccogliere e cantarne le lodi… rovesciare il“mondo vero” (Nietzsche c’entra sempre quando si parla di mirabilia) nella favola (per la quale si può vivere o morire) di una libera società.
La fotografia pariegetica (“condurre intorno”) di Burtynsky — poco importa se è di grande formato o meno, bianco e nero o colore —, è affabulata nella sapienza della luce, nella forza dell’inquadratura, nella costruzione di una “surrealtà” visionaria che reinventa l’origine documentale dalla quale parte… come un filosofo epicureo, il fotografo inventa le immagini sulla forma del sentire e le deposita in una cosmogonia dei sentimenti struccati che hanno come unico scopo la salvezza dell’umano in amore.
La vera libertà è l’amore che libera dalla sofferenza (abbiamo trascritto nel nostro Moleskine da un libretto perduto, I fiori del Buddha, mentre cercavamo di aiutare una bambina sfigurata da una “bomba umanitaria” in Iraq nel 2003), e i sutra del cuore sono il mantra o l’incantesimo che sopprime ogni ferita esistenziale… riporta la luce là dove regnano le tenebre e permette di ritrovare la realtà… “Andare, andare insieme, al di là dell’oltre, sulla riva del Risveglio… il Risveglio stesso è la più alta verità e la realtà ultima”… è tutto questo che abbiamo visto al fondo dell’architettura fotografica di Burtynsky… un’accusa circostanziata contro l’indifferenza, la bruttezza, la vigliaccheria politica… che consiste nel riconoscere la bellezza di chi ci ha preceduto, di chi ci sta accanto e di chi succederà al superamento della domesticazione sociale… i bracconieri di sogni stanno sempre al limitare del bosco in attesa di quelle tempeste d’amore che sbaraccano i luoghi comuni e reinventano la storia… del resto “gli esasperati sono così, un bel giorno sgorgano dalla testa dei popoli come i fantasmi sbucano dai muri” (Èric Vuillard) e danno fuoco hai castelli per accedere alla società che viene.
Il rizomario fotografico di Burtynsky s’innesta nelle gesta dei cavalieri che fecero l’impresa… che accettavano l’ignoto e combattevano l’indiscrezione… quei cavalieri senza re né regni che dietro di sé non lasciavano mattanze, ma capolavori d’amore, senza dare mai soluzioni… bombaroli in utopia che piazzano ovunque la sovversione non sospetta dell’interrogazione… eresiarchi dell’immaginale liberato, irrompono nella realtà con un’altra realtà e da innamorati del corpo e del respiro nel possibile, spargono fame di magia o lucida follia nella sfrenatezza di uno stile e nella creatività (amorosa, anche) inventano il primo mattino del mondo. La percezione della fierezza che fuoriesce dalle fotografie di Burtynsky coincide con la percezione del tutto… con l’ingresso nel tutto come forma di riscatto da un sistema di speranze ingannevole… un incominciamento a vedere oltre la rapacità istituzionalizzata… la fotografia così fatta nasce dallo scoramento per ciò che sembra inaffrontabile… è un frugare dentro, narrare le ferite, scoprire il tremore del vero che combatte la tirannia della ragione… il fine della fotografia (come di ogni cosa) non è la ragione ma la libertà.
Il portolano fotografico di Burtynsky non si esaurisce in ciò che rappresenta… l’immagine non è solo ciò che merge dal fotografato, è anche la difesa della bellezza del mondo e costituisce un appello in difesa dei diritti umani e per l’autodeterminazione dei popoli… tienimi lontano dall’arte che non sa piangere e dagli occhi dei bambini che non sanno più ridere, diceva… e dunque questo immaginale del dolore si richiama a una promessa di luce, a sguardi che si ricongiungono con altri sguardi, all’amore verso l’altro/a che si accresce a s’innalza verso la creazione di un nuovo sogno… lo sguardo allora si trasmuta in un riconoscimento che è collegato all’immaginazione o alla rivelazione di sé negli occhi di cieli puliti dove ciascuno vive l’innocenza del divenire… lo sguardo con cui la fotografia vede la bellezza è anche lo sguardo con cui la bellezza si rovescia addosso al mio sguardo e accende visioni che traboccano nell’eleganza del gesto estremo… vivere in bellezza, come in amore, significa vivere all’incrocio di sguardi incrociati dove la luce del vero si trascolora in rivelazione… nei flussi turbolenti della storia ci siamo trovati sempre dalla parte sbagliata, certo… ma in questo non abbiamo sbagliato mai.
La poetica dell’insorgenza o della discordanza nel discorso fotografico di Burtynsky segna anche una dimensione della risorgenza o del risveglio… la finitezza delle sue opere va a toccare le corde emozionali dell’indignazione e nella trasfigurazione del vero si dipana sul filo aureo dello stupore, della meraviglia che s’intrecciano nell’ebbrezza del bello come valore universale… all’interno della dimensione estetica/etica di Burtynsky — e le sue immagini vanno dritto al cuore di un delirio da miserabili — si coglie le responsabilità dei boia e dei ghigliottinati… i miti celano sempre la volontà di esercitare il potere sulle masse che li erigono a “padri”… ha cominciato san Paolo ha scrivere stigmate di raffinata distruzione del bello e la civiltà dello spettacolo ha compiuto il totale sterminio della libertà di pensiero… tutti sono molto tolleranti con quanti esprimono il dissidio, basta che non facciano sul serio.
La fotografia dell’insorgenza dunque è l’attraversamento dello specchio di Alice… la felicità, come l’amore, è vera solo quando si è perso la paura d’amare che impedisce la felicità di farsi vita! La fotografia della “différance” (il differire, nel linguaggio derridiano vuol dire “rimettere a più tardi” o “tener conto” dell’alterità di un’azione in corso, anche) che riporta alla decostruzione o metafisica della presenza e ciò che conta davvero è l’emozione che provi di fronte all’imperio del bene che contrasta il male e lo sconfigge… è la forza del desiderio di amare e d’essere amati che incontra il diverso da sé (lo straniero, il folle, il disagiato), lo accoglie nella propria casa, veste l’ignudo e condivide il pane con lui… i nati nelle capanne o i morti nelle università sono fratelli e sorelle… il cuore dell’avvenire non ha confini né barriere, va conquistato senza slanci né inchini… si tratta di abbattere (con tutti gli strumenti utili) la secolarizzazione delle lacrime e comunque vada, senza nessun rimorso.


Pino Bertelli - Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 28 volte dicembre 2019

