Sulla fotografia del disinganno - Lisette Model

date » 14-02-2021 14:22

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“La percezione di sé o la coscienza di sé sono la consapevolezza del corpo nella sua risposta viva o spontanea. Il sé è il corpo, che comprende la mente; è il corpo che reagisce indipendentemente dall’io. Quindi, io sono più cosciente di me stesso quando sono affamato, stanco, assonnato o eccitato o quando sento dolore o piacere”.
Alexander Lowen


I. Ad Auschwitz Dio c’è entrato già morto!
(è resuscitato a Wall Street! per farsi una fotografia, forse...).


La sacralizzazione del consenso obbliga anche la propria ombra all’obbedienza... il profitto è l’unico valore che si dispiega all’interno di linguaggi e comportamenti... gli idoli semplificati e i cortigiani devoti dell’industria dello spettacolo — fotografia, cinema, televisione, telefonia, carta stampata —... intrattengono, plasmano, modificano corpi e sogni, ma non raccontano l’uomo né come sta al mondo! ne fanno solo un cliente o un imbecille elettorale al seguito di tutti i criminali (nemmeno di bell’aspetto) che albergano nella politica, nella finanza, nella chiesa... ad Auschwitz Dio c’è entrato già morto! è resuscitato a Wall Street! (per farsi una fotografia, forse...) in mezzo a un branco di bravacci che hanno fatto il miracolo e scritto la Genesi del capitalismo parassitario!
Le guerre, i mercati, le nuove tecnologie hanno permesso di materializzare la preghiera giudaico-cristiana e una cricca di minorati mentali dicono cosa è giusto e cosa è sbagliato! I popoli guardano frastornati e impauriti la defigurazione della loro dignità. Se una rivolta vince, i ribelli sono promossi ad eroi, se perde, sono retrocessi a terroristi! Il compito dell’industria fotografica, da sempre, è quello di non aver niente da dire e tutto da proclamare!... a circuitale il fanatismo, l’ebetismo e il cretinismo... ci pensano le riviste di moda, quelle illustrate, i telegiornali, i premi internazionali, le università, i centri commerciali... i consumatori cambiano fotocamera come si cambia di partito!... il senso innato del trasformismo/collaborazionismo degli italiani, brava gente un cazzo... ha alimentato i catto- monarchici, catto-fascismi, catto-comunismi e prodotto la classe di deficienti che alberga in parlamento... sarebbe meglio strozzare un bambino nella culla che pensare possa un giorno diventare fotografo!
Non si deve mai essere d’accordo con l’industria culturale, neanche quando ha ragione!
Non sono i titoli che fanno un uomo o un artista! poiché l’intelligenza non ha bisogno di titoli!... ma bisogna essere indifferenti quanto citrulli per aderire alla fotografia e non attentare alla sua menzogna. L’idolatria della fotografia mercatale è un pensiero che si spande, come si dice dello sterco di vacca quando si allarga (annotava Cioran)... i fotografi (specie i meno dotati) hanno completamente assorbito l’idea della propria opera a tal punto di pensare che parlare di tecnica, apprendimento, devozione... siano la maggior prerogativa per fare fotografie... morire senza conseguire nessuna fama, forse questa è la grazia suprema! L’iconografia dell’inganno vuole la rappresentazione della realtà, mai la sua verità!... la fotografia che vale è un haiku dell’anima liberata, non la sua frode!
Per elevare il “tono” dell’immagine, senza perdere il contatto con cosa ha davanti, non bisogna scegliere la parte dalla quale stare, ma quella contro cui stare! La fotografia è un istinto inappagato che diffida dell’adulazione quanto delle necessità... il vaneggiamento dei professionisti è il medesimo di quelli che fanno fotografie a qualsiasi cosa e dicono, questa è arte! Siamo fermamente convinti che un paio di mesi nelle miniere di sale della Sicilia li ritemprerebbe nello spirito (se ne avessero almeno uno nel culo)! Possiamo perdonare un atto banditesco, mai un fotografo che fa del fatalismo la miseria delle miserie e la chiama “bellezza”! Si dovrebbe fotografare come se la fotografia non esistesse, come se si fosse il primo fotografo che si è messo il “ferro” sulla spalla, alla maniera dei partigiani, e ha detto la mia parola è no!
I grandi fotografi colgono nelle immagini, quello che i cuochi di taverna di porto riescono a mettere nelle minestre, i sentimenti! La fotografia del disinganno dell’austriaca Lisette Model (Elise Amelie Felicie Stern), naturalizzata statunitense... è una sorta di dialogo fra lei e ciò che ha di fronte... una poetica formativa che si fonda sulla visione radicale, diretta, abrasiva della realtà... un percorso culturale in cerca di una civiltà del rinnovamento, più libera, più umana! Il linguaggio fotografico della Model si raccorda con le pagine di vita quotidiana che coglie sui marciapiedi delle città... racconta anche la natura e le demarcazioni di ordinamenti sociali e culturali che determinano i destini delle persone... una scrittura fotografica usata nell’interesse di tutta la comunità, piuttosto che in quello di classi o gruppi che fanno della sociocrazia (violenza, burocrazia, autoritarismo, sfruttamento) le basi del loro impero!
Non c’è niente di più ignobile della compiacenza — non solo — in fotografia! Liberiamoci delle notizie biografiche quanto prima... Lisette Model nasce bene, a Vienna, nel 1901... in una famiglia ebraica... il padre è un medico italo-austriaco e la madre francese, cattolica... viene battezzata nella fede della madre... riceve un’educazione alto-borghese... professori privati le insegnano italiano e tedesco... a 19 anni inizia a studiare musica con Arnold Schönberg... alla morte del padre (1924), insieme alla madre e alla sorella Olga, va a Parigi per studiare canto... s’interessa alle arti visive e prende a dipingere sotto la guida di André Lhote (tra gli studenti c’è anche Henri Cartier-Bresson)... frequenta gruppi radicali che contrastano la classe borghese dalla quale proviene... il fratello maggiore rilascerà un’intervista piuttosto confusa (mai accertata), dice che Lisette è stata molestata dal padre... dal 1926 al 1933 si sottopone a psicoanalisi... non sarà mai esplicita sulla sua infanzia, non ama- va le interviste né pubblicazioni che riguardavano troppo la sua vita personale... di passaggio in Italia acquista una fotocamera e un ingranditore e con l’aiuto di Olga s’inizia alla fotografia! Quando il caporale Adolf Hitler afferra il potere (1933) e prende la decisione di liquidare gli ebrei d’Europa... la Model va a Nizza dalla madre e nel ’34 inizia a fotografare sulla Promenade des Anglais... la stessa del film di Jean Vigo, À propos de Nice (1930), un feroce attacco alla borghesia del tempo, contrapposta alla vivacità e sensualità popolare che ne denuncia l’insensatezza! La ritrattistica della Model è ravvicinata, spesso scippata con grazia clandestina... specie delle classi privilegiate... le composizioni sono ottenute con tagli dei negativi in camera oscura... procedimento che ci fa rabbrividire, poiché pensiamo a quanto diceva, a ragione, Henri Cartier-Bresson, e che seguiamo alla lettera... e cioè che il rispetto estetico-etico di una fotografia sta nello stampare l’intero fotogramma, così come viene preso dalla fotocamera! L’accezione costruttiva della Model ne conferma l’idea di fondo, però... l’uso del formato quadrato (2 pollici e 1/4) permetteva d’allargare l’immagine ed eliminare il superfluo già pensato in fase di ripresa.
