L'infanzione rubata - Pino Bertelli

L’infanzia rubata. La guerra negli occhi è il titolo del racconto fotografico di Pino Bertelli in mostra presso la Sala delle Colonne del Palazzo Comunale di Pontassieve fino al 15 ottobre 2022.
Trentuno scatti in bianco e nero che raccontano attraverso lo sguardo la sofferenza, il dolore, la quotidianità di piccole vite che nulla hanno a che fare con la spensieratezza che ogni bambino dovrebbe avere.
Il fotografo piombinese attento ai diritti umani, si fa portavoce di un messaggio semplice e necessario, “la pace si fa con la pace” afferma Bertelli.
Gli occhi di questi bambini in mostra sono lo strumento più forte che abbiamo a disposizione, bisogna trovare l’umano, fermare le barbarie e le crudeltà.
La mostra fotografica di Pino è anche un omaggio a Pier Paolo Pasolini, da sempre nell’amore e nella difesa degli ultimi.

“Una mostra dal grande impatto emotivo ed emozionale, che siamo molto orgogliosi di ospitare in un momento così drammatico. – dicono la sindaca Monica Marini e il vicesindaco Carlo Boni – L’arte di Bertelli ci impone di guardare negli occhi, senza voltarci, l’atrocità della guerra, mettendocela davanti in tutta la sua drammaticità. Ci fa riflettere e ci costringe a prendere l’unica posizione possibile: al fianco di chi le guerre le subisce e di chi, a causa delle guerre, si vede negato ogni diritto.”

“Non c’è parola – affermano Antonio Natali e Adriano Bimbi curatori della mostra – che eguagli l’efficacia emotiva delle immagini di Bertelli. Negli occhi dei bimbi, il fotografo riesce a leggere non già la cronaca di un’afflizione, bensì la storia millenaria del martirio d’un popolo.”


Testo Felisia Toscano
Foto dell’inaugurazione di Maria Di Pietro

1.jpg3.jpg4.jpg5.jpg2.jpg

L'infanzia rubata - la guerra negli occhi di Pino Bertelli

Pino Bertelli – L’INFANZIA RUBATA, LA GUERRA NEGLI OCCHI
a cura di ANTONIO NATALI e ADRIANO BIMBI

1 giugno 15 ottobre 2022(escluso il mese di agosto)
Palazzo Comunale Sala delle Colonne Via Tanzini, 32 – Pontassieve

CONTRO LA GUERRA

Sulla disobbedienza civile, tre canzoni e una profezia per quella bambina bruciata da una bomba nella Città delle mille e una notte, mentre le sfasciavano le bende intrise di sangue senza versare una lacrima, la guardavo guardarmi e sentivo il respiro amoroso di universi sconosciuti e silenzi inconciliabili che si riversavano nella sua innocenza violata…poi mi ha messo in una mano una piccola luna di latta ammaccata… che ancora riluce di bellezza sottratta all’eternità del male…intanto là fuori, solerti soldati sparavano sugli stracci dei poveri…

«Voi che non volete sapere e vivete come assassini tra le nuvole e vivete come banditi nel vento e vivete come pazzi nel cielo, voi che avete la vostra legge fuori dalla legge e passate i giorni in un mondo che sta fuori del mondo e non conoscete il lavoro e ballate ai massacri dei grandi».
Pier Paolo Pasolini

b2.pngb1.png

A ricordo di Letizia Battaglia Poyetica

di Pino Bertelli

Non è stata una bella mattinata, Letizia è scappata via… ma resta la sua bellezza di donna imperiosa a indicarci il debutto tra salici e stelle che non piangono più… ecco un mio piccolo ricordo e le immagini che mi sono restate di lei…
se credete, donatele a chi vuole o a nessuno… nessuna parola d’amore precede la partenza o il lutto, poiché solo la memoria contiene l’avvenire che accompagna solitudini ed emozioni là dove il tempo si è fermato.

“Mi ricordo sì, mi ricordo di Letizia Battaglia…
nei giorni in amore di Poiyetica… là in quella città del Sud, quando ci siamo abbracciati, baciati e ci siamo commossi al nostro incontro che attendeva da anni… abbiamo parlato del sangue della fotografia e della fotografia nel sangue… non riconciliati con nulla e con nessuno, ed ora sei là in attesa che ti raggiunga, là dove il dolore è solo l’amore che cola sulle ali bruciate degli angeli!
Chi ha molto amato, amato sarà sempre!”

letiziabattagliapinobertelli.jpg

Fotografia ribelle di Pino Bertelli

E' in libreria la nuova edizione de La Fotografia ribelle di Pino Bertelli.
Edizione aggiornata e ampliata, rispetto a quella del 2017, con l'aggiunta di 116 pagine e 6 fotografe.
Berenice Abbot
Paola Agosti
Diane Arbus
Eve Arnold
Letizia Battaglia
Alexandra Boulat
Margaret Bourke-White
Lisetta Carmi
Carla Cerati
Claude Chaun
Maria Di Pietro
Martine Franck
Gisèle Freund
Nancy "Nan" Goldin
Kati Horna
Germaine Krull
Dorothea Lange
Annie Leibovitz
Vivian Maier
Sally Mann
Mary Ellen Mark
Lee Miller
Lisette Model
Tina Modotti
Ruth Orkin
Leni Riefensthal
Cristina Garcia Rodero
Marialba Russo
Annemarie Schwarzenbach
Cindy Sherman
Gerda Taro
Francesca Woodman
Liu Xia
33 fotografe che hanno rivoluzionato la fotografia (e la loro vita) raccontate dalla penna radicale di Pino Bertelli che, con amore e rabbia, accompagna le sue parole con una selezione fotografica per ogni artista presentata.