Il paesaggio che muta: dalla fotografia dell'Ottocento all'Antropocene

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Le fotografie dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento nel continente nordamericano hanno contribuito a creare l’immaginario del paesaggio sconfinato legato alla dimensione grandiosa, incontaminata, sacra della Natura. Nella fotografia intorno al 1970 si assiste ad una svolta epocale dove il ruolo della natura e del paesaggio comincia a cambiare radicalmente. Le foto di Ansel Adams ci mostravano montagne e fiumi con tonalità di fondo scure, quasi cupe e, minacciose con qualche lampo di luce che tagliava boschi. L’umanità, la civiltà sono completamente assenti, niente ricorda l’opera umana, come se il paesaggio fosse puro, incontaminato. Nelle fotografie di Robert Adams, invece, vedremo fotografie pervase da una luce abbagliante con contrasti di ombre delle case dove, la civiltà presente con gruppi di edifici o interi insediamenti che si espandono sulla pianura. Una presa di coscienza che l’idea di natura, fino ad allora predominante nella fotografia forse, non coincideva più con la realtà del paesaggio. Con la poesia di Walt Whitman “datemi il fulgido sole silente… datemi il prato ove cresce l’erba… datemi notti dove possa guardare le stelle a ovest del Mississipi…” abbiamo quella voce poetica di un movimento prima con O’Sullivan e William Henry Jacksone, poi con Weston e Ansel Adams che ci raccontano una fotografia di una natura grandiosa, incontaminata e sacra, idealizzata e stilizzata fino ad incarnare ciò che è eterno. Il paesaggio, corpo incontaminato, contrapposto in seguito al corpo della città, quello che era una angolo di natura in seguito, è tipicamente colonizzato da case, rifiuti e cose abbandonate. Il paesaggio diventa territorio, limitante, emarginante ma, soprattutto, occupato. Nel 1979 fu Lewis Baltz a fotografare Park City, un progetto immobiliare di grande respiro dal quale i costruttori attendevano lauti profitti, fotografie che ritraevano l’interno degli edifici dove non era mai chiaro se c’era costruzione o smantellamento di qualcosa. Gli anni 80’ sono stati poi caratterizzati da una fotografia che “voleva mostrare cosa succedeva là fuori”, si ritraevano soggetti nel solco del concettualismo e dello strutturalismo e, per quanto riguarda il linguaggio figurativo, una fotografia che aveva come modelli Eugene Atget o Walker Evans. La fotografia diventava sempre più uno strumento di indagine e ricerca. La terra è diventata il campo di battaglia dei grandi interessi economici: viene conquistata, sfruttata e commercializzata. Da quella fotografia oggi ci troviamo dinanzi un progetto con immagini di ampio respiro. Il progetto Antropocene è un’esplorazione multimediale che documenta l’indelebile impronta umana sulla terra e, lo fa con un’esplorazione a 360°. Dalle barriere frangiflutti edificate sul 60% delle coste cinesi alle ciclopiche macchine costruite in Germania, dalle psichedeliche miniere di potassio nei monti Urali in Russia alla devastazione della Grande barriera corallina australiana, dalle surreali vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama alle cave di marmo di Carrara e ad una delle più grandi discariche del mondo a Dandora, in Kenya.
Antropocene è frutto della collaborazione quadriennale tra gli autori il fotografo Edward Burtynsky e i registi e videomaker Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier che, combinando arte, cinema, realtà aumentata e ricerca scientifica, documentano i cambiamenti che l’uomo ha impresso sul pianeta e testimoniano gli effetti delle attività umane sui processi naturali.
La ricerca è volta a dimostrare che gli esseri umani sono diventati la singola forza più determinante sul pianeta. La formazione del pianeta mediante l’estrazione mineraria, l’urbanizzazione, l’industrializzazione e l’agricoltura. La proliferazione delle dighe e la frequente deviazione dei corsi d’acqua; l’eccesso di CO2 e l’acidificazione degli oceani dovuti al cambiamento climatico.
E poi: la presenza pervasiva e globale della plastica, del cemento e di altri tecno-fossili e un’impennata senza precedenti nei tassi di deforestazione ed estinzione. Queste incursioni umane su scala planetaria – argomentano gli scienziati – sono così pesanti che i loro effetti sono destinati a perdurare e a influenzare il corso delle ere geologiche. Si sta parlando molto dell’Antropocene, l’era degli esseri umani. Ci si chiede quando è iniziata, chi ne è responsabile, come possiamo prevenire ulteriori cambiamenti, rallentarli… Il quesito principale è: che cosa significa essere degli esseri umani su questo pianeta, ora che abbiamo irrimediabilmente revocato l’equilibrio dei suoi sistemi?
Cambiamenti che hanno interferito con il clima globale, trasformandolo, abbiamo acidificato le nostre acque, dato inizio all’estinzione di massa della biodiversità, modificato gli ecosistemi che ci permettono di vivere, inquinato mare e terra. Tutto questo mentre continuiamo a riprodurci ad una velocità che richiede sempre più risorse.
Tre artisti hanno deciso insieme di raccontare con fotografie e film tutto ciò, hanno deciso insieme quali luoghi visitare e sempre insieme si sono recati in ognuno di essi. Nella mostra, i murali ad alta risoluzione sono tra le fotografie più grandi mai create fino ad oggi, misurano dai 3,7 ai 7,3 metri, realizzati mettendo insieme centinaia di fotografia individuali focalizzando così in tutta l’immagine gli immensi panorami, presentando dettagli straordinari che vanno ben oltre ciò che può cogliere l’occhio umano. Per il progetto Antropocene l’ambito d’esplorazione dei tre artisti è il mondo della tecnologia esperienziale. La realtà virtuale e quella aumentata hanno guadagnato molta popolarità negli ultimi anni, basta pensare che il New York Times ha iniziato a considerare sia la realtà virtuale che quella aumentata come nuove modalità di narrazione.
Il progetto in tutte le sue sfaccettature è l’ultimo capitolo di un continuo tentativo di galvanizzare un ampio sostegno, non solo per migliorare la gestione delle risorse della terra ma, anche per creare un nuovo rapporto con il pianeta attraverso l’esperienza estetica, attraverso il lavoro di Burtynsky, Baichwal e Pencier, veniamo messi a confronto con un mondo che abitiamo ma, che non riusciamo a vedere con facilità.
Rapportarci ai luoghi che modifichiamo con le nostre azioni ma, che forse non vedremo mai, testimonia che, come specie, il nostro potere è se non illimitato certamente sufficiente per essere decisivo. Gli artisti ci chiedono di considerare attentamente come esercitare quel potere nel presente.
Possiamo ancora rallentare questo processo?
Cosa dobbiamo fare? Queste domande rivelano la nostra insicurezza. Fornire risposte precise è difficile, se non impossibile. Certo è che “abbiamo turbato e alterato il clima globale, inquinato terra e mare. Antropocene è la sfida a prendere definitivamente in mano il destino del pianeta con l’ingegneria climatica, le geoingegneria, l’ingegneria genetica. Il piano, dunque, sarebbe quello di interferire con la natura sfruttando lo stato delle conoscenze presenti e future ed evitando così un possibile collasso. Questa presa di posizione cela in sé l’idea di un Tranumanesimo, la fiducia in un essenziale progresso del genere umano con l’ausilio della scienza e della tecnologia.” Un video di Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencier “Esplosione alberi pericolosi” Cathedral Grove di Vancouver Island, in Canada, ci mostra un’esplosione che squarcia la foresta facendo volare rami e cortecce. Si fanno “brillare”, esplodere, questi alberi per accelerare il processo naturale che vede le parti degli alberi stessi ritornare al suolo della foresta.
Un video che ferma il nostro sguardo in contemplazione, dalla distruzione alla naturale rinascita.
Questo mostra ci ricorda come l’artista registra la situazione senza giudicare, contrastando scale e dettaglio nel tentativo di promuovere la polemica o il sensazionalismo. Il loro obiettivo è duplice: rallentano l’azione, sdrammatizzano l’evento, lasciano campo libero allo sguardo dell’osservatore, ci consentono di stabilire il nostro punto di vista e di farci un’opinione personale. Al tempo stesso mostrano i fatti in un contesto più ampio, li rendono accessibili sul piano razionale, oltre che emotivo. Dopo aver visto le meravigliose immagini in mostra, importante è certo l’ausilio dell’arte che si svela nella natura nonostante la sua sofferenza, immagini di un’estetica incredibile (la fotografia delle miniere di potassio di Berezniki, Siberia) che sembrano dirci che nessuna distruzione può placare la bellezza della natura e che forse, c’è ancora speranza imparando da essa.


Maria Di Pietro - Settembre 2019

La fotografa surrealista

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“Alle sette del mattino, prima di soddisfare una fame immaginaria - il sole non ha ancora deciso di sorgere o tramontare - la tua bocca viene a soppiantare tutte queste indecisioni. Unica realtà, che da valore al sogno e ripugna al risveglio, essa rimane sospesa nel vuoto, fra due corpi. La tua bocca stessa diventa due corpi, separati da un orizzonte sottile, ondulato. Come la terra e il cielo, come te e me.”
Man Ray


• La fotografa surrealista
Surrealista già negli Stati Uniti, prima che questo movimento avesse un nome, scelse fin dall’inizio di vivere secondo principi solo suoi. Modella, viaggiatrice appassionata, fotografa, reporter di guerra, Lee Miller è stata una donna libera, prima di tutto, dimostrandolo nelle sue scelte, nella vita che ha vissuto.
Era il maggio del 1925, aveva 18 anni quando arrivò a Parigi per la prima volta. La sua anima libera era tutt’uno con la sua determinazione, il voler distruggere le convenzioni sociali di quel momento, attratta dai nuovi modi di vedere il mondo e di esplorare la dimensione interiore, attraverso la scrittura e il linguaggio dell’immaginario, cosa che lei trasfigurava con il suo ardore di pace, libertà e giustizia. Emancipata, in un’epoca in cui, esserlo era praticamente impossibile, molte delle sue amiche, erano compagne di uomini influenti, come ancora oggi accade, con qualche differenza sostanziale.
In occasione della mostra surrealista nella Galerie di Pierre a Parigi, con quadri di Jean Arp, Maz Ernst, Andrè Masson, Joan Mirò e Pablo Picasso, vide le opere del fotografo Man Ray che diventò da lì a poco, il suo compagno. Di straordinaria bellezza e incantevole fascino, come accadde a molti, Ray restò ammaliato da Lee e, se ne innamorò perdutamente. Fu Lee a cercarlo per poter condividere con lui un percorso artistico, confrontarsi e poter attingere in campo fotografico. Dopo una relazione di qualche anno, il talento di entrambi fece fatica a procedere insieme.
Man Ray le dedicherà una sequenza di immagini, riflessi di luce, poesia dagli orni sfocati, ricerca dell’anima umana e delle sue inquietudini. Venature femminili che l’artista metterà in luce, a volte con affabile desiderio in intimi finezze dell’immaginario, ed altre, con assillo. Dal canto suo, tutta l’emancipazione di Lee Miller, si percepisce già dalla scioltezza del suo porsi dinanzi l’obiettivo, donna degli anni venti del ‘900, si lascia fotografare come se fosse lei stessa a dirigere la scena, dimostrando subito, quanto in seguito orgogliosa lei stessa dichiarerà che preferisce fare una fotografia piuttosto che essere fotografata. Le loro macchine fotografiche si confonderanno fino a fondersi nel risultato della solarizzazione ma, il linguaggio dell’uno e dell’altra sarà ben chiaro negli intenti, quello di Lee non mira a legare ma, a liberare. Non le soddisferanno le pareti di uno studio, una donna libera ha bisogno di estensione, di percepire l’immediatezza e, la sua macchina fotografica cercherà l’inquadratura oltre la camera oscura, oltre Parigi, oltre l’uomo con la quale aveva condiviso questo primo brandello di strada. Eppure, Lee usava la macchina fotografica come se “squarciasse” pezzi di vita, che presi singolarmente assumono una vita propria. Appaiono immagini misteriose, a volte minacciose, spesso utopistiche. Non c’è un tema diretto che collega l’immagine, sono pensieri rubati al tempo, al luogo che si attraversa. La fotografia dovrebbe essere questo in fondo, immagini trovate, la tanto amata metafora surrealista dell’oggetto scovato, non è forse qualcosa che già esiste e dimostra l’invenzione del meraviglioso nel quotidiano? Lee non aveva alcun controllo, le sue fotografie sono lì per chi le guarda, come le fotografie di tutti, aperte a un’interpretazione individuale. Dinanzi ad una fotografia potrebbero e dovrebbero esserci spesso domande senza risposte, un gioco di parole visive o frammenti di sogno, con la responsabilità di ciò che si sta fotografando, ovviamente.
Lee Miller, quindi, donna che avrebbe potuto dondolarsi sulla sua bellezza, guadagnare attraverso essa, vedere il suo volto su riviste patinate senza preoccupazioni, essere la compagna che affianca l’uomo con devozione, musa ispiratrice, donna desiderabile. Sono gli anni in cui le sue amiche incarnano una femminilità fragile a cospetto dei loro uomini, Dora Maar al suo Picasso, Jacqueline Lamba ad Andrè Breton, con un talento che in qualche modo hanno dovuto soffocare e fatto fatica ad imporre. Lee invece, pur pagandone un prezzo, pur vivendo un conflitto contro i propri demoni, non permetterà a nessuno di essere rinchiusa in una gabbia, se pur dorata.
Lee Meller sarà la dilatazione fotografica di questa lotta.
Se c’è una cosa che a una donna deve essere chiara, è che qualsiasi sarà il suo obiettivo, deve lavorarci almeno due volte in più, prima di ottenerlo e, di certo, infastidirà qualcuno.