Una vocazione non s’inventa, né si fabbrica... si dissemina nel lirismo dell’inquietudine che la contiene! Nel 1937 Lisette sposa il pittore ebreo Evsa Model e nel ’38 vanno a New York. Qui fotografa ricchi, poveri, artisti, diseredati... è membro della New York Photo League (una cooperativa di fotografi che si occupava di lotte sociali), pubblica per la stampa di sinistra (anche su riviste “alimentari” come Harper's Bazar, certo)... durante la “caccia alle streghe” del senatore McCarthy, la Model fu interrogata dalla Commissione per le attività antiamericane perché sospettata d’avere collegamenti (che non c’erano) col Partito Comunista... l’FBI cercò di reclutarla come informatrice (che rigettò con sdegno) e il suo nome venne inserito nella lista di controllo della sicurezza nazionale! Nessuno le dava più lavoro... fuori da ogni dogmatismo accademico riuscì a dare lezioni private nel seminterrato dove viveva con Evsa... tuttavia non tollerava studenti senza dedizioni né compassioni per capire che la fotografia del disinganno (o del dialogo) è nel cuore della vita di ogni uomo o popolo libero!
Il mondo esiste per cadere in una fotografia! La fotografia del disinganno è una poetica dell’inattuale che disconosce la spocchia dei vincitori e la mansuetudine dei vinti... e già nelle prime fotografie della Model, quelle sulla Promenade des Anglais... i ricchi sono scippati alla loro realtà... signori, signore e perfino i cani, seduti davanti ai grandi Hotel di Nizza, sono fotografati nei loro residui di carità... in una beatitudine derivata dal possesso e comunque inchiodati a infinite solitudini che la ricchezza deterge o maschera... la Model sembra dire — i ricchi passano, la loro miseria dell’umano resta a memoria degli uomini in rivolta —!
Le immagini della giovane fotografa (i corpi, i volti, le mani, le posture), recitano un falso sublime, alla meglio una carriera!... e donne, uomini e cani (sempre e comunque al guinzaglio)... hanno i medesimi “musi” sciocchi e protervi insieme... figurine di un album di degenerati di certezze, da scollare! Non c’è niente di più umiliante d’essere capiti! Negli anni ’40 la Model draga l’immaginario di New York... i suoi lavori sono pubblicati su diverse riviste (PM’s Weekly o US Camera) e le serie Reflections e Running Legs sono un vero e proprio attacco alla società dell’opulenza che avanza... inizia a lavorare per Harper's Bazar e lo farà a lungo (le sue immagini appariranno anche in Look o Ladies’Home Journal)... quella che in molti ritengono sia una delle fotografie più riuscite (?), Coney Island Bather, ci è sempre apparsa poco più di una signora grassa che gioca sulla spiaggia con una fotografa... tuttavia i suoi reportage vennero sempre meno utilizzati da Harper's Bazar... A Note on Blindness e Pagan Rome furono le ultime cose pubblicate lì... invero, piuttosto “normali”.
I baci della Model sono implicativi... sembra che l’uomo mangi la donna e lei si faccia mangiare con trasporto (ma anche il contrario), in un’osmosi amorosa senza peccato... l’amore è analfabeta! non cerca le parole né può essere spiegato con immagini che lo feriscono! L’amore è il Te e Me che diventano il piacere di universi inconosciuti!... l’amore non chiama a raccolta l’ingiustizia della vita, ma la bellezza che essa può offrire!... i corpi in amore hanno sete di conoscenza e senza conoscere fanno del godimento il principio e la fine dell’edonismo libertino e libertario... coniugano il bello col bene comune e inventano una creazione di valori senza istruzioni per l’uso!... tutta la bruttezza dell’uomo nasce dal fatto che ha cessato di essere angelo!
La Model è stata docente alla New School for Social Research (dal 1951 alla sua scomparsa)... dove insegnava anche Berenice Abbott... l’amicizia con Ansel Adams (fotografo di grande valore paesaggistico, quanto di evidenti limitazioni nella ritrattistica), le fu molto di aiuto per non morire di fame... ai suoi alunni diceva che la fotografia era un’esplorazione del mondo, non una replica di ciò che si presenta davanti al fotografo. L’incisione soggettiva è tutto, l’oggettività niente! Dai suoi corsi sono usciti fotografi (anche controversi) come Eva Rubinstein, Larry Fink, Charles Pratt, ma è stata la sua studentessa più fuorigioco, Diane Arbus, a fotografare la bellezza del disinganno come nessuno mai! Le fotografie superflue rendono superflua la vita! Fotografare significa imparare a morire o a vivere fuori da ogni speranza che non sia una verità dalla quale nessuno dipende! Una fotografia deve provocare una lesione nell’animo del fotografo, del fotografato e del lettore... né esultanza né desolazione... ma qualcosa d’ingiusto, di brutto o di forzato che chiede solo di finire! Così la Model, su come fare-fotografia: “Spara dall’intestino”.
Dopo diverse raccolte di mostre, collezioni in musei e gallerie internazionali... la pubblicazione del libro, Lisette Model: Photographs (1979), prefazione di Berenice Abbott... è stata una vera e propria frattura culturale all’interno dell’editoria, almeno quanto The Americans (1958) di Robert Frank o New York (1954-1955) di William Klein... senza raggiungere subito le stessa notorietà o esclusività... le cinquantadue fotografie realizzate tra il 1937 e il 1970 che appaiono nel volume, l’affrancano a maestri ineguagliati dell’umanità dolente (Lewis W. Hine, August Sander, Diane Arbus o Eugene W. Smith)... immagini che non temevano d’essere illeggibili (almeno a una prima lettura), anzi vi aspiravano!... la Model ebbe giusti riconoscimenti e sostegni economici (come il Guggenheim Fellowship) per fotografare gli invisibili negli Stati Uniti, Svizzera, Italia, Francia... i reumatismi alle mani non le impedirono di fotografare né insegnare la memoria dei corpi e la coltivazione del pensiero che fa di un fotografo un poeta in utopia... si tratta d’afferrare o comprendere il significato della vita vissuta attraverso l’interrogazione della condizione umana! La Model — come i magnifici randagi della fotografia — aveva troppi difetti per non avere del genio! Muore a New York il 30 marzo 1983... ci ha lasciato in sorte un immaginale libertario che sottende — tutto è possibile, poiché niente è vero! —.