fotografiaribellebattaglia.jpgfotografiaribelle.jpgtinamodotti.jpgfotografiaribellemariadipietro.jpg

Come una scintilla - su Letizia Battaglia

di Maria Di Pietro

La fotografia ormai è nelle mani di tutti, e in fondo non è questo che preoccupa. Quello che rende persone migliori nell’avere una macchina fotografica a collo, è il coraggio di parlare di poesia, ai margini, nei posti più bui e infetti dal puzzo dell’umanità violenta, vuota e sanguinaria.
Letizia Battaglia è la passione che zampilla nella parola rivoluzione, in una città che sarà per lei amore incondizionato, che incatena e libera.

È, perché sia chiaro a tutti, Letizia e il suo sguardo libero, tenuto a distanza per anni come donna ancor prima che come fotografa dai tavoli della fotografia italiana, è viva, eterna.
Tutti la ricordano per le immagini di mafia, per un pallone in mano ad una ragazzina diffidente che guarda all’obiettivo, in verità il ricordo profondo della sua fotografia è in quella semplicità apparente, priva di strutture e toni alti, i suoi scatti nascono dalla purezza del suo voler dir qualcosa, a tutti i costi e senza paura, purché giunga agli altri e sia seme per i fiori di domani. Non c’è domani se non si ha il coraggio di parlare, di opporsi, di sognare, di pretendere il diritto a quella quotidianità, sporca di sangue nella sua città, che tanto desiderava vivere spoglia di potere e ricca di tenerezza.
Nel guardare le sue ultime fotografie, i nudi, la fotografia in scena sulla fotografia che fu, si percepisce una tregua alla resistenza, un gioco di abbandono da quelle strade di Palermo, ad occhi chiusi come a cercare la bellezza dell’altrove, e semplicemente essere, il più possibile, solo Letizia. Eppure, ad occhi aperti la sua è una fotografia che non conosce tregua, fotografare per “scuotere le coscienze”, una fotografia femminile, modello di emancipazione in Italia e del Sud “…Dentro la fotografia ci sono io, tutta: come donna, come bambina, perché sono ancora una bambina…” lei, la sua macchina fotografica, la sua Palermo con il suo disordine “input etico, morale, per chi vive fuori” che suscitava in lei la rabbia e l’amore, e quel coraggio di andare contro, lasciare traccia.

Se è tutto già scritto nel propio nome, Letizia Battaglia è fedele, carattere combattivo e concreto, donna “influente” premiata nel 2017 dal New York Times che inserisce la Battaglia tra le undici donne più influenti dell’anno per l’impegno dimostrato nella propria attività di artista. Di quel momento, di meritata stima ( il nostro Paese come sempre invece tardivo a dare merito…) le sue parole furono: “Bello il riconoscimento del New York Times, ma mi servono soldi per Palermo”. Come una madre, donna che vuole stringere e proteggere quel sogno di libertà e bellezza, ripensa alla sua città che vuole vedere cambiare e mostrare al mondo, con quelle ferite che resteranno, ma che vorrebbe non dover riaprire. Il suo cuore alla città ancora una volta nel 2017 con la nascita, sotto la sua direzione artistica, del Centro Internazionale di Fotografia nel capoluogo siciliano.

Chi è Letizia Battaglia è facile leggerlo ovunque, io posso provare a dire cosa ha significato la sua fotografia per una fotografa come me, nata a sud, nella periferia di una città martoriata da veleni, con l’arte e la bellezza negli occhi, di una Napoli che è un sogno, disegnata con l’azzurro, ma perennemente grigia, insieme all’aria infetta, la camorra e la monnezza come simbolo costante, che ha scattato le sue prime fotografie con un taccuino nello zaino, con dentro scritte le parole di Tina Modotti e le sue. Non era, a dirla semplice la fotografa della mafia, Letizia Battaglia è verità, ricerca di verità, ma soprattutto era una donna che si opponeva e si impegnava, che credeva nella giustizia umana, in assoluto prima su tutto. E non posso non sentire la necessità di sottolineare che in quanto donna affermava con coraggio di far parte di quel mondo incapace a creare guerre, invitando l’uomo, cieco nel suo costante affare, a guardare un mondo possibile privo di potere e violenza. Mi chiedo quante voci oggi, ora che la sua sarà silenziosa, sapranno educare a quella bellezza e pace.

Continuo a immaginarla danzare in quella foto di Zecchin, tra la musica intorno dove i colori sono tutti racchiusi nel bianco e nel nero. Letizia è proprio qui, in quella linea di confine, tra la drammaticità del nero e la bellezza del bianco, con la visione ampia fino ai margini, senza tagliare nulla.

“Questa fotografia è delicata e potente” mi disse la prima volta che la incontrai , “scrivimi, voglio vieni a Palermo, le tue foto sono di un’intensità straordinaria” mi hai detto, e poi “ma ne parliamo un’altra volta, intanto lascia perdere giudizi e amarezze che fanno male, abbi cura dei tuoi “zingarelli”.
Il resto lo custodisco con amore, il tempo non è mai abbastanza, forse lo è la fotografia.