• Narrazione femminile
C’è una forte urgenza di narrazione femminile e non a caso ci troviamo in balia di eventi che fotografano una realtà che mette da parte le donne, le estromette, le emargina, le deride e quel che è peggio le annienta. Tutto inizia dall’alto, per quanto può infastidire, stonare in uno scritto che dovrebbe “solo” parlare di fotografia, è evidente l’esistenza di un sessismo istituzionale, esponenti politici tollerati dai propri partiti ad usare violenza verbale contro le donne. Il giornalismo, quotidianamente “informa” con immagini ripulite mescolando vittima e carnefice come fosse svago. Poche le donne che, provano ad esserci, non per cornice ma, per contagiare ed essere loro stesse agitazione e, a far sentire la loro voce. J.Cocteau diceva che “bisogna essere abili anche nel dar fastidio” e, molte donne ormai imprigionate, si accontentano di coprire i loro corpi con abiti presi in prestito per influenzare altre donne che, a loro volta, potranno con like infiniti, virtuali consensi, comprare e confezionare il successo di una donna che sarà soltanto una fotografia effimera in catene e inespressiva, oggetto da ammirare o supplemento da utilizzare.
Oggi tutto è ribaltato, rovesciato, quell’emancipazione dell’essenza che prima era un grido di speranza è divenuto assenza, gesto che non fa più clamore, solo violenza, la fotografia del giorno nell’ennesimo silenzio.
Lee Miller nel pieno della sua bellezza, fotografata per la rivista più ambita al mondo, lasciò tutto per poter affermare che non c’era nulla di vergognoso ad essere il volto di un pacco di assorbenti, la bellezza ha il suo pudore, ma non c’è vergogna ad essere donna.
Nello studio a Parigi Man Ray e Lee Miller lavoreranno insieme con partecipazione. Alcune fotografie artistiche di maggiore importanza espressiva raffigurano parti del corpo di Lee, il collo, gli occhi, in ombra o isolati, le curve e i contorni. La divisione del corpo di Lee Miller da parte di Man Ray è un aspetto essenziale, tipico del suo stile. Esula la testa, come a indicare un’assenza di personalità e riduce la donna ad un oggetto privo di pensiero, incapace di replicare, per lui un bellissimo oggetto inanimato pieno di sensualità.
La fotografia originale fa parte di una serie di immagini con il volto di Lee che mostrano, invece, toni di liricità.
Ray provò ad “impossessarsi” di Lee ma, non ci riuscì, lei lasciò Parigi nell’ottobre del 1932 e tornò a New York. Testimone di questo periodo irrequieto per l’artista è l’opera che realizzò parecchi mesi dopo, dove cercò di redimere quel dolore con “L’Heure de l’Osservatore” che raffigura un paio di labbra, simili a due amanti fluttuanti nel cielo, che si amarano per l’eternità.