II. Sulla fotografia del disinganno
La fotografia del disinganno della Model è allocata nei maggiori musei internazionali, collezioni private, fondazioni... senza per questo aver fatto abdicazioni alla sua coscienza libertaria! Quando fotografa le persone riflesse nelle vetrine della città, tra manichini, ombre e luci che scontornano i figuranti... o i piedi della folla o cantanti da bar e uomini e donne aggrappati alle loro fragili sopravvivenze... ci sembra di fare un salto fuori della fotografia e abbracciare la vita per quella che è... una sommatoria di definizioni oltraggiate, incatenate non tanto nell’insignificanza, quanto nel diritto di cittadinanza a qualunque gradino sociale appartengano... le inquadrature della Model sono forti, spurie d’ogni estetismo, sovrane e distanti da un qualsiasi giudizio morale... si coglie il respiro e la potenza del momento, anche costruito... non importa... si capisce che la verità è nella sofferenza quanto nella superficialità... la fotografa non confonde la condizione degli sfruttati né quella dei privilegiati... l’incrocia in una fabula dell’assurdo che sprigiona tanto la pietà quanto la collera!
Le fotoscritture della quotidianità della Model non hanno seguiti... poiché sostengono che è impossibile amare ciò che non si è mai veramente amato! Quelle prese nelle strade di New York, figurano un sommario di demolizione del perbenismo... non si tratta solo di alcolizzati, disperati, impoveriti... ma anche di frammenti di vita dove ciò che accade è anche la fotografia del vero (o viceversa)... le “grandi donne” raffigurate dalla Model, in modo particolare, sono di una forza espressiva che supera i corpi avvolti in enormi sottane e cappotti, hanno addosso un’aura di feconda franchezza e dicono, la vita non è irreale, è l’impronta di una realtà ingiustificabile! Il peccato è vivere in questo modo e a questo prezzo! I fotografi dell’euforia calcolata cercano il consenso e spiegano nei minimi dettagli il perché di una fotografia (per fortuna ci sono artisti incapaci d’avere un simile cattivo gusto)... accompagnano la loro nullaggine in certezze istupidite di progresso, senza mai conoscere la vivacità sovversiva, ludica, creativa del talento che rifiuta i marcitoi dell’alienazione adeguata alla ricchezza che la genera!
Non bisogna prefiggersi di fare fotografie da mercato, ma dire l’essenziale per il quale non si debba arrossire d’imbarazzo fino alla fine della propria esistenza. La filosofia libertaria della Model non è di facile classificazione... sovente è inchiodata nell’approssimazione della street fotography... ma la fotografia, quando è grande, è una! e una soltanto!... i generi servono solo per affondarla nella lingua del mercimonio! Le inquadrature sbilenche, i neri profondi, i bianchi stellari... imperlati di unicità emozionali... vedono l’essere umano come fine e mai come mezzo... invitano a pensare che la giustizia non è separabile dalla bellezza, è un modo di fare bene le cose, come un impagliatore di sedie, un carbonaio o un muratore... rifuggire dall’arroganza, l’imitazione, il dispregio che si accompagnano alle codificazioni sociali... ciò che è bello è naturalmente giusto... poiché la fotografia non è solo una ricerca linguistica, ma proprio in quanto ricerca linguistica, è una visione filosofica... che non rispetta barriere né emula gli dèi... è un desiderio originario, archetipico, che si prende la precedenza su tutto e lo porta a sé come valore assoluto di bellezza e giustizia! Un ritorno dunque alle fonti/forme antiche o inattuali o ereticali che vedevano nel bene assoluto la bellezza dell’intera comunità. Il grido di Georg Büchner — “Pace alle capanne! Guerra ai palazzi!” — non è mai tramontato sulle lacrime degli schiavi!... e quando cade in fotografia vuol dire che si è capito! L’umanità ammaccata della Model si rispecchia non solo nella povertà più estrema, ma anche e col medesimo sguardo venato d’azzurrata malinconia, nell’aridità sfacciata delle classi più alte... i corpi, gli atteggiamenti, le emozioni ignudati dalla fotocamera della Model, che a sua volta s’ignuda di fronte ai limiti della felicità... sembrano ascoltare il silenzio della povertà e l’accidia moderna che lo determina... a riguardo Pier Paolo Pasolini diceva (da qualche parte): “Finché l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”. Tutto vero. L’Ecclesiaste (nel senso di predicatore) della solitudine non ha niente di sacro, è un buco nell’evidenza che produce vuoto, spavento, rabbia... e l’eternità del dolore è un marciume inestinguibile se non c’è la furia dell’umano che lo rovescia! I fotografi del disinganno non rimettono in discussione la fotografia nella sua interezza, ma il cattivo uso che ne fanno molti... invitano a rivoluzionare prima la propria vita e solo dopo la società. La psicanalisi americana andrà a scavare nel profondo degli effetti nevrotici della repressione sociale e gli studi di Wilhelm Reich, Erich Fromm, Herbert Marcuse, Alexander Lowen o James Hillman... mostreranno (su registri espressivi differenti, certo) che il linguaggio del corpo dice più di quello che sa!... la paura a vivere o la dimostrazione di potenza che defluisce nella società spettacolare... chiedono la resa o la perdita d’identità delle folle e lo svuotamento dei sentimenti, delle passioni, del gioire riproduce il fallimento della volontà... il godimento, il piacere, l’amore di sé e per l’altro/l’altra... risveglia la soggettività e nella verità del corpo, della parola, del sentire, ne cerca lo scopo... ed è a tutto questo che la serie Running Legs della Model pare ammiccare... le gambe, le scarpe, la frettolosità dei pas- santi in movimento, quasi sfocati o appena mossi... intrecciati a “forme” occasionali, ci fanno pensare a un’intelligenza collettiva confiscata... a una sessualità compressa... a una vita dannosa... il carattere plastico, dinamico, vivente delle fotografie della Model... sono libere associazioni, interpretazioni simboliche e financo autoanalisi della folla... che altro?... né sociologia, né reportage, né cronaca... non esprimono nemmeno l’estetizzazione concettuale dell’immagine... cara ad artisti/fotografi che non hanno nulla da dire e così “dicono” che la “loro” fotografia è la “bellezza raggiunta”! Il narcisismo degli stolti è più pericoloso delle camere a gas dei nazisti! Lo sterminio dell’intelligenza che ne consegue fa dell’utile idiota un esempio della reale psicopatologia della nostra epoca.
Il vestibolario dell’anomia della serie Reflections è un diario di bordo del diniego... gli specchi—vetrate di New York tracciano una critica radicale e un gesto d’insubordinazione verso l’ordine universale di una demenza accettata come necessaria. Le ombre, i chiaroscuri, i soggetti che fuoriescono da una mistica del consumo, dove il terribile oscilla tra l’estasi del conforme e l’orrore del vacuo... si leggono in associazioni visive libere, surreali, disorganiche al fotografico d’avanguardia quanto al fotografico da salotto... mani riflesse sulla metropoli, borghesi con bastone, cappello e giornale accostati a un manichino di donna seminuda o la fotografa che riprende se stessa in un riquadro, dove mette una signora in nero e una ragazzina col vestito a quadri e i guanti neri che guarda in macchina quasi incuriosita... sortiscono un carattere, una forza, una temperanza di scelte, decisioni, risoluzioni creative liberate nel silenzio del poeta, mai nel clamore della magnificenza d’artista... la Model decifra deserti interiori e slittamenti silenti, consustanziali a ogni vivenza, che scardinano certezze imperdonabili... le figurazioni dei soggetti si sdoppiano in una farmacopea di segni uniformati all’ambiente e tutto sembra portare alla lettura di una società che ingoia se stessa, già!... un’afflizione della bellezza deturpata dall’incapacità di capirsi e di capire la grossolana impostura della civiltà dello spettacolo! La fotografia non significa altro che un mezzo, una tecnica per comunicare che la fraternità, l’uguaglianza, l’accoglienza si arrestano davanti all’indifferenza dei potenti e dei loro servitori... l’indifferenza è difficile da perdonare e la Model non intende perdonarla! Come Bartleby, lo scrivano di Wall Street di Herman Melville, si rifiuta di eseguire gli ordini impartiti... rivendica il silenzio contro tutte le pressioni dell’utilitarismo e la sua resistenza si esplica nella frase: “Preferirei di no”! La Model la fa finita con la vergogna intellettuale, non solo fotografica, piegata alle seduzioni degli aggettivi!... la sua fotografia esige la possibilità di un limite da sorpassare... l’idea che il disagio della disparità sia opera della merda vestita Armani, prelude a rancori affinati che fanno a brandelli convinzioni e credenze... lo stile sorvegliato le permette di maneggiare la fotografia senza bisogno d’essere aggiornati... cercare non tanto la “verità”, quanto la realtà (o viceversa)! Nessun grande fotografo ha mai usato mezzi termini! Se gli angeli si mettessero a fotografare, la vita sarebbe sopportabile persino in una fogna!
Pino Bertelli


Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 9 volte febbraio 2021



Dov'è finita la fotografia

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Scrivere di fotografia

“Una fotografia non è un accidente, ma una presa di posizione. Perché
«fotografare è anzitutto la messa a fuoco di un temperamento»
Susan Sontag

Fotografando gli altri scopriamo anche noi stessi...
“L’aria è infetta dal puzzo di fotografia”
Robert Frank

Nel 1855 l’esposizione universale ha per la prima volta una mostra speciale dedicata alla fotografia. Potremmo dire che tutto ebbe inizio in quel momento, anche la fotografia entrò a pieno in quello che era il suo uso mercantile. Nasce quindi come qualcosa che ha subito utilità politica, se usata nel giusto modo questo è discutibile ma, quel che è certo, la fotografia diventò oggetto d’industria e, quando questo accade, tutto può complicarsi e rischiare di perdere la sua essenza.
La prima cosa che ha complicato ma, allo stesso momento attirato alla fotografia è l’inesprimibile. Primo fra tutti Baudelaire che la condanna perché né è letteralmente sconfitto. La inserisce nelle deplorevoli espressioni dell’uomo e, la bolla quale origine del fanatismo. In realtà l’aristocratico poeta condanna la massificazione del reale riprodotto poi, cade anche lui nell’aura della camera che, dominata da Nadar, ci offre splendidi ritratti di fiori del male, più eloquenti di qualsiasi altro profilo letterario. La fotografia tocca a questo punto i vertici di un vero e proprio scatenamento, senza remissione e, si ribella diventando la svelatrice della coscienza di Baudelaire.
Se apriamo la finestra della nostra casa sui tetti del nostro mondo, ora potremmo ancora volgere il nostro sguardo e infuriarci contro l’idolatria della folla che c’è fuori? Potremmo perderci nella folla, in quella centrale elettrica, essere il flauner contemporaneo, nel caos, senza nemmeno guardarci, nell’indifferenza brutale, questa volta rigorosamente ad un metro di distanza e con la mascherina? Dovremmo chiederci, che senso avrebbe. Quello del movimento continuo di noi che passiamo e il gesto della contemplazione, vale a dire il gesto di offrirsi come uno specchio. Non è forse il gesto che ogni fotografo/a compie mentre si muove tra la folla per catturare l’eternità attraverso un momento?
L’avrete letto centinaia di volte ma non posso esimermi dal ripeterlo, Henri Cartier Bresson diceva: “la macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità... fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. E’ porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. E’ un modo di vivere.” Ma, ancora più carnale e vero è ciò che disse al suo compagno distrutto al suo ritorno dalla guerra, Eugene Smith “C’è qualcosa che pulsa, come un continuo tremolio vitale. Le foto si scattano tra la camicia e la pelle, perché agganciata tra camicia e pelle, diritto al cuore, c’è la macchina fotografica che si muove, al ritmo della sua appassionata integrità.”
Non si sa mai abbastanza, motivo per il quale divoro libri, leggo estratti, osservo agli angoli delle strade e ascolto un cantastorie avvolto in un sacco a pelo, con le dita gonfie dal freddo, seminude con guanti di lana sfilacciati e sporchi. Necessito di storie e provo a coglierne in quei cilindri di monete, nel suono di quella che, mortificata pongo, al caldo del mio cappotto, mentre scatto una fotografia che nessuno mai vedrà, neppure io.
Mi guardo intorno e la fotografia mi circonda, nel suo teatro dei sensi, da una nota di una tromba di un musicista malinconico d’in- verno con la sua pioggia, come una rete mi cattura, come una bolla mi protegge ma, è spesso una coperta troppo corta da lasciare scoperta i piedi. E così, con i piedi si fotografa quel palcoscenico tinto di rosse impronte di viaggiatrice solitaria, io per prima scivolata sul panneggio di una quinta del sipario.
L’umanità si è divorata tutto, lo spirituale e la cultura, la sua stessa vita, la sua stessa terra, nauseata, talmente sazia, esausta ormai, diventando la fotografia di se stessa.
C’è da puntualizzare subito una cosa, che nulla è andato bene se tutto è andato così male, che tutte le immagini che abbiamo visto anche questa volta, sono state le immagini riflesse della società dello spettacolo del dolore, ancora una volta. Le fotografie di cuore sono ancora nei cellulari della gente, nei macchinoni luccicanti dei reporter non ci sono storie, solo istantanee volte ad un’immediata verificabilità. Nessun giudizio laddove sia onesto lavoro d’infor- mazione, ripeto, onesto, non sulla pelle di chi sta crepando. La distanza ha trovato spazio e la fotografia ha congelato la sua ra- dice. Quei corpi ammalati non solo erano sommersi di solitudine ma dovevano difendersi da ogni privazione di narrazione e, la fotografia altro non dovrebbe essere che dignità, poter narrare tutta una vita. Dopo un anno, sono già pronti i primi festival celebrativi del lockdown. Immagini in posa, orpelli, il seducente e non la bellezza, miscugli pieni di cose vane che da dire non hanno nulla se non quanto saturo è il colore.
Ci sono milioni di occhi su uno smartphone e social network, producono immagini, molte manchevoli della grammatica del linguaggio. La comunicazione sbaraglia regole, tutto scorre veloce in pantoni di colori. Sono anime stanche delle infinite complicazioni del quotidiano e l’unico scopo é non fermarsi, ignorare tutto, inconsapevoli che quel che segue è una strada di non ritorno, l’oggi per un futuro inesistente, l’oggi senza memoria, per un passato tralasciato. Siamo poveri noi, è povera la fotografia.
Quel che resta di foto sgranate sono le crepe, e sono tutte riparabili?