Ti ho scritta anche ieri sera, ti scriverò ancora.

letiziabattaglia.jpeg

Chernobyl, ritratti dell'infanzia contaminata

In occasione della decima edizione del Festival Fotografico Europeo, mercoledì 20 aprile si terrà il vernissage di Pino Bertelli.

info mostra Open link

2003PinoBertelliCHERNOBYL_Pagina_0591.jpg

Roman Vishniac – Sulla cartografia fotografica dell’Apocalisse

date » 28-04-2022 11:20

permalink » url

“Vorrei parlarvi francamente di un argomento molto importante.
Di un argomento di cui possiamo parlare tra noi, ma di cui non dobbiamo far parola davanti agli altri.
L’argomento è l’evacuazione degli ebrei, lo sterminio del popolo ebraico.
Il popolo ebraico sarà sterminato, dice ogni iscritto al partito.
Non ci sono dubbi, è nel programma. Eliminazione degli ebrei, sterminio”.
Heinrich Himmler
Discorso pronunciato il 4 ottobre 1943, al Congresso dei generali di Posen.


Sulle fotoscritture dell’antisemitismo


Le radici della barbarie nazista e dello sterminio di un intero popolo, emergono dalla ghettizzazione e persecuzione degli ebrei già nel racconto biblico di Mosè (XIII secolo a.C)… secondo la Bibbia, nei pressi del monte Oreb, Mosè s’accorda con Dio o viceversa, e dopo aver invocato le “dieci piaghe d’Egitto”, sconfigge il faraone e permette la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù… l’Esodo verso la Terra di Israele sarà lungo tre mesi… Mosè riceve la chiamata del Signore sul Monte Sinai, dopo tre giorni di purificazione il Signore/Dio gli consegna le Tavole di pietra sulle quali ha scritto con la folgore i Dieci comandamenti e parla per sua bocca agli israeliti: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei all’infuori di me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra (…) Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronunzia il suo nome invano. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro (…) Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunziare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo». Questa è la versione più ossequiata nell’Ebraismo, Cristianesimo, Islam e di molte altre religioni… viene perfino cantata alle sfilate per cani di marca… dalle regge alle ghigliottine, dai salotti al colonialismo, dalla santa inquisizione ai campi di sterminio, il grande impostore (Gesù Cristo) c’è stato sempre… se fosse morto mentre raccoglieva funghi nel giardino dell’Eden e non in croce in bella luce, forse l’umanità non sarebbe mai uscita dall’innocenza del divenire e avrebbe scoperto la bellezza dell’umano nell’uomo. Finiamola qui… i paludati dei catechismi hanno sempre a che fare col sangue dei ribelli, eretici, agnostici o i senza patria della filibusta… modellarsi a un Dio è un abbrutimento dell’anima nostra… meglio un bacio col rossetto sfatto di una puttana dabbene in un bordello qualunque, che ingoiare il corpo sacralizzato di un impostore che si nasconde in un’ostia! Quando la feccia adora un profeta, un martire o un eroe, frotte di servi impugnano il fucile e inaugurano l’epoca delle fosse comuni.

La lebbra delle conversioni e dei convincimenti monoteistici ha prodotto religioni, sistemi, nazioni e popoli sempre all’altezza di mattatoi di prim’ordine, e attraverso onore, gloria e fama hanno instaurato epoche di terrore, affinché soltanto lo spettacolo dell’Apocalisse sussista. L’iconografia della cultura di massa è stata subito servita… pittura, scultura, letteratura, fotografia, filmografia… hanno attraversato secoli d’indecenza e al soldo di ogni tirannide hanno mostrato che è più facile diventare un assassino che un artista… la tras/figurazione dell’uomo passa dalla consolazione che si riverbera nell’obbedienza al simulacro… gli idioti non conoscono il suicidio, poiché sono sostenuti dalla vergogna o dall’indecenza di rituali che avvolgono paure o violenze nel sudario del potere che l’inganna e li rallegra. “Non c’è niente di più prestigioso di una bella fine se questo mondo è reale” (E.M. Cioran)[1]. Di tutte le condizioni, la meno desiderabile è quella di credere in qualcosa, in qualcuno o nella libertà concessa, che presuppone una mancanza di riguardo verso di sé… poiché qualsiasi fede rende ciechi, ridicoli o portatori d’odio. Oltre duemila anni di teologia hanno prodotto l’isteria della trasmigrazione dei corpi nello Spirito Santo e non hanno mai esaurito le scorte di demenza sulle quali hanno riposto la lucidità imperdonabile di una storia degradata sulla dominazione dell’uomo sull’uomo.
L’iconografia di propaganda cristiana ha intuito subito che lo scandalo della creazione rendeva bene… a ciascuno il santino del funesto demiugo, il Dio pescatore di anime, sempre collocato tra un re o un dittatore o un rivoluzionario… in bella vista nelle camere da letto proletarie, nei salotti borghesi o nelle sedi dei comitati centrali dei partiti… la resurrezione dopo la morte e la pietà come lusinga delle proprie cattiverie che legittima la disinvoltura delle fucilazioni. Poi la storia degli storici che la storia non ha ammazzato, le gerarchie ecclesiali, i banchieri, i politici, i sociologi, gli psicoanalisti, i magistrati, i sindacalisti, gli operai, financo i lavavetri… hanno riposto in un cadavere la propria salvezza… e ciascuno ha arraffato ciò che poteva per ascendere al più alto dei cieli, quello della servitù volontaria… dove la merce è l’uomo e l’uomo è merda. Il successo, il consenso, la potenza del ruolo sono il viatico degli scimuniti, specie se colti o arricchiti… qualunque potere succeda al potere, ci sono sempre loro che cambiano casacca ma non le mutande nelle quali tengono timori, tremori e schiavitù millenarie mai superate… i leccaculi, i sottoposti in perpetuo o gli stolti che credono nel trionfo di sé sul sangue dei giusti! Più entro in intimità con gli illetterati, più mi convinco che sono i poeti senza allori, i visionari senza porti e i folli senza speranze, i soli ad aver capito qualcosa sulle ondate di civiltà che hanno prodotto ere di terrore e sepolto la bellezza, la libertà e la giustizia, per sempre, forse.