• La linea della vita
Foto scattata da Roland Penrose: è insieme a Leonara Carrington, Ady Fidelin e Nusch Eluard, il tempo è immobile, come per gioco in un infinito istante, fanno finta di dormire con le loro palpebre socchiuse, rapite da un sogno mentre bevevano un caffè, in un caldo pomeriggio d’estate, da una tiepida luce che accarezza delle brave ragazze. Una foto che potrebbe appartenere al prima e, al dopo di un qualsiasi pomeriggio di chi guarda, donna, ragazza, prima ancora bambina, quando la vita era più semplice, prima che la guerra sarebbe giunta su sorrisi spensierati, di un periodo irripetibile che la storia dell’arte ci racconterà attraverso il surrealismo e non solo, tra frammenti e brandelli di libertà. Volti sognanti, una realtà da vivere, la pelle baciata dal sole, senza segni di dolore.
Quel che accadrà dopo è all'oscuro di tutti.
Un’altra foto, come un quadro di Édouard Manet, è il pic-nic surrealista, Nusch e Paul Eluard si abbracciano, mentre Man Ray e Ady Fidelin li guardano allegri e Roland Penrose, osserva l’obiettivo, dietro c’è Lee a catturare quel momento. Sempre nello stesso istante sarà Roland alla macchina fotografica e Lee è dentro l’inquadratura, fiera a seno nudo e con la sigaretta in bocca in una posa quasi insolente.
La bellezza di questa due immagini è nella riservatezza, la leggerezza del racconto di un piccolo ma, importante passo della vita di Lee Miller. Il preciso istante di un momento eterno che coglie la serenità priva di ogni preoccupazione, estetica o morale, uno scatto semplicemente testimone di quegli anni, vi è tutta la vita di Lee Miller prima che la sua libertà fosse infranta per sempre dall’ombra della seconda guerra mondiale. In quella sigaretta, nei seni nudi e nella luce che illumina il candore del corpo, nessun freno inibitorio morale o estetico, il pensiero fluisce libero, come la pittura, la fotografia di un momento, tende alla creazione di un mondo in cui poter trovare il meraviglioso e ciò che è ignoto e nuovo rientra in questa ricerca. Si vuole creare un luogo dove non ci sono inibizioni, in cui l’uomo, la donna, possono godere di una libertà senza uguali.
Quanto stiamo vivendo è incredibilmente vicino agli anni venti del novecento. Un risveglio collettivo, soprattutto femminile, sarebbe necessario ma, credo impossibile senza la mano tesa degli uomini. Bisogna “portare alla luce questo tesoro da troppo tempo sepolto, per comprendere e ridurre le differenze che esistono tra gli uomini” ... “Uno dei problemi a cui il Surrealismo cerca di dare risposta è come realizzare la liberazione dell’uomo, una libertà, che secondo la visione surrealista, è possibile solo in una società senza classi e senza Stato, perché solo in questa società sarà possibile realizzare l’amore e la poesia...” – “Riteniamo che il compito supremo dell’arte della nostra epoca sia partecipare coscientemente e attivamente alla preparazione della rivoluzione” (A. Breton).
Lee Miller, parte da questa consapevolezza dentro di sé, da una totale liberazione dello spirito e, con la fotografia, prima dinanzi ad una macchina fotografica come una musa, poi impugnandone una, guardandoci dentro, crea un corto circuito fra arte e documentazione storica.
La sua passione per la fotografia è qualcosa che ha radici delicate nella sua infanzia, non è la storia della bambina a cui viene regalata la sua prima macchina fotografica... c’è una ferita dentro l’anima di Lee, sa di spine, di silenzi condivisi con il padre Theodore con il quale aveva iniziato i primi studi sulla tecnica fotografica. Nel 1914, perde la madre e viene affidata ad alcuni amici di famiglia a Brooklyn. E’ qui che Lee subirà una violenza e, a sette anni, perderà per sempre quell’innocenza che la renderà troppo presto quella donna schiva, dura. Diventerà una delle bellezze più affascinanti del suo tempo, uno dei volti più celebri d’America, un’icona della moda. Questa fama non descrive la sua aspirazione primaria ma lei sta al gioco, le permette di guadagnare soldi e conoscere i migliori fotografi del Paese.
Ma, anche in questo caso, Lee utilizza la sua bellezza rompendo gli schemi, andando contro quell’America bigotta degli anni trenta che gli stronca la carriera. Presterà il suo volto per pubblicizzare assorbenti. Ancora oggi è complicato parlare di mestruazioni ma, nel 1927 era un tabù. Fu quella l’occasione per dedicarsi alle sue passioni, ad altro e non a ciò che le veniva imposto (la storia si ripete, bisogna sempre scegliere, prendere una posizione...) per lasciarsi alle spalle quel ruolo di musa che le hanno annodato e che la porteranno prima a conoscere Man Ray e, in seguito, a tornare a New York e aprire uno studio tutto suo al numero otto della East 48th Street. Sarà solo l’inizio di una serie di irrequietezze costanti nella vita di Miller, sempre alla ricerca di stimoli nuovi e che mai si è accomodata in quella fotografia commerciale, utile ma non indispensabile. Lascerà di nuovo la grande mela e sedotta dal facoltoso Aziz Eloui Bey e dalla prospettiva di emigrare, andrà con lui in Egitto.
In Africa riprende a fotografare, lo farà con lo stesso occhio surrealista, incontrando persone, dettagli, ombre, visioni oniriche e spesso confuse nelle sue prospettive, quasi a comunicare la sua stanchezza che ritorna verso una routine che la fa sentire in trappola. Lascerà l’Africa per tornare di nuovo a Parigi dove conosce il curatore d’arte Roland Penrose, che sposerà e traccerà il seguito della sua linea della vita.
1939 è l’inizio della seconda guerra mondiale.
Penrose viene chiamato a prestare servizio al fronte e la fotografa rimane sola, Londra inizia a essere bombardata da frequenti blitz aerei. In quel periodo, Lee Miller si guadagna da vivere come fotografa di moda per Vogue ma, ancora una volta, non si accontenta, quella bolla di vetro la soffoca, fuori c’è un conflitto che sente il dovere di documentare. Tra le sue fotografie di moda mescola fotografie di reportage, contrastanti, alienanti, ricche di espressione.
Modelle ritratte all’ingresso di un rifugio anti-bombardamento, con le loro ingombranti maschere di protezione ricordano a chi prova ad ignorarla, quanto la guerra è nel quotidiano, non aldilà del vetro. “Mi sembra piuttosto stupido continuare a lavorare per una rivista frivola come Vogue, che può essere buona per il morale del Paese, ma un inferno per il mio”.
Trova un accredito stampa e, assieme all’amico e collega David E. Scherman di Life, parte al seguito dell’esercito americano in Europa. È forse proprio Scherman a ritrarla in divisa da ufficiale prima della partenza: alle spalle di Lee c’è un numero di Vogue con una patriottica bandiera americana e, sul cappello e sulla giacca, si legge la scritta war correspondent. La Miller sarà donna in prima linea, fotografa senza indugi gli ospedali di guerra, morti nei canali, i campi di concentramento, bambini morenti.
Documenterà l’inferno che si abbatte su Londra continuando a lavorare per Vogue, per le strade, con orgoglio e paura, contando le persone che incontrava, gli amici che mancavano, armata della sua rolleiflex raccontava un’epoca di bellezza che si frantumava. Conobbe Margaret Bourke White (Life) e David Scherman. Nelle fotografie dei corpi dei funzionari ritrovati nella tesoreria cittadina, suicidatisi con le famiglie per non arrendersi alle truppe americane – Lipsia 1945 - tutte e due immortalano la scena ma, con occhi che compongono narrazioni diverse. L’approccio di Margaret è più giornalistico e predilige una visione d’insieme: il suo scatto è preso dall’alto, usa il flash, documenta con “freddezza” l’episodio. Lee, irrompe dentro il quadro, si avvicina ai personaggi illuminati solo dalla luce naturale di una finestra. Dagli occhi alla scena, l’azione si trasforma in un affresco irreale, la fotografia si scrive tutt’una nell'emotività che le suscita l’istante. Basta guardare una sua fotografia per sentire quel tremolio costante tra il cuore e la macchina fotografica, il suo contatto innato e spregiudicato che svela il suo trascorso artistico ma, non la difende dalla disumanità degli eventi che testimonia. Entrò nei campi di concentramento raggelata, tra cadaveri ammassati, resti umani, corpi senza vita, dove il dolore si percepiva talmente forte da toccarlo come unico contatto con il reale.
Le fotografie dei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau scattate da Lee Miller non sono solo la testimonianza di un’inviata di guerra ma, aggiungono alla pura documentazione dell’evento storico il suo punto di vista, ancora più perforante per chi lo osserva. Lee, al contrario di altri reporter, sceglie di riprendere la realtà disumana dei lager “con un occhio surrealista” e grazie alla tecnica della frammentazione sperimentata negli anni parigini ritaglia inquadrature insolite, piuttosto che la visione d’insieme. Anime e corpi scarniti, oltraggiati, privati della dignità, resi irriconoscibili nelle fattezze, diseducati a reagire e perfino a pensare, poiché i pensieri erano stati sostituiti con il dovere dell’obbedienza e il baratto della morte. Lee li aveva chiamati i prigionieri morti. Il suo sguardo è intrappolato senza via di scampo su un dettaglio in primo piano che mostra solo corpi scheletrici, come se Lee, privandoci di filtri e consolazioni, volesse costringerci a vivere in prima persona quell’esperienza estrema. Giusto, sbagliato, ci mette con le spalle al muro. Le fotografie della Miller raccontano il dramma dei sopravvissuti che si aggirano come anime sperdute tra i cumuli di cadaveri, come racconta drammaticamente Hannah Arendt “il risultato finale è in ogni caso costituito da uomini senz’anima, che non possono essere compresi psicologicamente, e il cui ritorno al mondo umano... somiglia da vicino alla resurrezione di Lazzaro.”
Oggi molti di quei luoghi sono visitabili per commemorare, per far sì nei giorni della memoria, che nulla venga dimenticato, scorci divenuti anch’essi luoghi della società dello spettacolo (non manca chi ha scattato selfie per mostrare che è stato in gita a Auschwitz...). Solo esserci, come presenza con i nostri corpi, nel silenzio dell’immaginazione, provoca una sofferenza indescrivibile. La fotografia che mostra il dolore deve avere un velo sottilissimo che la copre, una carezza trasparente che protegge quella fragilità, per avere tutta la forza necessaria a sopportarla. E’ cosi che si sta dinanzi al dolore degli altri, con rispetto.
Lee Miller con la sua fotografia, diventò sempre più determinata a smascherare i corresponsabili di questa riprovevole stupidità: il popolo tedesco che assisteva alla fine del nazismo.
Quasi per uno scherzo del destino, l’esercito assegnò a Lee Miller e al suo collega David Sherman (della rivista Life) l’alloggio di Monaco dove, solo poche settimane prima, avevano vissuto Adolf Hitler ed Eva Braun. Ciò che Lee notò prima di tutto fu l’assoluta mediocrità degli arredi, gli oggetti disposti senza criterio, quel senso di ordinarietà prestabilita che ridimensionava il feroce dittatore ad un borghese provinciale con poco gusto estetico e, proprio per questo ancora più terribile. La banalità del male di cui parla H. Arendt “il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e non possiede nè profondità nè una dimensione demoniaca... esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità”.
“Morirono come bestiame, come materia, come cose che non avevano più né corpo né anima, nemmeno un volto su cui la morte potesse apporre il suo sigillo”, scriveva Hannah Arendt.
L'annientamento su base scientifica e industriale di milioni di persone aveva significato l'irruzione di immagini totalmente inedite, tanto da portare il filosofo Adorno a chiedersi come sarebbe stata ancora possibile un’arte dopo la Shoah.
Come si poteva poter continuare a rappresentare l’uomo, il suo corpo, dopo che l’uomo era stato ridotto a mero corpo, prosciugato, straziato, accatastato, ridotto in carcassa o in cenere? Come si poteva rappresentare l’uomo, che era stato al centro dell’arte per cinque secoli in quanto immagine di Dio, dopo che “anche Dio era morto nei campi di sterminio?”.
Lee Miller si trovò in quella casa, ed è stato scritto molto del suo corpo in quella vasca. Un gesto sfrontato, geniale, inopportuno. Di fatto Lee si tolse gli scarponi e si fece fotografare da David Sherman e, quella foto ancora oggi è il più grande simbolo surrealista della seconda guerra mondiale.
Ci sono fotografie, non solo di Miller, forse soprattutto di anonimi fotografi, che hanno visto l’indescrivibile orrore, che hanno un velo che lo copre quell’orrore, come a proteggere la vita, quel velo intriso di morte, paesaggi devastati dalle bombe, mute lacrime di uomini recisi, salme, oggetti contaminati, edifici violati, qualcosa che il mondo doveva conoscere, vedere per capire chi fossero veramente i nazisti.
Perché Lee si introdusse in quella vasca non lo sapremo mai ma, la donna che fu di certo ci suggerisce quel coraggio di donna dinanzi quel ritratto lì davanti a lei. Ci vorrebbe molto per ripulirsi dalle schifezze della guerra ma, il nudo, soprattutto quello femminile, è uno dei temi principali della storia dell’estetica occidentale come simbolo di bellezza, innocenza. E’ qualcosa che va oltre la purificazione, Lee utilizza quel gesto come abbandono, invoca la deturpazione, imposta all’arroganza di chi si riteneva invincibile, quel gesto contro chi ha giocato con l’umanità e, non si può chiamare gioco, ogni confine è superato, ogni descrizione è labile. Il gesto di Lee, restando coerente al suo vissuto, è forse un risarcimento simbolico attraverso la fotografia, fotografare la vendetta. La faccia di Lee non è felice, non sorride, non si sta lavando, Lee è seria in quello spazio emotivo fatto di oggetti e corpo, il suo. “Lee osservava con occhio surrealista. In modo del tutto inaspettato, tra il reportage, il fango e i proiettili troviamo fotografie in cui l’irrealtà della guerra assume una bellezza quasi lirica, a volte con riferimento ad altri artisti surrealisti come De Chirico. A ben riflettere, mi rendo conto che l’unica formazione rilevante per un corrispondente di guerra è essere prima un surrealista, poiché per un surrealista nulla è troppo insolito”... scriveva Antony Penrose.
Parlare di surrealismo dinanzi al dolore, rende stretto qualsiasi abito soprattutto, se il corpo è quello di una donna come Lee Miller che ha vissuto in tutto il suo percorso, essendo riflesso della sua stessa libertà, sempre in trasformazione.
Dinanzi al dolore non si è tirata indietro nel prendere una posizione, la foto nella vasca lo racconta.
Il mondo incantato di Lee, di quelle foto all’aria aperta, con il sole caldo sui seni nudi, in cui ha mosso i suoi passi di libertà, è affondato. Quella pace per cui tanti hanno combattuto, guerre che non sono servite a nulla, quello spirito creativo che ha condiviso con tanti artisti, fanno chiedere a Lee, chi saprà ancora riconoscere e proteggere la bellezza e, chi salvarla dal ricordo di quell’orrore.
Tornata in Inghilterra, i fantasmi di quello che ha vissuto la perseguitano anche nella tranquilla tenuta dove Penrose sperava di passare con lei una serena vecchiaia. I disturbi post-traumatici e le crisi depressive si fanno sempre più forti per Miller che inizia a bere. Ha un figlio e i suoi amici di sempre: Picasso, Max Ernst e anche il vecchio amore Man Ray, le restano vicino fino all’ultimo, fino alla sua scomparsa nel 1977 per una malattia. Picasso la ritrae più volte e finalmente tutte le vite di Lee si ricompongono nel meraviglioso tratto del maestro catalano.
Come tanti che sono passati attraverso questa terribile esperienza, anche Lee perde la sua anima e il suo cuore in quei luoghi di morte e sterminio. Continuerà a vivere per tanti altri anni ma, forse per mettersi in salvo, butterà in soffitta il suo passato nascondendo foto, articoli e ricordi delle sue vite precedenti. Nessuno saprà più chi è, o era, Lee Miller. Porterà per sempre nel cuore le cicatrici della più cruenta guerra dell’ultimo secolo, ferite alle quali non trovò mai una cura. Smise di fotografare, mise da parte i rullini e la sua fedele Rolleiflex e non volle più saperne di scattare. Neanche l’amore con Roland Penrose e la nascita di un figlio, Anthony, la aiutarono a fare pace con quei fotogrammi di distruzione e atrocità che la memoria aveva impresso nel suo cervello e, che per tutta la vita, condizionarono il suo rapporto col presente.
È solo grazie a un ennesimo cortocircuito del destino che il figlio Anthony scoprirà dopo la morte della madre quel tesoro sommerso. Stupito, lo riporterà alla luce per proiettare nel nostro presente incerto la scossa vitale di un’altra epoca, in cui era ancora possibile sognare in grande e coltivare libertà che oggi sembrano irraggiungibili.
I nostri traumi da salotto post-Covid non sono certo quelli vissuti da chi ha provato la guerra in quel periodo. Lee da modella a fotografa di rivista patinata scende in campo per fotografare.
Lee Miller fu una donna che in fondo, non ha vinto nessuna guerra. Quel che è certo è che la fotografia le ha permesso di non soccombere la sua libertà, nonostante le tante battaglie travagliate, l’hanno sfiancata e svuotata.
Lee Miller, la bellezza, il sogno, la realtà e il surreale.
Fosse qui ora, scrivere di fotografia avrebbe un sapore diverso. E così rileggo gli scritti riguardandola sorridente in una foto con Picasso, sfoglio il volume primo degli scritti di Magritte, in copertina c’è un particolare di “Meditazione” 1937.
La domanda è sempre la stessa...
“Chi siamo? Noi non siamo in realtà altro che i soggetti di questo mondo che ha la presunzione di essere civile, in cui l’intelligenza, la viltà, l’eroismo, la stupidità, adattandosi benissimo reciprocamente, sono a turno d’attualità. Noi siamo i soggetti di questo mondo incoerente e assurdo in cui si producono armi per impedire la guerra, in cui la scienza si applica a distruggere, a costruire, a uccidere, a prolungare la vita dei moribondi, in cui l’attività più folle agisce a rovescio; viviamo in un mondo in cui ci si sposa per denaro, in cui si costruiscono palazzi che marciscono abbandonati dinanzi al mare. Questo mondo riesce ancora a reggere in qualche modo, ma si vedono già brillare nella notte i segni della prossima rovina. Sembrerà ingenuo e inutile ripetere queste cose evidenti per coloro che non se ne lasciano turbare e che approfittano tranquillamente di questo stato di cose. Coloro che vivono di questo disordine aspirano a consolidarlo e poiché i soli mezzi che siano compatibili con esso sono nuovi disordini, essi concorrono, rabberciando il vecchio edificio alla loro maniera detta “realistica”, ad affrettarne, senza saperlo, l’ormai prossima caduta.
Altri, ai quali sono fiero di appartenere, nonostante le idee utopistiche di cui sono accusati, vogliono coscientemente la rivoluzione proletaria che trasformerà il mondo; e noi agiamo in vista di questo fine, ciascuno secondo i mezzi di cui dispone.
Nel frattempo dobbiamo difenderci da questa realtà mediocre plasmata da secoli di idolatria...
...La grande forza difensiva è l’amore, che dischiude agli amanti un mondo incantato fatto esattamente su misura per loro e che è difeso mirabilmente dall’isolamento.
Quanto agli artisti stessi, per la maggior parte rinunciavano facilmente alla loro libertà e mettevano la loro arte al servizio di chiunque o di qualunque cosa. Le loro preoccupazioni e le loro ambizioni sono in generale quelle di qualsiasi arrivista. Fu così che concepii una totale diffidenza nei confronti dell’arte e degli artisti... ...Avevo un punto di riferimento diverso, ossia quella magia dell’arte che avevo conosciuto nella mia infanzia.
...Come Paul Valéry dinanzi al mare... i pittori impressionisti... dovevo ora animare questo mondo che, anche in movimento, era privo di qualsiasi profondità e aveva perduto ogni consistenza. Pensai allora che gli oggetti stessi dovevano rivelare in modo eloquente la loro esistenza e ricercai quali potessero esserne i mezzi.” Magritte