Nei pochi giorni di apertura alla cultura, quando si poteva andare a teatro, ho potuto vedere un meraviglioso spettacolo di Gabriella Salvaterra, “Dopo”, e la sua risposta è stata che per riparare c’è un tempo, un tempo giusto. Siamo noi, nell’estetica dell’anima, quasi a voler allontanare quell’anestesia dei sentimenti, di un tempo che viviamo, dove i desideri sono fustigati, i nostri corpi bloccati, una pandemia piombata addosso che ha messo tutto in discussione.
La resistenza ancorata alla bellezza, alla poesia dello sguardo, rende donne e uomini capaci a sopravvivere al bombardamento di fiumi di parole e immagini.
Non possiamo esimerci dal chiederci chi siamo?
Nella camera chiara bisogna sgretolare le emozioni, le fotografie riposte nei cassetti, devono esser sommerse d’acqua, purificate e ritrovate di nostalgia, quel vuoto che sempre si avverte dinanzi alla sofferenza e alle ingiustizie ma, da dove la vita ricomincia a pulsare, dove la fragilità diventa forza, spinge al conflitto, alla rivolta, ispira il poeta.
La fotografia della bellezza parla sempre del tempo, della necessita di renderlo immortale perché la morte esiste e può essere sconfitta solo dalla narrazione e, una fotografia che non racconta nulla, è solo la teoria di un colore, una musica priva di un Kandinskji.
Benjamin scriveva “Diventa sempre più raro incontrare persone che possano raccontare davvero qualcosa. Sempre più frequentemente, in un circolo in cui qualcuno esprime il desiderio di ascoltare una storia, si diffonde lo sconcerto, è come una facoltà ci sembrava inalienabile, la più sicura tra le cose sicure, ci venisse sottratta. La facoltà di scambiarsi esperienze.
Una delle cause è evidente, l’esperienza è deprezzata... I grandi sono quelli la cui scrittura si distorta il meno possibile dalle parole dei tanti narratori senza nome...
Non dispendere consigli, il consiglio non è una risposta a una domanda, quanto una proposta attinente alla prosecuzione di una storia. Per coglierlo bisognerebbe in primo luogo saper narrare a propria volta...”
Eppure, riempite zaini di attrezzature costose, quanto più pesa tanto più vi sentite virili voi maschi, basterebbe quella leggerezza per tingere un filo d’argento.
Collezionate gallerie post prodotte come la regola del mercato impone, la luce diventa grafica, se cade da un lato della foto in penombra è perfetta per le riviste patinate, se il colore è saturo avete in cornice il workshop con Steve Mc Curry, fanno curriculum Napoli, Palermo, New York, William Klein come infinita riproduzione. E Robert Frank, Bresson, tutto diventa idolatria, dimenticando che nessun uomo o donna è mito se non, nobile e prezioso ciò che narra, le persone che incontra, la giustizia e la bellezza che urla o sussurra. Il sorriso di un bambino è diventato un’emoticon, quanto più è sporco più fa di voi un fotografo umanista, incollate nella biografia una citazione di Pasolini, per rendere egualitari i diritti e credibili le vostre posizioni politiche. Rincorrete Berengo Gardin, Scianna, Fontana quando spesso si moltiplicano in spazi in mostra che non danno voce a giovani sconosciuti che narrano storie degne di essere raccontate. Fa élite se amate Ghirri, Iodice, non capite nulla se vi permettete di considerare Toscani. Addirittura dall’antropologia si è giunti alla paesologia e si è cambiato nome alla poesia pur di vendere libri e metterci dentro sempre la fotografia. Negli ultimi mesi siete riusciti a incastrare anche Letizia Battaglia, vittima inconsapevole della sua stessa storia, quelli che la rincorrono e nello stesso momento sono indifferenti al femminile, accusandolo di femminismo.
La fotografia è donna, per questo motivo è invasa come fosse proprietà privata, il linguaggio femminile della fotografia deve faticare ad avere un nome proprio e libertà di raccontare. Anche qui, ai piani alti, tutto diventa oltre che spettacolo, terra di conquista. Ma, non starò qui a lagnarmi che le donne fotografe sono svantaggiate, parla la fotografia e, il femminicidio della parola stessa, e più lo negate, più ne siete complici, milioni di immagini povere di foto scritture, storie degne di note lasciate ai margini.
C’è una quotidianità volta ad aggiornarsi sul globo intero, eppure sfugge la storia che scorre accanto.
La fotografia potrebbe riscrivere la sua nuova fiaba,(c’é poco da sghignazzare è cosa seria) un vecchio amico che mi parlò di “sopravvivenza visiva”, mi disse che la fotografia è un gioco da bambini e, non c’è nulla di più serio che un gioco da bambini. La fiaba è “la prima consigliera dell’umanità, vive ancora segretamente nella narrazione.” Cosa siamo capaci ancora a creare, cosa in questa nostra vita, di dignitoso, sappiamo narrare? Se un fuoco dentro ancora non è spento, c’è ancora luce su parole scritte tra anima, occhi e mani? Tu fotografo, artista, poeta, chi sei?
L’increspatura del solco in cui danza la puntina sul vinile è un pezzettino di cuore, suona Fodder On My Wings, tra i più amati da Nina. Quante ne ha vissute... la musica, ne ascoltava di insegnamenti, i suoi maestri eppure, vedeva frantumarsi una a una le bugie delle illusioni, le parole false dei potenti giusti bianchi. Scoprì le violenze e gli imbrogli degli stati potenti... eppure sentiva quel vento di rivolta che soffiava, quel vento di rivolta... lei cantava quel vento.
C’è stata una un’immagine quest’anno, non aveva nulla a che fare con la pandemia, eppure sembrava avesse a che fare con una canzone di Nina Simone.
L’immagine raccontava di George Floyd.
Dov’è finita la fotografia.
“Vorrei tornare ai diorami la cui magia enorme e brutale mi sa imporre inutile illusione. Preferisco contemplare qualche fondale, di teatro dove trovo, espressi artisticamente in tragica concentrazione, i mie sogni più cari. Queste cose essendo false, sono infinitamente più vicine al vero; mentre la maggior parte dei nostri paesaggisti mentono proprio perché trascurano di mentire” W.Benjamin