A pochi anni dalla nascita del cinematografo (1895, si fa per dire), lo schermo s’illumina d’immenso (diceva, il poeta che aderì al fascismo firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti, Giuseppe Ungaretti) e il film La Sacra Bibbia (1920) mostrerà che senza Dio tutto è nulla o, forse, solo Dio decantato dai suoi amanuensi, esposti fuori dalla magnificenza della sua falsità. Il regista del film, Pier Antonio Gariazzo, è figlio di buona famiglia piemontese… pittore, incisore, scrittore e cineasta… dispensa alle platee della Lanterna magica un film muto (11 rulli, 123 minuti) e sembra che una mondina appena uscita dallo sfruttamento delle risaie, volesse lanciare una pietra contro il Gesù Cristo tremolante sullo schermo che faceva miracoli con vezzosa protervia… fu accompagnata fuori dal cinema da due carabinieri impennacchiati e internata in luoghi più adatti ai pazzi che non vogliono essere turlupinati dalla macchina/cinema… alla maniera degli anarchici, quando facevano saltare in aria pignatte di dinamite sotto il culo dei potentati e i loro sgherri… naturalmente non è vero niente della mondina… degli anarchici sì… ma se andiamo a sfogliare le cronache dei giornali sulla “settima arte” (Ricciotto Canudo, 1921), vedremo che episodi simili non sono affatto isolati. Perché frequentare Shakespeare, quando basta un ciarlatano a farci intravedere altrettanto bene che “i vigliacchi muoiono molte volte innanzi di morire; mentre i coraggiosi provano il gusto della morte una volta sola (…) Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente” (il Bardo).
Ciascuno è fatto della stoffa di cui sono fatti i sogni che gli confezionano addosso… i libri, le arti e le accademie ne procurano il gusto, il falso, l’insensato, ma solo l’amante, il pazzo e l’eretico mostrano, contengono e nutrono il mondo di bellezza e di giustizia.

Il film più eclatante su Mosè si deve a quell’affrescatore hollywoodiano di grande mestiere, Cecil B. De Mille… I dieci comandamenti (The Ten Commandments)… colore (VistaVision), 220 minuti di noia abissale… Charlton Heston è Mosè, Yul Brinner, il faraone Ramesse, Anne Baxter, Nefertari, Edward G. Robinson, lo schiavo traditore Dathan, John Derek, Giosuè, Yvonne De Carlo, Sefora… non abbiamo mai provato tanta insofferenza né predisposizione all’attentato nemmeno dopo i 246 minuti della copia integrale di C’era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984) di Sergio Leone… una storia di gangster, come quella di De Mille… la musica esplicativa/geniale di Ennio Morricone, come quella di Elmer Bernstein, è modellata/indirizzata a immagazzinare il racconto e stimolare la ricezione dello spettatore… i salti della messa in scena, attori che scompaiono e ritornano in sequenze che poco c’entrano con l’andamento della storia, Joe Pesci in C’era una volta in America o John Derek in I dieci comandamenti… l’uso della suspence come figura retorica per cercare di chiudere in qualche modo il film e riportare il pubblico nel plauso delle stigmate in gloria di Dio o della Nazione… è parte del gioco giocato del cinema mercatale… che porta a versare sempre i medesimi singhiozzi o a lenire ingiustizie secolari. Insieme a Il padrino (The Godfather, 1972) di Francis Ford Coppola, che figura il canto più alto mai deputato alla mafia italo-americana… questi film rappresentano il grado di raffinatezza raggiunto nello spettacolare integrato di una società fluida, parassitaria, omologata in tutto, fino alla mutazione antropologica della corporalità popolare o metafisica della morte a favore di Dio e dello Stato, Pier Paolo Pasolini, diceva[1]… sono i medesimi stilemi espressivi che si ritrovano anche nei film di propaganda fascista, nazista, sovietica o del moderno comunismo capitalista russo e cinese.