Maria Di Pietro, 3 marzo 2021

Sulla fotografia del disinganno - Lisette Model

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“La percezione di sé o la coscienza di sé sono la consapevolezza del corpo nella sua risposta viva o spontanea. Il sé è il corpo, che comprende la mente; è il corpo che reagisce indipendentemente dall’io. Quindi, io sono più cosciente di me stesso quando sono affamato, stanco, assonnato o eccitato o quando sento dolore o piacere”.
Alexander Lowen


I. Ad Auschwitz Dio c’è entrato già morto!
(è resuscitato a Wall Street! per farsi una fotografia, forse...).


La sacralizzazione del consenso obbliga anche la propria ombra all’obbedienza... il profitto è l’unico valore che si dispiega all’interno di linguaggi e comportamenti... gli idoli semplificati e i cortigiani devoti dell’industria dello spettacolo — fotografia, cinema, televisione, telefonia, carta stampata —... intrattengono, plasmano, modificano corpi e sogni, ma non raccontano l’uomo né come sta al mondo! ne fanno solo un cliente o un imbecille elettorale al seguito di tutti i criminali (nemmeno di bell’aspetto) che albergano nella politica, nella finanza, nella chiesa... ad Auschwitz Dio c’è entrato già morto! è resuscitato a Wall Street! (per farsi una fotografia, forse...) in mezzo a un branco di bravacci che hanno fatto il miracolo e scritto la Genesi del capitalismo parassitario!
Le guerre, i mercati, le nuove tecnologie hanno permesso di materializzare la preghiera giudaico-cristiana e una cricca di minorati mentali dicono cosa è giusto e cosa è sbagliato! I popoli guardano frastornati e impauriti la defigurazione della loro dignità. Se una rivolta vince, i ribelli sono promossi ad eroi, se perde, sono retrocessi a terroristi! Il compito dell’industria fotografica, da sempre, è quello di non aver niente da dire e tutto da proclamare!... a circuitale il fanatismo, l’ebetismo e il cretinismo... ci pensano le riviste di moda, quelle illustrate, i telegiornali, i premi internazionali, le università, i centri commerciali... i consumatori cambiano fotocamera come si cambia di partito!... il senso innato del trasformismo/collaborazionismo degli italiani, brava gente un cazzo... ha alimentato i catto- monarchici, catto-fascismi, catto-comunismi e prodotto la classe di deficienti che alberga in parlamento... sarebbe meglio strozzare un bambino nella culla che pensare possa un giorno diventare fotografo!
Non si deve mai essere d’accordo con l’industria culturale, neanche quando ha ragione!
Non sono i titoli che fanno un uomo o un artista! poiché l’intelligenza non ha bisogno di titoli!... ma bisogna essere indifferenti quanto citrulli per aderire alla fotografia e non attentare alla sua menzogna. L’idolatria della fotografia mercatale è un pensiero che si spande, come si dice dello sterco di vacca quando si allarga (annotava Cioran)... i fotografi (specie i meno dotati) hanno completamente assorbito l’idea della propria opera a tal punto di pensare che parlare di tecnica, apprendimento, devozione... siano la maggior prerogativa per fare fotografie... morire senza conseguire nessuna fama, forse questa è la grazia suprema! L’iconografia dell’inganno vuole la rappresentazione della realtà, mai la sua verità!... la fotografia che vale è un haiku dell’anima liberata, non la sua frode!
Per elevare il “tono” dell’immagine, senza perdere il contatto con cosa ha davanti, non bisogna scegliere la parte dalla quale stare, ma quella contro cui stare! La fotografia è un istinto inappagato che diffida dell’adulazione quanto delle necessità... il vaneggiamento dei professionisti è il medesimo di quelli che fanno fotografie a qualsiasi cosa e dicono, questa è arte! Siamo fermamente convinti che un paio di mesi nelle miniere di sale della Sicilia li ritemprerebbe nello spirito (se ne avessero almeno uno nel culo)! Possiamo perdonare un atto banditesco, mai un fotografo che fa del fatalismo la miseria delle miserie e la chiama “bellezza”! Si dovrebbe fotografare come se la fotografia non esistesse, come se si fosse il primo fotografo che si è messo il “ferro” sulla spalla, alla maniera dei partigiani, e ha detto la mia parola è no!
I grandi fotografi colgono nelle immagini, quello che i cuochi di taverna di porto riescono a mettere nelle minestre, i sentimenti! La fotografia del disinganno dell’austriaca Lisette Model (Elise Amelie Felicie Stern), naturalizzata statunitense... è una sorta di dialogo fra lei e ciò che ha di fronte... una poetica formativa che si fonda sulla visione radicale, diretta, abrasiva della realtà... un percorso culturale in cerca di una civiltà del rinnovamento, più libera, più umana! Il linguaggio fotografico della Model si raccorda con le pagine di vita quotidiana che coglie sui marciapiedi delle città... racconta anche la natura e le demarcazioni di ordinamenti sociali e culturali che determinano i destini delle persone... una scrittura fotografica usata nell’interesse di tutta la comunità, piuttosto che in quello di classi o gruppi che fanno della sociocrazia (violenza, burocrazia, autoritarismo, sfruttamento) le basi del loro impero!
Non c’è niente di più ignobile della compiacenza — non solo — in fotografia! Liberiamoci delle notizie biografiche quanto prima... Lisette Model nasce bene, a Vienna, nel 1901... in una famiglia ebraica... il padre è un medico italo-austriaco e la madre francese, cattolica... viene battezzata nella fede della madre... riceve un’educazione alto-borghese... professori privati le insegnano italiano e tedesco... a 19 anni inizia a studiare musica con Arnold Schönberg... alla morte del padre (1924), insieme alla madre e alla sorella Olga, va a Parigi per studiare canto... s’interessa alle arti visive e prende a dipingere sotto la guida di André Lhote (tra gli studenti c’è anche Henri Cartier-Bresson)... frequenta gruppi radicali che contrastano la classe borghese dalla quale proviene... il fratello maggiore rilascerà un’intervista piuttosto confusa (mai accertata), dice che Lisette è stata molestata dal padre... dal 1926 al 1933 si sottopone a psicoanalisi... non sarà mai esplicita sulla sua infanzia, non ama- va le interviste né pubblicazioni che riguardavano troppo la sua vita personale... di passaggio in Italia acquista una fotocamera e un ingranditore e con l’aiuto di Olga s’inizia alla fotografia! Quando il caporale Adolf Hitler afferra il potere (1933) e prende la decisione di liquidare gli ebrei d’Europa... la Model va a Nizza dalla madre e nel ’34 inizia a fotografare sulla Promenade des Anglais... la stessa del film di Jean Vigo, À propos de Nice (1930), un feroce attacco alla borghesia del tempo, contrapposta alla vivacità e sensualità popolare che ne denuncia l’insensatezza! La ritrattistica della Model è ravvicinata, spesso scippata con grazia clandestina... specie delle classi privilegiate... le composizioni sono ottenute con tagli dei negativi in camera oscura... procedimento che ci fa rabbrividire, poiché pensiamo a quanto diceva, a ragione, Henri Cartier-Bresson, e che seguiamo alla lettera... e cioè che il rispetto estetico-etico di una fotografia sta nello stampare l’intero fotogramma, così come viene preso dalla fotocamera! L’accezione costruttiva della Model ne conferma l’idea di fondo, però... l’uso del formato quadrato (2 pollici e 1/4) permetteva d’allargare l’immagine ed eliminare il superfluo già pensato in fase di ripresa.
Una vocazione non s’inventa, né si fabbrica... si dissemina nel lirismo dell’inquietudine che la contiene! Nel 1937 Lisette sposa il pittore ebreo Evsa Model e nel ’38 vanno a New York. Qui fotografa ricchi, poveri, artisti, diseredati... è membro della New York Photo League (una cooperativa di fotografi che si occupava di lotte sociali), pubblica per la stampa di sinistra (anche su riviste “alimentari” come Harper's Bazar, certo)... durante la “caccia alle streghe” del senatore McCarthy, la Model fu interrogata dalla Commissione per le attività antiamericane perché sospettata d’avere collegamenti (che non c’erano) col Partito Comunista... l’FBI cercò di reclutarla come informatrice (che rigettò con sdegno) e il suo nome venne inserito nella lista di controllo della sicurezza nazionale! Nessuno le dava più lavoro... fuori da ogni dogmatismo accademico riuscì a dare lezioni private nel seminterrato dove viveva con Evsa... tuttavia non tollerava studenti senza dedizioni né compassioni per capire che la fotografia del disinganno (o del dialogo) è nel cuore della vita di ogni uomo o popolo libero!
Il mondo esiste per cadere in una fotografia! La fotografia del disinganno è una poetica dell’inattuale che disconosce la spocchia dei vincitori e la mansuetudine dei vinti... e già nelle prime fotografie della Model, quelle sulla Promenade des Anglais... i ricchi sono scippati alla loro realtà... signori, signore e perfino i cani, seduti davanti ai grandi Hotel di Nizza, sono fotografati nei loro residui di carità... in una beatitudine derivata dal possesso e comunque inchiodati a infinite solitudini che la ricchezza deterge o maschera... la Model sembra dire — i ricchi passano, la loro miseria dell’umano resta a memoria degli uomini in rivolta —!
Le immagini della giovane fotografa (i corpi, i volti, le mani, le posture), recitano un falso sublime, alla meglio una carriera!... e donne, uomini e cani (sempre e comunque al guinzaglio)... hanno i medesimi “musi” sciocchi e protervi insieme... figurine di un album di degenerati di certezze, da scollare! Non c’è niente di più umiliante d’essere capiti! Negli anni ’40 la Model draga l’immaginario di New York... i suoi lavori sono pubblicati su diverse riviste (PM’s Weekly o US Camera) e le serie Reflections e Running Legs sono un vero e proprio attacco alla società dell’opulenza che avanza... inizia a lavorare per Harper's Bazar e lo farà a lungo (le sue immagini appariranno anche in Look o Ladies’Home Journal)... quella che in molti ritengono sia una delle fotografie più riuscite (?), Coney Island Bather, ci è sempre apparsa poco più di una signora grassa che gioca sulla spiaggia con una fotografa... tuttavia i suoi reportage vennero sempre meno utilizzati da Harper's Bazar... A Note on Blindness e Pagan Rome furono le ultime cose pubblicate lì... invero, piuttosto “normali”.
I baci della Model sono implicativi... sembra che l’uomo mangi la donna e lei si faccia mangiare con trasporto (ma anche il contrario), in un’osmosi amorosa senza peccato... l’amore è analfabeta! non cerca le parole né può essere spiegato con immagini che lo feriscono! L’amore è il Te e Me che diventano il piacere di universi inconosciuti!... l’amore non chiama a raccolta l’ingiustizia della vita, ma la bellezza che essa può offrire!... i corpi in amore hanno sete di conoscenza e senza conoscere fanno del godimento il principio e la fine dell’edonismo libertino e libertario... coniugano il bello col bene comune e inventano una creazione di valori senza istruzioni per l’uso!... tutta la bruttezza dell’uomo nasce dal fatto che ha cessato di essere angelo!
La Model è stata docente alla New School for Social Research (dal 1951 alla sua scomparsa)... dove insegnava anche Berenice Abbott... l’amicizia con Ansel Adams (fotografo di grande valore paesaggistico, quanto di evidenti limitazioni nella ritrattistica), le fu molto di aiuto per non morire di fame... ai suoi alunni diceva che la fotografia era un’esplorazione del mondo, non una replica di ciò che si presenta davanti al fotografo. L’incisione soggettiva è tutto, l’oggettività niente! Dai suoi corsi sono usciti fotografi (anche controversi) come Eva Rubinstein, Larry Fink, Charles Pratt, ma è stata la sua studentessa più fuorigioco, Diane Arbus, a fotografare la bellezza del disinganno come nessuno mai! Le fotografie superflue rendono superflua la vita! Fotografare significa imparare a morire o a vivere fuori da ogni speranza che non sia una verità dalla quale nessuno dipende! Una fotografia deve provocare una lesione nell’animo del fotografo, del fotografato e del lettore... né esultanza né desolazione... ma qualcosa d’ingiusto, di brutto o di forzato che chiede solo di finire! Così la Model, su come fare-fotografia: “Spara dall’intestino”.
Dopo diverse raccolte di mostre, collezioni in musei e gallerie internazionali... la pubblicazione del libro, Lisette Model: Photographs (1979), prefazione di Berenice Abbott... è stata una vera e propria frattura culturale all’interno dell’editoria, almeno quanto The Americans (1958) di Robert Frank o New York (1954-1955) di William Klein... senza raggiungere subito le stessa notorietà o esclusività... le cinquantadue fotografie realizzate tra il 1937 e il 1970 che appaiono nel volume, l’affrancano a maestri ineguagliati dell’umanità dolente (Lewis W. Hine, August Sander, Diane Arbus o Eugene W. Smith)... immagini che non temevano d’essere illeggibili (almeno a una prima lettura), anzi vi aspiravano!... la Model ebbe giusti riconoscimenti e sostegni economici (come il Guggenheim Fellowship) per fotografare gli invisibili negli Stati Uniti, Svizzera, Italia, Francia... i reumatismi alle mani non le impedirono di fotografare né insegnare la memoria dei corpi e la coltivazione del pensiero che fa di un fotografo un poeta in utopia... si tratta d’afferrare o comprendere il significato della vita vissuta attraverso l’interrogazione della condizione umana! La Model — come i magnifici randagi della fotografia — aveva troppi difetti per non avere del genio! Muore a New York il 30 marzo 1983... ci ha lasciato in sorte un immaginale libertario che sottende — tutto è possibile, poiché niente è vero! —.