Otto febbraio duemilaventuno
mariadipietro

Dai diritti negati al Manifesto per una fotografia di bellezza e giustizia

“Se la giustizia è il criterio dei fini, la legalità è il criterio dei mezzi.”
W. Benjamin


Ogni immagine di povertà, di sofferenza, di terrore è un racconto di una realtà che esiste ma, che fondamentalmente dovrebbe essere diversa.
Fotografare la sofferenza, contiene implicitamente la volontà di cancellarla, mostrarla per non ripeterla. I fotoreporter sono tra i primi ad aver mostrato al mondo la fotografia della sofferenza.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, nasce non da un sentimento di ottimismo ma, come conseguenza delle rivoluzioni, delle guerre e di tutti quei delitti di cui l’umanità si era macchiata.
I Diritti Umani sono quindi il frutto dell’orrore, non dell’amore, sono la volontà di creare qualcosa di nuovo, un’ideale di solidarietà, di benevolenza. Come può la fotografia raccontare i Diritti? Probabilmente raccontando l’assenza degli stessi mai, la presenza. Solo se fotografo una bambina a piedi scalzi dinanzi ad una baracca, posso raccontare il diritto negato ad avere una casa.
“La fame assomiglia all’uomo che questa stessa fame sta uccidendo” ha scritto Eduardo Galeano, guardando una fotografia di Sebastião Salgado.
La fotografia della sofferenza, del dolore ci fornisce una visione fisiognomica dell’umanità, come i ritratti di August Sander che avevano lo scopo di far emergere la natura degli uomini della società, una società capace di plasmarli e dar loro fattezze esteriori visibili,
una fotografia che svolge tre compiti contemporaneamente: documentazione, propaganda, esercizio dello sguardo.
La fotografia che diventa fenomeno sociale, che influisce sulla società e ci consente una maggiore comprensione della realtà, non una società che influisce sulla fotografia. Conoscere il dolore dei soggetti fotografati, vuol dire conoscerne l’assenza di giustizia non la biografia. Tessere le lodi di uomini stremati dalla fame, ritrarre corpi straziati e sguardi pieni di sofferenza, concedendogli attraverso l’immagine la più alta forma di rispetto per l’uomo, significa farsi portatori di una fotografia di bellezza e giustizia, senza alcun paradosso. Trovare la bellezza nei posti sbagliati, vuol dire trovare una bellezza che non è possibile incontrare in nessun altro luogo.
Mostrare l’inguardabile e dire l’indicibile è ciò che è possibile fare con la fotografia, non quella industriale, non quella delle masse ma, quella capace di raccontare con la cura e l’amore.
Adorno scriveva: “Le vittime sono trasformate in opera d’arte, sbattute in mostra per essere divorate dal mondo che le ha massacra-e. La cosiddetta resa artistica del nudo dolore fisico di quanti furono picchiati con il calcio dei fucili contiene in sé, per quanto remota, la possibilità che se ne possa trarre piacere [...]L’impensabile [...] viene trasfigurato, il suo orrore è in parte rimosso. Già solo per questo si rende ingiustizia alle
vittime, eppure un’arte che evitasse le vittime non potrebbe stare a testa alta davanti alle esigenze della giustizia.”
Mostrare le immagini, vuol dire eliminare qualsiasi forma di giustificazione, disintegrare qualsiasi “io non ho visto, non lo sapevo”.