L’antisemitismo contro le tradizioni delle comunità giudaiche attraversa l’Europa da millenni… cattolici, luterani, islamici o semplicemente stupidi… e ce ne sono anche tra intellettuali d’alto lignaggio, come Richard Wagner, Ezra Pound o Thomas Eliot, e perfino anarchici come Pierre-Joseph Proudhon o Michail A. Bakunin, non si sottraggono all’odio contro gli ebrei… che ritengono responsabili della “giudaizzazione del mondo”… e qui ci sarebbe di andare a fondo e sviscerare le responsabilità sulle economie di guerra — e corruzioni, sfruttamenti, repressioni —… a partire dalle baronie alla Rothschild fino alle tartuferie predatrici di Wall Street… chiunque conquista il potere a danno del popolo, getta la maschera e cede il passo al sangue della tirannia (come i sionisti israeliani contro i palestinesi nell’età moderna), e iniziano le discriminazioni, le deportazioni e gli assassinii di massa. Il crepuscolo degli dèi avviene sempre troppo tardi e quando un governo permette di affiggere cartelli con su scritto: “Vietato agli ebrei e ai cani”, noi siamo dalla parte dei cani e degli ebrei! La cultura cannibalesca del profitto poggia sulla demagogia politica che ne tesse gli imperi… le università si prodigano a sfornare economisti, sociologi, psicoanalisti, giornalisti, specialisti digitali che vanno a costruire, difendere o servire una concezione poliziesca della storia che rappresenta la forma più estrema di alienazione politica, diceva Joseph Gabel, studioso e psichiatra ungherese, una figurina fuori album… e la sindrome del nazionalismo, del patriottismo e l’avvento dell’uomo forte sulla ribalta della storia non può che portare alla catastrofe… qui terrore e terrorismo si confondono… è forse una novità che l’intero mondo politico sia fatto da carogne e criminali? E lo spettacolo dell’olocausto non coincide forse con l’interesse comune e il bene generale di un’intera nazione?

[1] Pasolini, Le lettere, a cura di Antonella Giordano e Nico Naldini, Garzanti, 2021
La vigliaccheria di un popolo non la si può nascondere nella mascherata d’una pretesa “supremazia della razza”… il fatto è che un Paese che si autoproclama nazionalsocialista, in realtà è alla mercé di poche centinaia d’imbecilli in divisa, medaglie e pugnali, i quali temono che un giorno la propria stupidità venga smascherata e gettata nelle fogne… insieme ai treni-merci che arrivavano in perfetto orario nei campi di sterminio col biglietto di sola andata a carico degli ebrei!

Nella civiltà dello spettacolo della modernità, qualcosa è cambiato… terrori e terrorismi (sempre manovrati dai servizi segreti delle nazioni dominanti)… si occupano di massacri di secondo grado… una guerra qui, una là… poi scattano gli aiuti internazionali gestiti dagli stessi che buttano le bombe sulle popolazioni civili… ai tavoli di pace nessuno fa sconti… non si parla di smetterla con la produzione di armi, si discute sulle ricostruzione delle macerie… i morti non contano… però servono ai premi internazionali di fotografia (cinema, letteratura, giornalismo, fiabistica per bambini con abitini firmati…) per solleticare nelle masse il volto del dolore colorato, in perfetta sintonia col mercato della falsità. In margine a una guerra dove ci siamo trovati a fotografare senza gioia i bambini iracheni che saltavano in aria sulle mine anti-uomo di produzione italiana, sembra le più affidabili… e le sequenze notturne dei bombardamenti americani sulla Città delle mille e una notte venivano diffuse nelle televisioni tra un telegiornale, un salotto politico, una messa del papa e un masterchef o uno stilista di moda che dissertano sulla munificenza della “meritocrazia”, il cui centro è la famiglia, il lavoro, il decoro… mai delle discriminazioni, gli sfruttamenti, le disuguaglianze… e senza che nessuno gli sputi in faccia.

Così, in margine ai libri che stavo leggendo in una stanza alla periferia di Baghdad, tra pulci e scarafaggi di una certa sfacciataggine, e colpi di fucile che sparavano alla luna (e ogni tanto spaccavano la testa a qualche bambino che mangiava nella spazzatura), ho appuntato nel mio Moleskine questo: — Nel novembre 1952, Gregory, il più giovane dei tre figli di Hemingway, poco più che ventenne, aveva ha scritto al padre: “Quando tutto si sommerà, diranno di te: ha scritto alcune belle storie, ha prodotto un romanzo e aveva un approccio fresco alla realtà, e ha distrutto la vita di cinque persone – Hadley, Pauline, Marty [Martha Gelhorn, la terza moglie di Hemingway], Patrick, e la mia. Che cosa pensi che sarà considerato più importante, il tuo romanzo egocentrico, le tue storie, o le persone?”. Diventare disumani anche negli affetti familiari è facile, perfino i grandi come Dickens, Rousseau o Balzac ci sono caduti, più difficile è lottare per il benessere collettivo… poiché l’umanità non ha bisogno di eroi ma di uomini e donne che hanno come preoccupazione centrale l’educazione formativa avviata verso l’amore di sé e dell’altro, che è alla base della trasformazione e rigenerazione radicale di un nuovo umanesimo fondato sulla società del dialogo.
Il termine “antisemitismo” è stato attribuito al giornalista Wilhelm Marr, siglato nel suo opuscolo, La vittoria del giudaismo sul germanesimo[1], ma a quanto ci risulta, questa parola non compare lì nemmeno una volta… e nemmeno c’importa se è vero, tanto è il ribrezzo che ci suscita… proviamo il medesimo disprezzo riguardo alle affermazioni antisemite sostenute nel libro rivoltante del conte Joseph Arthur de Gobineau (ambasciatore francese in Persia, Grecia, Brasile, Svezia), Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, uno dei primi esempi di “razzismo scientifico”, dove Gobineau scrive che “la storia sorge solo dal contatto con le razze bianche” e che le civiltà si sono sviluppate sotto la guida di razze ariane” (?!)[2]. L’elencario sulla “scienza della razza” di intellettuali, artisti, scienziati di alto pregio accademico è lungo e variopinto… francesi, inglesi, italiani, tedeschi… hanno fornito tesi forbite sul mito e contro il mito della razza ebraica… e basta leggere lo studio importante di George L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto[3], per capire che il razzismo e l’assassinio di massa risponde a una degenerazione della politica, della religione e dei saperi.