II. Sulla fotografia del disinganno
La fotografia del disinganno della Model è allocata nei maggiori musei internazionali, collezioni private, fondazioni... senza per questo aver fatto abdicazioni alla sua coscienza libertaria! Quando fotografa le persone riflesse nelle vetrine della città, tra manichini, ombre e luci che scontornano i figuranti... o i piedi della folla o cantanti da bar e uomini e donne aggrappati alle loro fragili sopravvivenze... ci sembra di fare un salto fuori della fotografia e abbracciare la vita per quella che è... una sommatoria di definizioni oltraggiate, incatenate non tanto nell’insignificanza, quanto nel diritto di cittadinanza a qualunque gradino sociale appartengano... le inquadrature della Model sono forti, spurie d’ogni estetismo, sovrane e distanti da un qualsiasi giudizio morale... si coglie il respiro e la potenza del momento, anche costruito... non importa... si capisce che la verità è nella sofferenza quanto nella superficialità... la fotografa non confonde la condizione degli sfruttati né quella dei privilegiati... l’incrocia in una fabula dell’assurdo che sprigiona tanto la pietà quanto la collera!
Le fotoscritture della quotidianità della Model non hanno seguiti... poiché sostengono che è impossibile amare ciò che non si è mai veramente amato! Quelle prese nelle strade di New York, figurano un sommario di demolizione del perbenismo... non si tratta solo di alcolizzati, disperati, impoveriti... ma anche di frammenti di vita dove ciò che accade è anche la fotografia del vero (o viceversa)... le “grandi donne” raffigurate dalla Model, in modo particolare, sono di una forza espressiva che supera i corpi avvolti in enormi sottane e cappotti, hanno addosso un’aura di feconda franchezza e dicono, la vita non è irreale, è l’impronta di una realtà ingiustificabile! Il peccato è vivere in questo modo e a questo prezzo! I fotografi dell’euforia calcolata cercano il consenso e spiegano nei minimi dettagli il perché di una fotografia (per fortuna ci sono artisti incapaci d’avere un simile cattivo gusto)... accompagnano la loro nullaggine in certezze istupidite di progresso, senza mai conoscere la vivacità sovversiva, ludica, creativa del talento che rifiuta i marcitoi dell’alienazione adeguata alla ricchezza che la genera!
Non bisogna prefiggersi di fare fotografie da mercato, ma dire l’essenziale per il quale non si debba arrossire d’imbarazzo fino alla fine della propria esistenza. La filosofia libertaria della Model non è di facile classificazione... sovente è inchiodata nell’approssimazione della street fotography... ma la fotografia, quando è grande, è una! e una soltanto!... i generi servono solo per affondarla nella lingua del mercimonio! Le inquadrature sbilenche, i neri profondi, i bianchi stellari... imperlati di unicità emozionali... vedono l’essere umano come fine e mai come mezzo... invitano a pensare che la giustizia non è separabile dalla bellezza, è un modo di fare bene le cose, come un impagliatore di sedie, un carbonaio o un muratore... rifuggire dall’arroganza, l’imitazione, il dispregio che si accompagnano alle codificazioni sociali... ciò che è bello è naturalmente giusto... poiché la fotografia non è solo una ricerca linguistica, ma proprio in quanto ricerca linguistica, è una visione filosofica... che non rispetta barriere né emula gli dèi... è un desiderio originario, archetipico, che si prende la precedenza su tutto e lo porta a sé come valore assoluto di bellezza e giustizia! Un ritorno dunque alle fonti/forme antiche o inattuali o ereticali che vedevano nel bene assoluto la bellezza dell’intera comunità. Il grido di Georg Büchner — “Pace alle capanne! Guerra ai palazzi!” — non è mai tramontato sulle lacrime degli schiavi!... e quando cade in fotografia vuol dire che si è capito! L’umanità ammaccata della Model si rispecchia non solo nella povertà più estrema, ma anche e col medesimo sguardo venato d’azzurrata malinconia, nell’aridità sfacciata delle classi più alte... i corpi, gli atteggiamenti, le emozioni ignudati dalla fotocamera della Model, che a sua volta s’ignuda di fronte ai limiti della felicità... sembrano ascoltare il silenzio della povertà e l’accidia moderna che lo determina... a riguardo Pier Paolo Pasolini diceva (da qualche parte): “Finché l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”. Tutto vero. L’Ecclesiaste (nel senso di predicatore) della solitudine non ha niente di sacro, è un buco nell’evidenza che produce vuoto, spavento, rabbia... e l’eternità del dolore è un marciume inestinguibile se non c’è la furia dell’umano che lo rovescia! I fotografi del disinganno non rimettono in discussione la fotografia nella sua interezza, ma il cattivo uso che ne fanno molti... invitano a rivoluzionare prima la propria vita e solo dopo la società. La psicanalisi americana andrà a scavare nel profondo degli effetti nevrotici della repressione sociale e gli studi di Wilhelm Reich, Erich Fromm, Herbert Marcuse, Alexander Lowen o James Hillman... mostreranno (su registri espressivi differenti, certo) che il linguaggio del corpo dice più di quello che sa!... la paura a vivere o la dimostrazione di potenza che defluisce nella società spettacolare... chiedono la resa o la perdita d’identità delle folle e lo svuotamento dei sentimenti, delle passioni, del gioire riproduce il fallimento della volontà... il godimento, il piacere, l’amore di sé e per l’altro/l’altra... risveglia la soggettività e nella verità del corpo, della parola, del sentire, ne cerca lo scopo... ed è a tutto questo che la serie Running Legs della Model pare ammiccare... le gambe, le scarpe, la frettolosità dei pas- santi in movimento, quasi sfocati o appena mossi... intrecciati a “forme” occasionali, ci fanno pensare a un’intelligenza collettiva confiscata... a una sessualità compressa... a una vita dannosa... il carattere plastico, dinamico, vivente delle fotografie della Model... sono libere associazioni, interpretazioni simboliche e financo autoanalisi della folla... che altro?... né sociologia, né reportage, né cronaca... non esprimono nemmeno l’estetizzazione concettuale dell’immagine... cara ad artisti/fotografi che non hanno nulla da dire e così “dicono” che la “loro” fotografia è la “bellezza raggiunta”! Il narcisismo degli stolti è più pericoloso delle camere a gas dei nazisti! Lo sterminio dell’intelligenza che ne consegue fa dell’utile idiota un esempio della reale psicopatologia della nostra epoca.
Il vestibolario dell’anomia della serie Reflections è un diario di bordo del diniego... gli specchi—vetrate di New York tracciano una critica radicale e un gesto d’insubordinazione verso l’ordine universale di una demenza accettata come necessaria. Le ombre, i chiaroscuri, i soggetti che fuoriescono da una mistica del consumo, dove il terribile oscilla tra l’estasi del conforme e l’orrore del vacuo... si leggono in associazioni visive libere, surreali, disorganiche al fotografico d’avanguardia quanto al fotografico da salotto... mani riflesse sulla metropoli, borghesi con bastone, cappello e giornale accostati a un manichino di donna seminuda o la fotografa che riprende se stessa in un riquadro, dove mette una signora in nero e una ragazzina col vestito a quadri e i guanti neri che guarda in macchina quasi incuriosita... sortiscono un carattere, una forza, una temperanza di scelte, decisioni, risoluzioni creative liberate nel silenzio del poeta, mai nel clamore della magnificenza d’artista... la Model decifra deserti interiori e slittamenti silenti, consustanziali a ogni vivenza, che scardinano certezze imperdonabili... le figurazioni dei soggetti si sdoppiano in una farmacopea di segni uniformati all’ambiente e tutto sembra portare alla lettura di una società che ingoia se stessa, già!... un’afflizione della bellezza deturpata dall’incapacità di capirsi e di capire la grossolana impostura della civiltà dello spettacolo! La fotografia non significa altro che un mezzo, una tecnica per comunicare che la fraternità, l’uguaglianza, l’accoglienza si arrestano davanti all’indifferenza dei potenti e dei loro servitori... l’indifferenza è difficile da perdonare e la Model non intende perdonarla! Come Bartleby, lo scrivano di Wall Street di Herman Melville, si rifiuta di eseguire gli ordini impartiti... rivendica il silenzio contro tutte le pressioni dell’utilitarismo e la sua resistenza si esplica nella frase: “Preferirei di no”! La Model la fa finita con la vergogna intellettuale, non solo fotografica, piegata alle seduzioni degli aggettivi!... la sua fotografia esige la possibilità di un limite da sorpassare... l’idea che il disagio della disparità sia opera della merda vestita Armani, prelude a rancori affinati che fanno a brandelli convinzioni e credenze... lo stile sorvegliato le permette di maneggiare la fotografia senza bisogno d’essere aggiornati... cercare non tanto la “verità”, quanto la realtà (o viceversa)! Nessun grande fotografo ha mai usato mezzi termini! Se gli angeli si mettessero a fotografare, la vita sarebbe sopportabile persino in una fogna!
Pino Bertelli


Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 9 volte febbraio 2021



Dov'è finita la fotografia

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Scrivere di fotografia

“Una fotografia non è un accidente, ma una presa di posizione. Perché
«fotografare è anzitutto la messa a fuoco di un temperamento»
Susan Sontag

Fotografando gli altri scopriamo anche noi stessi...
“L’aria è infetta dal puzzo di fotografia”
Robert Frank

Nel 1855 l’esposizione universale ha per la prima volta una mostra speciale dedicata alla fotografia. Potremmo dire che tutto ebbe inizio in quel momento, anche la fotografia entrò a pieno in quello che era il suo uso mercantile. Nasce quindi come qualcosa che ha subito utilità politica, se usata nel giusto modo questo è discutibile ma, quel che è certo, la fotografia diventò oggetto d’industria e, quando questo accade, tutto può complicarsi e rischiare di perdere la sua essenza.
La prima cosa che ha complicato ma, allo stesso momento attirato alla fotografia è l’inesprimibile. Primo fra tutti Baudelaire che la condanna perché né è letteralmente sconfitto. La inserisce nelle deplorevoli espressioni dell’uomo e, la bolla quale origine del fanatismo. In realtà l’aristocratico poeta condanna la massificazione del reale riprodotto poi, cade anche lui nell’aura della camera che, dominata da Nadar, ci offre splendidi ritratti di fiori del male, più eloquenti di qualsiasi altro profilo letterario. La fotografia tocca a questo punto i vertici di un vero e proprio scatenamento, senza remissione e, si ribella diventando la svelatrice della coscienza di Baudelaire.
Se apriamo la finestra della nostra casa sui tetti del nostro mondo, ora potremmo ancora volgere il nostro sguardo e infuriarci contro l’idolatria della folla che c’è fuori? Potremmo perderci nella folla, in quella centrale elettrica, essere il flauner contemporaneo, nel caos, senza nemmeno guardarci, nell’indifferenza brutale, questa volta rigorosamente ad un metro di distanza e con la mascherina? Dovremmo chiederci, che senso avrebbe. Quello del movimento continuo di noi che passiamo e il gesto della contemplazione, vale a dire il gesto di offrirsi come uno specchio. Non è forse il gesto che ogni fotografo/a compie mentre si muove tra la folla per catturare l’eternità attraverso un momento?
L’avrete letto centinaia di volte ma non posso esimermi dal ripeterlo, Henri Cartier Bresson diceva: “la macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità... fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. E’ porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. E’ un modo di vivere.” Ma, ancora più carnale e vero è ciò che disse al suo compagno distrutto al suo ritorno dalla guerra, Eugene Smith “C’è qualcosa che pulsa, come un continuo tremolio vitale. Le foto si scattano tra la camicia e la pelle, perché agganciata tra camicia e pelle, diritto al cuore, c’è la macchina fotografica che si muove, al ritmo della sua appassionata integrità.”
Non si sa mai abbastanza, motivo per il quale divoro libri, leggo estratti, osservo agli angoli delle strade e ascolto un cantastorie avvolto in un sacco a pelo, con le dita gonfie dal freddo, seminude con guanti di lana sfilacciati e sporchi. Necessito di storie e provo a coglierne in quei cilindri di monete, nel suono di quella che, mortificata pongo, al caldo del mio cappotto, mentre scatto una fotografia che nessuno mai vedrà, neppure io.
Mi guardo intorno e la fotografia mi circonda, nel suo teatro dei sensi, da una nota di una tromba di un musicista malinconico d’in- verno con la sua pioggia, come una rete mi cattura, come una bolla mi protegge ma, è spesso una coperta troppo corta da lasciare scoperta i piedi. E così, con i piedi si fotografa quel palcoscenico tinto di rosse impronte di viaggiatrice solitaria, io per prima scivolata sul panneggio di una quinta del sipario.
L’umanità si è divorata tutto, lo spirituale e la cultura, la sua stessa vita, la sua stessa terra, nauseata, talmente sazia, esausta ormai, diventando la fotografia di se stessa.
C’è da puntualizzare subito una cosa, che nulla è andato bene se tutto è andato così male, che tutte le immagini che abbiamo visto anche questa volta, sono state le immagini riflesse della società dello spettacolo del dolore, ancora una volta. Le fotografie di cuore sono ancora nei cellulari della gente, nei macchinoni luccicanti dei reporter non ci sono storie, solo istantanee volte ad un’immediata verificabilità. Nessun giudizio laddove sia onesto lavoro d’infor- mazione, ripeto, onesto, non sulla pelle di chi sta crepando. La distanza ha trovato spazio e la fotografia ha congelato la sua ra- dice. Quei corpi ammalati non solo erano sommersi di solitudine ma dovevano difendersi da ogni privazione di narrazione e, la fotografia altro non dovrebbe essere che dignità, poter narrare tutta una vita. Dopo un anno, sono già pronti i primi festival celebrativi del lockdown. Immagini in posa, orpelli, il seducente e non la bellezza, miscugli pieni di cose vane che da dire non hanno nulla se non quanto saturo è il colore.
Ci sono milioni di occhi su uno smartphone e social network, producono immagini, molte manchevoli della grammatica del linguaggio. La comunicazione sbaraglia regole, tutto scorre veloce in pantoni di colori. Sono anime stanche delle infinite complicazioni del quotidiano e l’unico scopo é non fermarsi, ignorare tutto, inconsapevoli che quel che segue è una strada di non ritorno, l’oggi per un futuro inesistente, l’oggi senza memoria, per un passato tralasciato. Siamo poveri noi, è povera la fotografia.
Quel che resta di foto sgranate sono le crepe, e sono tutte riparabili?
Nei pochi giorni di apertura alla cultura, quando si poteva andare a teatro, ho potuto vedere un meraviglioso spettacolo di Gabriella Salvaterra, “Dopo”, e la sua risposta è stata che per riparare c’è un tempo, un tempo giusto. Siamo noi, nell’estetica dell’anima, quasi a voler allontanare quell’anestesia dei sentimenti, di un tempo che viviamo, dove i desideri sono fustigati, i nostri corpi bloccati, una pandemia piombata addosso che ha messo tutto in discussione.
La resistenza ancorata alla bellezza, alla poesia dello sguardo, rende donne e uomini capaci a sopravvivere al bombardamento di fiumi di parole e immagini.
Non possiamo esimerci dal chiederci chi siamo?
Nella camera chiara bisogna sgretolare le emozioni, le fotografie riposte nei cassetti, devono esser sommerse d’acqua, purificate e ritrovate di nostalgia, quel vuoto che sempre si avverte dinanzi alla sofferenza e alle ingiustizie ma, da dove la vita ricomincia a pulsare, dove la fragilità diventa forza, spinge al conflitto, alla rivolta, ispira il poeta.
La fotografia della bellezza parla sempre del tempo, della necessita di renderlo immortale perché la morte esiste e può essere sconfitta solo dalla narrazione e, una fotografia che non racconta nulla, è solo la teoria di un colore, una musica priva di un Kandinskji.
Benjamin scriveva “Diventa sempre più raro incontrare persone che possano raccontare davvero qualcosa. Sempre più frequentemente, in un circolo in cui qualcuno esprime il desiderio di ascoltare una storia, si diffonde lo sconcerto, è come una facoltà ci sembrava inalienabile, la più sicura tra le cose sicure, ci venisse sottratta. La facoltà di scambiarsi esperienze.
Una delle cause è evidente, l’esperienza è deprezzata... I grandi sono quelli la cui scrittura si distorta il meno possibile dalle parole dei tanti narratori senza nome...
Non dispendere consigli, il consiglio non è una risposta a una domanda, quanto una proposta attinente alla prosecuzione di una storia. Per coglierlo bisognerebbe in primo luogo saper narrare a propria volta...”
Eppure, riempite zaini di attrezzature costose, quanto più pesa tanto più vi sentite virili voi maschi, basterebbe quella leggerezza per tingere un filo d’argento.
Collezionate gallerie post prodotte come la regola del mercato impone, la luce diventa grafica, se cade da un lato della foto in penombra è perfetta per le riviste patinate, se il colore è saturo avete in cornice il workshop con Steve Mc Curry, fanno curriculum Napoli, Palermo, New York, William Klein come infinita riproduzione. E Robert Frank, Bresson, tutto diventa idolatria, dimenticando che nessun uomo o donna è mito se non, nobile e prezioso ciò che narra, le persone che incontra, la giustizia e la bellezza che urla o sussurra. Il sorriso di un bambino è diventato un’emoticon, quanto più è sporco più fa di voi un fotografo umanista, incollate nella biografia una citazione di Pasolini, per rendere egualitari i diritti e credibili le vostre posizioni politiche. Rincorrete Berengo Gardin, Scianna, Fontana quando spesso si moltiplicano in spazi in mostra che non danno voce a giovani sconosciuti che narrano storie degne di essere raccontate. Fa élite se amate Ghirri, Iodice, non capite nulla se vi permettete di considerare Toscani. Addirittura dall’antropologia si è giunti alla paesologia e si è cambiato nome alla poesia pur di vendere libri e metterci dentro sempre la fotografia. Negli ultimi mesi siete riusciti a incastrare anche Letizia Battaglia, vittima inconsapevole della sua stessa storia, quelli che la rincorrono e nello stesso momento sono indifferenti al femminile, accusandolo di femminismo.
La fotografia è donna, per questo motivo è invasa come fosse proprietà privata, il linguaggio femminile della fotografia deve faticare ad avere un nome proprio e libertà di raccontare. Anche qui, ai piani alti, tutto diventa oltre che spettacolo, terra di conquista. Ma, non starò qui a lagnarmi che le donne fotografe sono svantaggiate, parla la fotografia e, il femminicidio della parola stessa, e più lo negate, più ne siete complici, milioni di immagini povere di foto scritture, storie degne di note lasciate ai margini.
C’è una quotidianità volta ad aggiornarsi sul globo intero, eppure sfugge la storia che scorre accanto.
La fotografia potrebbe riscrivere la sua nuova fiaba,(c’é poco da sghignazzare è cosa seria) un vecchio amico che mi parlò di “sopravvivenza visiva”, mi disse che la fotografia è un gioco da bambini e, non c’è nulla di più serio che un gioco da bambini. La fiaba è “la prima consigliera dell’umanità, vive ancora segretamente nella narrazione.” Cosa siamo capaci ancora a creare, cosa in questa nostra vita, di dignitoso, sappiamo narrare? Se un fuoco dentro ancora non è spento, c’è ancora luce su parole scritte tra anima, occhi e mani? Tu fotografo, artista, poeta, chi sei?
L’increspatura del solco in cui danza la puntina sul vinile è un pezzettino di cuore, suona Fodder On My Wings, tra i più amati da Nina. Quante ne ha vissute... la musica, ne ascoltava di insegnamenti, i suoi maestri eppure, vedeva frantumarsi una a una le bugie delle illusioni, le parole false dei potenti giusti bianchi. Scoprì le violenze e gli imbrogli degli stati potenti... eppure sentiva quel vento di rivolta che soffiava, quel vento di rivolta... lei cantava quel vento.
C’è stata una un’immagine quest’anno, non aveva nulla a che fare con la pandemia, eppure sembrava avesse a che fare con una canzone di Nina Simone.
L’immagine raccontava di George Floyd.
Dov’è finita la fotografia.
“Vorrei tornare ai diorami la cui magia enorme e brutale mi sa imporre inutile illusione. Preferisco contemplare qualche fondale, di teatro dove trovo, espressi artisticamente in tragica concentrazione, i mie sogni più cari. Queste cose essendo false, sono infinitamente più vicine al vero; mentre la maggior parte dei nostri paesaggisti mentono proprio perché trascurano di mentire” W.Benjamin