Felisia Toscano

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Sulla fotografia della vita quotidiana d'una contagiata

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"La macchina fotografica come sempre era poggiata in qualche angolo della casa.
L’ho presa tra le mani e ho fatto quello che mi viene naturale fare ma, per la prima volta, la storia era esplicitamente mia e non solo: non avevo scampo, potevo solo assecondare me stessa e guardarmi.
Quando Pino mi ha chiesto di vedere le foto che avevo scattato in quei giorni di solitudine e coraggio ero restia, "quelli che hanno veramente qualcosa da dire non parlano", gli ho risposto che le avevo scattate per me soltanto, per resistere, per dare un senso a quanto mi stava accadendo ma, soprattutto, perché avevo paura e volevo che, se qualcosa andava storto, ci fosse traccia di quanto vissuto.
Non volevo condividerle, la riservatezza nasce dalla necessità di difendersi da chi può e sa far male, non volevo che qualcosa che mi apparteneva finisse nel frullatore dello spettacolo, è facile fotografare oltre i propri occhi, complicato fotografare quello che è dentro.
Un caro amico un giorno mi ha detto "siamo la nostra biografia", raccontarla significa donare qualcosa all'altro e... aveva ragione.
Ho scattato queste foto e, come ogni volta, non sono più solo mie, sono già oltre il mio tempo.
Le parole di Pino, il nostro scambio di mail, mi hanno fatto vedere le cose in modo più chiaro. Mi mandó uno scritto, come solo lui sa fare, da allora sono passati sei mesi e quello che mi porto dentro non è solo la paura e l’impotenza di quei giorni ma, soprattutto la stanchezza di quelli che sono venuti e che tutt’ora vivo “camminando dentro la mia vita che non è più la stessa.”
Resistere in questo vuoto è dovere ma, confesso che sono molto stanca... e la rabbia che ho sempre cercato di trasformare in qualcosa di buono, ora è troppa verso un mondo indegno lasciato tutto sulle spalle di pochi, oggi e domani.
Sono passati sei mesi e vorrei poter dire che sto bene e che va tutto bene, ma non è così.
Da soli non si va da nessuna parte e per quanto la bellezza la cerchi in ogni soffio di vento, quello che sto sentendo è una fotografia mossa dove l’unica parte dell’immagine a fuoco è nell’angolo, riconoscibile solo dalla poesia."

Maria Di Pietro

Testo e racconto fotografico integrale al seguente link:
https://www.mariadipietro.eu/sulla_fotografia_della_vita_quotidiana_d_una_contagiata-r13482

Terra Mater di Pino Bertelli

«Non esistono guerre giuste, né guerre sante né guerre “umanitarie”… Avete fatto un deserto di morti e l’avete chiamato pace! Maledette le guerre e le carogne che le fanno! La pace si fa con la pace! Toccare la pace! Toccare la pace! La pace non si concede, ci si prende. Per l’amore come per la libertà non ci sono catene.
Quand’anche avessi tutti i tesori della terra e conoscessi le lingue degli angeli, se non ho l’amore non sono niente! Là dove le nostre lacrime s’incontrano i nostri cuori si danno del tu! Se il sogno di pace, libertà, giustizia è di uno solo, resta un sogno, se è il sogno di tanti diventa storia!».

Pino Bertelli

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Anteprima Corto Nanni 2019

Il 5 ottobre alle 17,30 nei Giardini dell'Arsenale di Piombino ci sarà l'anteprima dell'edizione 2019 di Corto Nanni.
Un'apertura di grande impatto sociale con la presentazione di Guardami il racconto fotografico di Maria Di Pietro che con il suo lavoro ha aperto la collana di fotografia sociale Zero in Condotta diretta da Pino Bertelli ed edita Città del Sole.
Una collana fuori dal coro che vuole dare luce all’essenza della fotografia.
“Quella di Maria è una fotografia della condivisione... riporta in superficie ciò che le istituzioni hanno cercato di sotterrare... non è solo una fotografia in amore verso gli esclusi... è anche una fotografia di denuncia” scrive Pino Bertelli.
"La fotografia di Maria è una ricerca continua, un'immaginazione incessante anche nelle realtà più deboli dove, forza e fragilità si contrappongono e si completano" scrive Felisia Toscano.
“Il connubio che ha dato vita a questo progetto è dato dalla profonda amicizia e dalla stima che da sempre hanno legato mio padre Sergio Manes, che non è più con noi, a Pino Bertelli” afferma Giordano Manes della casa editrice Città del Sole, “inevitabilmente la mia profonda stima per Pino mi ha dato la spinta necessaria a credere fortemente in Zero in condotta e in tutti i lavori che da qui in avanti pubblicheremo, intanto, inauguriamo la collana con il lavoro della fotografa Maria Di Pietro”.