Le ideologie (anche quelle della società consumerista del XXI secolo) aspirano tutte e in vari modi al mattatoio sociale! Non esistono boia o clienti annoiati! Agonie senza epilogo, sì! In ogni cittadino si cela il santo e il macellaio e finite le esagerazioni verbali, entrano in ballo il rimbecillimento e l’assassinio registrato sotto il segno delle definizioni arbitrarie. Non si può andare alla verità facendo stragi degli indifesi, ci si può andare solo mettendo fine alla coscienza di morte che li concilia con l’immoralità del tempo! L’amore ricomincia vivere con ogni storia raccattata dall’inferno dei vivi… come il pane fresco che non ha il sapore del sangue che sgorga dal suolo che nutre gli assassini e ridiventa accoglienza, condivisione, parola che non appartiene a nessuna infamia. Ti amo come tu mi ami! E sulle labbra degli amanti felici c’è il non-luogo dell’amore che ci porta nel luogo dove non siamo mai stati. Nel desiderio di passioni colme d’inchiostro e abbracci di velluto appesi ad alberi di aggettivi! E ritrovare lì il pozzo d’infanzie intramontabili.

Siamo amareggiati che uno dei nostri cattivi maestri, E.M. Cioran (dal quale abbiamo imparato tutto, anche il coraggio di contraddirsi o inventare favole amare contro l’inettitudine generalizzata), nella sua giovinezza non abbia compreso che i totalitarismi di sinistra e di destra sono ugualmente inadeguati alla comprensione, accettazione, crescita del bene comune, e sconfitta del bene sul male inamidato su tribune, chiese o galere d’ogni folata autoritaria… come del resto la società mediocratica attuale dimostra… si uccide su vasta scala perché una minoranza di parassiti della finanza, della politica e dei saperi… possa continuare a educare, corrompere, sedurre uomini e popoli trasformati in linguaggi/merci, per meglio saccheggiarli anche nelle loro più intime realtà… nel corpo, nella carne e nel piacere… l’uccisione degli inerti sembra fungere da catalizzatore tra il criminale e il suo superiore… ammazzare ebrei insomma sprigiona quel miele impareggiabile dell’obbedienza che assolve tutti i peccati… nulla è più desiderabile di un omicidio senza giudizio… poiché porta a soddisfare la perversione del più forte sul debole e verso l’imperialismo della vita.

Cioran individua Hitler come coscienza di un’intera nazione… il 27 dicembre 1933, in una lettera all’amico e critico d’arte Petre Comarnescu (nel 2014 è risultato essere un informatore della polizia segreta della Repubblica socialista di Romania), scrive: “Alcuni nostri amici crederanno che sono diventato hitleriano per ragioni di opportunismo.

[1] Wilhelm Marr, La vittoria del giudaismo sul germanesimo, Effepi, 2011

[2] Joseph de Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, ristampa anastatica, Roma 1912, Edizioni AR, 2010

[3] George L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, Editori Laterza, 2005
La verità è che qui [Cioran si trovava in Germania nei giorni che Hitler sale al potere] ci sono certe realtà che mi piacciono e sono convinto che la cialtroneria autoctona potrebbe essere arginata, se non distrutta, da un regime dittatoriale”[1]. Come si vede, a volte anche le menti più eccelse cadono nella devozione e non avvertono nel nazismo un sistema di orrori e devastazione già presente nella propaganda del partito nazionalsocialista.

Nel 1934 Cioran scrive un articolo sulla rivista di destra Vremea (Il tempo) di questo tono: “Non c’è alcun uomo politico al mondo che mi ispiri una simpatia e un’ammirazione più grande di Hitler. C’è qualcosa di irresistibile nel destino di quest’uomo, per il quale ogni atto della vita della vita acquista significato solo attraverso la partecipazione simbolica la destino storico di una nazione (…) La mistica del Führer in Germania è pienamente giustificata (…) che ha fatto della personalità di Hitler un mito (…) I suoi discorsi sono pervasi di un pathos e di una frenesia che solo le visioni di uno spirito profetico possono toccare. Goebbels è più fine, più sottile, ha un’ironia più discreta, gesti sfumati, tutte le apparenze di un intellettuale raffinato e impeccabile (…) Il merito di Hitler consiste nell’aver tolto lo spirito critico a una nazione”[2]. Cioran non si sottrae all’estasi collettiva che il popolo tedesco prova davanti al Führer… le parate, le marce, i canti, la folla che acclama vedono nella figura carismatica di Hitler la guida delle mille Germanie a venire… i tedeschi non vi ravvedono la caricatura in quel mito nefasto (lo stesso è successo ai fascisti italiani che divinizzarono Mussolini)… e l’esaltazione del cameratismo, dell’eroismo e di una nuova razza di uomini, furono il lasciapassare verso lo sterminio programmato… la mistica nazionale di coloro che hanno compiuto il loro dovere di criminali, stava nella sua glorificazione.