Otto febbraio duemilaventuno
mariadipietro

Dai diritti negati al Manifesto per una fotografia di bellezza e giustizia

“Se la giustizia è il criterio dei fini, la legalità è il criterio dei mezzi.”
W. Benjamin


Ogni immagine di povertà, di sofferenza, di terrore è un racconto di una realtà che esiste ma, che fondamentalmente dovrebbe essere diversa.
Fotografare la sofferenza, contiene implicitamente la volontà di cancellarla, mostrarla per non ripeterla. I fotoreporter sono tra i primi ad aver mostrato al mondo la fotografia della sofferenza.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, nasce non da un sentimento di ottimismo ma, come conseguenza delle rivoluzioni, delle guerre e di tutti quei delitti di cui l’umanità si era macchiata.
I Diritti Umani sono quindi il frutto dell’orrore, non dell’amore, sono la volontà di creare qualcosa di nuovo, un’ideale di solidarietà, di benevolenza. Come può la fotografia raccontare i Diritti? Probabilmente raccontando l’assenza degli stessi mai, la presenza. Solo se fotografo una bambina a piedi scalzi dinanzi ad una baracca, posso raccontare il diritto negato ad avere una casa.
“La fame assomiglia all’uomo che questa stessa fame sta uccidendo” ha scritto Eduardo Galeano, guardando una fotografia di Sebastião Salgado.
La fotografia della sofferenza, del dolore ci fornisce una visione fisiognomica dell’umanità, come i ritratti di August Sander che avevano lo scopo di far emergere la natura degli uomini della società, una società capace di plasmarli e dar loro fattezze esteriori visibili,
una fotografia che svolge tre compiti contemporaneamente: documentazione, propaganda, esercizio dello sguardo.
La fotografia che diventa fenomeno sociale, che influisce sulla società e ci consente una maggiore comprensione della realtà, non una società che influisce sulla fotografia. Conoscere il dolore dei soggetti fotografati, vuol dire conoscerne l’assenza di giustizia non la biografia. Tessere le lodi di uomini stremati dalla fame, ritrarre corpi straziati e sguardi pieni di sofferenza, concedendogli attraverso l’immagine la più alta forma di rispetto per l’uomo, significa farsi portatori di una fotografia di bellezza e giustizia, senza alcun paradosso. Trovare la bellezza nei posti sbagliati, vuol dire trovare una bellezza che non è possibile incontrare in nessun altro luogo.
Mostrare l’inguardabile e dire l’indicibile è ciò che è possibile fare con la fotografia, non quella industriale, non quella delle masse ma, quella capace di raccontare con la cura e l’amore.
Adorno scriveva: “Le vittime sono trasformate in opera d’arte, sbattute in mostra per essere divorate dal mondo che le ha massacra-e. La cosiddetta resa artistica del nudo dolore fisico di quanti furono picchiati con il calcio dei fucili contiene in sé, per quanto remota, la possibilità che se ne possa trarre piacere [...]L’impensabile [...] viene trasfigurato, il suo orrore è in parte rimosso. Già solo per questo si rende ingiustizia alle
vittime, eppure un’arte che evitasse le vittime non potrebbe stare a testa alta davanti alle esigenze della giustizia.”
Mostrare le immagini, vuol dire eliminare qualsiasi forma di giustificazione, disintegrare qualsiasi “io non ho visto, non lo sapevo”.

Felisia Toscano

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Sulla fotografia della vita quotidiana d'una contagiata

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"La macchina fotografica come sempre era poggiata in qualche angolo della casa.
L’ho presa tra le mani e ho fatto quello che mi viene naturale fare ma, per la prima volta, la storia era esplicitamente mia e non solo: non avevo scampo, potevo solo assecondare me stessa e guardarmi.
Quando Pino mi ha chiesto di vedere le foto che avevo scattato in quei giorni di solitudine e coraggio ero restia, "quelli che hanno veramente qualcosa da dire non parlano", gli ho risposto che le avevo scattate per me soltanto, per resistere, per dare un senso a quanto mi stava accadendo ma, soprattutto, perché avevo paura e volevo che, se qualcosa andava storto, ci fosse traccia di quanto vissuto.
Non volevo condividerle, la riservatezza nasce dalla necessità di difendersi da chi può e sa far male, non volevo che qualcosa che mi apparteneva finisse nel frullatore dello spettacolo, è facile fotografare oltre i propri occhi, complicato fotografare quello che è dentro.
Un caro amico un giorno mi ha detto "siamo la nostra biografia", raccontarla significa donare qualcosa all'altro e... aveva ragione.
Ho scattato queste foto e, come ogni volta, non sono più solo mie, sono già oltre il mio tempo.
Le parole di Pino, il nostro scambio di mail, mi hanno fatto vedere le cose in modo più chiaro. Mi mandó uno scritto, come solo lui sa fare, da allora sono passati sei mesi e quello che mi porto dentro non è solo la paura e l’impotenza di quei giorni ma, soprattutto la stanchezza di quelli che sono venuti e che tutt’ora vivo “camminando dentro la mia vita che non è più la stessa.”
Resistere in questo vuoto è dovere ma, confesso che sono molto stanca... e la rabbia che ho sempre cercato di trasformare in qualcosa di buono, ora è troppa verso un mondo indegno lasciato tutto sulle spalle di pochi, oggi e domani.
Sono passati sei mesi e vorrei poter dire che sto bene e che va tutto bene, ma non è così.
Da soli non si va da nessuna parte e per quanto la bellezza la cerchi in ogni soffio di vento, quello che sto sentendo è una fotografia mossa dove l’unica parte dell’immagine a fuoco è nell’angolo, riconoscibile solo dalla poesia."

Maria Di Pietro

Testo e racconto fotografico integrale al seguente link:
https://www.mariadipietro.eu/sulla_fotografia_della_vita_quotidiana_d_una_contagiata-r13482

Terra Mater di Pino Bertelli

«Non esistono guerre giuste, né guerre sante né guerre “umanitarie”… Avete fatto un deserto di morti e l’avete chiamato pace! Maledette le guerre e le carogne che le fanno! La pace si fa con la pace! Toccare la pace! Toccare la pace! La pace non si concede, ci si prende. Per l’amore come per la libertà non ci sono catene.
Quand’anche avessi tutti i tesori della terra e conoscessi le lingue degli angeli, se non ho l’amore non sono niente! Là dove le nostre lacrime s’incontrano i nostri cuori si danno del tu! Se il sogno di pace, libertà, giustizia è di uno solo, resta un sogno, se è il sogno di tanti diventa storia!».

Pino Bertelli

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