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Appunti dai firmatari

Cogito ergo sum

Mi dicono che scatto buone fotografie... ma mi mancherebbe l’imparzialità dei grandi reporter. Io che non conosco grandi reporter imparziali sorrido e mi congedo. A sentire i benpensanti e gli accademici di professione, sembrerebbe che il vero fotogiornalismo sia quello in grado di fornire informazioni obiettive e precise. Ora è chiaro che non può esistere un buon fotogiornalismo approssimativo, ma credo però possa esistere un discreto fotogiornalismo partigiano, e dopotutto di quale obiettività stiamo parlando? Per anime antiche come quella di un Cartesio, l’unica certezza era quella di pensare... Cogito ergo sum diceva, e non andava più lontano di così. Oggi invece siamo certi di ciò che vediamo, e ‘fanculo se non c’è alcun pensiero in tutto ciò! Chiudere gli occhi in attesa di vedere con il cuore è una grande sciocchezza… ma abboccare allo sguardo vitreo di un occhio meccanico è un’infamia.
«Si scattano fotografie come si tirano sanpietrini» mi ha detto un giorno Pino Bertelli, e non credo fosse una semplice provocazione ma il cuore stesso di un programma culturale in via d’estinzione. Noi che siamo contro il mercato delle notizie combattiamo anche contro l’imparzialità. Chi dice che i fatti vanno separati dalle opinioni lo dice soltanto perché non ha alcuna opinione sui fatti… sciocchezze da mendicanti di consenso! Senza opinioni non esistono fatti che facciano fare qualcosa, e se un fatto non ti porta a fare nulla, allora è un fatto sterile. Se oggi i giornali fanno un grande uso delle fotografie non è perché ne abbiano finalmente compreso la dignità documentale, ma soltanto perché ben servono una certa idea di giornalismo, che sotto una pretenziosa e ridicola obiettività nasconde una totale mancanza di prospettiva.
Oggi suona strano ma non molti anni fa Pasolini scriveva proprio “io penso”, e una volta persino “io so”, e non aveva neppure le prove. Pasolini, senza uno straccio di prova, sapeva. E lo scriveva pure. E voleva che gli si credesse (per la cronaca, egli scriveva che non aveva nemmeno indizi) perché intrepretava il giornalismo come qualcosa in grado di fornire molto più di un semplice fatto. Lui sapeva che i fatti non significano nulla se non vengono interpretati, né le interpretazioni quando prescindono dai fatti, e che pertanto un testo giornalistico (scritto o fotografico che sia) è immancabilmente un prodotto ermeneutico. Quando i discorsi non hanno più alcuna attinenza coi fatti, o i fatti alcun rapporto con le interpretazioni, non c’è più nulla da dire, non una responsabilità da assumersi né una posizione da poter difendere, per cui credo che una corretta riflessione deontologica abbia il compito di mediare tra queste due forme d’immaturità professionale piuttosto che ingrassare le fila di quanti, seppur in buona fede, invocano un’impossibile obiettività relegando il fotografo nell’angolo più buio del fotogramma.
Il punto è che i giornali, affamati di “fatti”, quando non li inventano di sana pianta se ne servono per difendere un giornalismo imparziale, onesto, obiettivo, e al servizio della verità... tutte superstizioni da secondo ginnasio! Verità? Obiettività? Di cosa stiamo parlando?
Personalmente credo che un buon reporter debba dirmi, oltre a ciò che accade nel mondo, in che modo guardare ciò che egli mostra, cioè suggerire una via interpretativa che sia chiara, aperta, e mai dogmatica. Soltanto in questo modo il giornalismo può contribuire a cambiare il mondo senza limitarsi a doverlo raccontare da una distanza cautelare. Nessuno teme i fatti ma le idee con cui li interpretiamo. Prendete pure parte amici reporter, perché se non si è dalla parte di nessuno allora non si è neppure contro qualcuno… e allora tanto vale restare a casa. Finché si scatteranno fotografie e si scriveranno articoli con la pretesa d’essere al di “sopra delle parti” non ci sarà nulla da temere (è proprio il posto che ci vien chiesto di occupare per essere innocui), ma se si prendono a scattare fotografie come si tirano sanpietrini... allora dovranno prepararsi.

Mirko Orlando

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Compagni di strada

Lettera aperta a quanti vogliono conoscere, se lo vogliono, il Manifesto per una fotografia dei diritti umani, pubblicato nella rivista di critica radicale Tracce, 6 luglio 2019.

Carissimi amici/firmatari del "Manifesto per una fotografia di bellezza e giustizia",
oltre alle fotografie e cover di pubblicazioni ecc., sarebbe importante inviare i vostri pensieri o scritti o lettere o quello che vi passa nella mente a info@manifestoperunafotografiadibellezzaegiustizia.it...
riguardo certo alla fotografia dei diritti umani ma, anche ciò che avete in cuore a proposito della colonizzazione della cultura del nostro tempo o a quello che volete...
i debutti non ci fanno paura, nemmeno le rovine della civiltà dello spettacolo che ha posto la "bellezza del giusto, del buono e del bene comune" sul patibolo del mercimonio e lì è morta!
Le incendiarie dell'immaginario (Felisia e Maria) stanno lavorando al nostro sito, quello di tutti noi, in attesa di conoscerci, incontrarci e dare inizio a seminagioni di intramontabili utopie...
non ci sono presidenti né segretari né maestri da imitare o celebrare per chi lavora alla diffusione della fotografia dei diritti umani... ma bracconieri di sogni che dicono la mia parola è no!
al conseguimento del consenso o del successo in questo modo e a questo prezzo!
I "compagni di strada", nello splendore delle proprie diversità, si prendono il libero accesso dappertutto
— festival, salotti, gallerie, musei, giornali, radio, televisione, internet e anche bar, birrerie, magazzini, i più avventurosi posso arrivare perfino nelle carceri o sui barconi dei disperati che fuggono dalle guerre
o parlare — prima di fotografare — diceva un caro amico, con gli ultimi, gli sfruttati, gli oppressi! o fare della resistenza culturale in difesa del pianeta azzurro...
ciò che ci pare sempre più importante, in fotografia e dappertutto, è dire qualcosa su qualcosa e possibilmente contro qualcuno!
un bambino salvato dalle bombe, vale più di qualsiasi premio fotografico o dei piani economici che l'uccidono...
"Ama e fai ciò che vuoi! Ma quello che fai devi farlo con amore verso chi ha bisogno di aiuto!", diceva mia nonna partigiana... —
i fotografi/artisti che sostengono il Manifesto... non hanno nulla da perdere nei confronti dell'omologazione spettacolarizzata/banalizzata della fotografia e della vita quotidiana, solo le loro catene! Huckleberry Finn.

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Appunti dai firmatari

Quando il No! è un movimento deciso del cuore per opporsi ad ogni tipo di pervicace ribalderia...

...mi torna in mente questo scritto da un fumetto di Igort

“Demone della guerra tu che balli sui corpi senza vita, ti sconfiggerà una foglia che cade, l’acqua che scorre, il frullio di un passero. Lo sguardo verso il cielo di un cedro rosso.

Dimenticherò la paura,
accarezzando ancora e ancora
paesaggi inauditi per risvegliare la mia fragilità,
e sarò un foglio di carta di riso,
vertigine di bellezza”

Grazie per il manifesto e le pregevoli attività,
Valeria Pietrunti

Galleria Cinesud: "Valentina in Camera"

Tutti conoscono Valentina; alcuni per sentito dire, i più per aver letto le sue storie.
Siccome nelle sceneggiature di Crepax fa spesso capolino un non celato erotismo, peraltro elegantemente risolto da un inconfondibile tratto grafico, Valentina ha finito per diventare uno dei sex symbol virtuali della nostra epoca.
Galleria Cinesud

https://www.materaevents.it/events/view/fotografia/3309/valentina_in_camera_di_guido_crepax

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