Diversi anni dopo Cioran è in Francia e ritorna sulla fascinazione avuta di Hitler nel 1933 e nei Quaderni si legge: “La mia ammirazione patologica mi ha avvelenato la vita. È stata la peggiore follia della mia giovinezza. Come ho potuto avere il culto di una nazione in fondo così poco interessante? Dei mediocri estremamente ostinati, senza alcuna indipendenza spirituale?”[3]. Quando vede un film su Churchill e in una manifestazione nazista appare in primo piano Hitler, Cioran si accorge che “ha tutta l’aria di un pazzo da manicomio, con gli occhi persi, a tratti tesi e sconvolti, il viso attonito. Se una pallottola lo avesse ammazzato si sarebbero salvate milioni di vite”[4]. Cazzo! Ci volevano tutti questi anni per capire la politica d’annientamento di un mentecatto che inneggiava all’assassinio, alla demenza, alla barbarie? L’antisemitismo gioca brutti scherzi, poiché i timori razziali sono vicini alle preoccupazioni sessuali e l’arianità diventa catalisi di frustrazioni, impedimenti, costrizioni private e collettive che svolsero una funzione epurativa del corpo impuro degli ebrei a favore dell’intero corpo nazista che si scioglieva nel mito del Führer!

Le ragioni del successo del nazismo poggiano sull’interrelazione tra le forze economiche, psicologiche e ideologiche che ne hanno determinato il carattere sociale… l’ideologia nazista ha esercitato le tensioni sadiche e masochistiche di un popolo sotto la mascheratura della virilità e del coraggio. In Anatomia della distruttività umana Erich Fromm lo spiega bene… c’è una stretta relazione fra il disturbo narcisistico e il fenomeno politico-sociale del nazismo, poiché nel rapporto dell’individuo con gli oggetti esterni, il narcisismo esprime la funzione di assorbimento degli impulsi libidici[5].

[1] Emil Cioran, Lettere al culmine della disperazione, a cura di Giovanni Rotiroti, Mimesis, 2013

[2] Emil Cioran, Lettere al culmine della disperazione, a cura di Giovanni Rotiroti, Mimesis, 2013

[3] E.M. Cioran, Quaderni 1957-1972, Adelphi, 2001

[4] E.M. Cioran, Quaderni 1957-1972, Adelphi, 2001

[5] Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori, 1975
La carnalità del male di Hitler era alimentata da un’inclinazione all’odio e alla distruzione che si ritrovavano in tutti gli strati della società e sostenuta dai fabbricanti di armi, nobiltà, borghesia che profondevano in ogni anfratto sociale la “popolarità della guerra”, come la sola possibilità di riscatto messianico e liberatore da aggressioni esterne… il passaggio alla “pulizia etnica” è già nel programma politico del nazionalsocialismo. Tuttavia ci sono sempre stati uomini e donne che hanno disobbedito e sono insorti contro l’efferatezze di re, governi, padroni, generali e dell’indifferenza… hanno agito (con tutti i mezzi necessari) contro l’effigie della tirannia al canto di Bella ciao e nessuno è mai stato ucciso perché le loro anime belle ci hanno fatto ritrovare la “più preziosa qualità umana: l’amore per la vita” (Erich Fromm). Tutto risponde all’uomo che crede nell’amore per l’uomo, niente ritorna all’uomo dalla malvagità verso gli altri, poiché l’odio genera odio e affoga nella merda delle ideologie dalle quali è nato.

In Guida perversa all’ideologia (2012), un film estraniante di Sophie Fiennes, il filosofo, sociologo, psicoanalista Slavoj Žižek, attraverso il disvelamento di film come Taxi Driver, The Dark Knight, Brazil, L’ultima tentazione di Cristo, Titanic, Full Metal Jacket, Tutti insieme appassionatamente, Cabaret, West Side Story o Il trionfo della volontà… mostra che ogni ideologia è una sorta di Dio ubriaco che risveglia atteggiamenti, comportamenti, megalomanie e il capitalismo postmoderno è il crogiolo che li promuove e li contiene tutti… dittatori, capitalisti, consumatori, artisti… si identificano o si sottraggono all’obbligo di avere un destino… e non è nemmeno troppo difficile comprendere come una parte dell’Inno alla gioia di Ludwig van Beethoven, possa essere il contenitore sentimentale nei raduni nazisti, parate comuniste o guerriglie clandestine (e palafrenieri dell’Unione Europea)… immagini, musica, parole cosparse di voluttà schizofreniche… si sostituiscono alla realtà e la religione della Coca Cola è la medesima della liturgia ideologica delle esecuzioni sommarie di popoli aggrediti… dopo le metafore, la “soluzione finale” degli ebrei, così si applicano i grandi convincimenti! Senza l’imperialismo del mercato e senza l’ideologia del crimine organizzato né la burocratizzazione della paura, le masse si sentirebbero orfane e la sovranità di pochi sul maggior numero, spiega il permanere della mattazione dell’umano nella storia.

Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler presta giuramento come Cancelliere nella camera del Reichstag, sotto gli sguardi allucinati e gli applausi indecorosi di migliaia di sostenitori del nazismo… il 20 marzo 1933 il prefetto di polizia di Monaco annuncia alla plebe l’apertura del campo di concentramento di Dachau e la segregazione di 5000 prigionieri politici, antinazisti, asociali o ebrei… Himmler invita i giornalisti a visitarlo e vedere l’efficienza nazista di “rieducazione” e “risanamento pubblico”… le agenzie d’informazione tedesche ne danno il risalto d’ordinanza… gli entusiasmi e le fanfaronate sono gli stessi dei “cani da riporto” della stampa odierna… e non vanno certo ammazzati, poiché non è bello vederli tremare di paura… quanto a me, se vi incontrassi per strada, state pur sicuri che v’insegnerò a vivere come a morire, coglioni!… e senza nemmeno abbandonarmi all’agio dell’improvvisazione.

Il secolo XVIII si porta dietro Progrom antisemiti documentati che lasciamo alla consultazione dei libri scolastici… poiché la storia dell’antisemitismo investe chiese, caste, partiti, banche e rivoluzioni… a dispetto dell’antisemitismo bollato dai Padri e Dottori della Chiesa (Sant’Agostino, Giovanni Crisostomo o Tommaso d’Acquino), tra il XIII e il XVIsecolo gli imperi bancari concorrono all’instaurazione di regimi autoritari a fianco della Santa Sede[1]. Va detto inoltre che su dodici membri del Comitato centrale del Partito Comunista Russo del 1918, nove erano ebrei. Dopo la rivoluzione d’Ottobre sorge il mito di Stalin e milioni di persone sono trucidate nel lager dai giannizzeri della bandiera rossa (dei quali il P.C.I. ne era degno complice, come nelle “purghe stalianiane” degli anni ’30). E poco importava essere ebrei, bastava esprimere diversità e dissensi contro la menzogna del comunismo di Stato.

Alla fine della prima guerra mondiale, la popolazione ebraica europea si concentra in tre grandi aree geografiche: 1.500.00 in Europa occidentale, 3.000.000 in Unione Sovietica e 4.500.00 in Europa centro-meridionale… cifre all’ingrosso per far capire l’entità della tradizione ebraica nel vecchio continente. Nel 1791, sulla spinta degli ideali egualitari, la Francia è il primo Paese che concede agli ebrei il diritto di cittadinanza… gli ebrei sono inseriti nelle grandi città (Berlino, Vienna, Londra, Amsterdam, Parigi)… e non sono solo venditori ambulanti, operai, artigiani o piccoli commercianti, ma banchieri, insegnanti, medici, giuristi, uomini d’affari, politici, artisti, letterati, educatori… l’antisemitismo è sotterrato ma non per molto… già nel 1924, un ex-caporale viennese con gli occhi da scemo in gita al Santuario del Cristo flagellato di Wieskirche, aveva scritto in un libro Mein Kampf (La mia battaglia): “Il giudeo si comporta secondo il suo scopo, si fonde col popolo e ne mina le basi: combatte col tradimento, con la falsità, tende al traviamento totale in modo da distruggere l’odiato nemico (…) Il primo dovere non è di formare una costituzione nazionale dello Stato, bensì quello di annientare gli ebrei”[2]… si chiamava Adolf Hitler. L’oscenità perversa del nazismo sarà perfettamente incarnata in questo ometto con gli stivali incerettati, dalla fraseologia demoniaca che affascinerà un’intera nazione… il simbolo del declino di una società avvilita nel gusto e nello spirito, avviata nell’isteria assassina dei raduni di massa e finita, sempre troppo tardi, nella metafisica della vergogna. Una farsa finita in tragedia.

Pino Bertelli

Schermata_2022_03_27_alle_12.24.26_e1648376727657.pngSchermata_2022_03_27_alle_12.26.24.pngSchermata_2022_03_27_alle_12.28.19.pngSchermata_2022_03_27_alle_12.29.40_e1648377024485.pngSchermata_2022_03_27_alle_12.33.41_e1648377248937.pngSchermata_2022_03_27_alle_12.35.57_e1648377411699.pngSchermata_2022_03_27_alle_12.37.56_e1648377549703.pngPHOT_roman_vishniac_5.jpeg

Vivian Maier Sulla fotografia della vita quotidiana

“Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza;
ma a chiunque non ha, gli sarà tolto anche quello che ha”.
Matteo 13, 12


1.Sulla fotografia dell’indegnità

La fotografia è nata da un Dio ubriaco di mercantilismo… in principio sollazza la noia della bella borghesia di metà ‘800, poco dopo, l’effluvio fotografico o l’industrializzazione della fotografia inizia a serpeggiare tra le folle… re, regine, nobiltà, politici e artisti… furono affiancati dalle immagini di viaggi, architetture urbane, memorie familiari, povertà delle periferie, guerre e carneficine… le “cassette magiche” furono sostituite dalle piccole fotocamere 35 mm e finalmente anche il popolo poteva possedere uno strumento al quale bastava schiacciare un bottone per impressionare la realtà della vita quotidiana… è vero, la fotocamera è uno strumento capace di catturare l’immagine, di crearla, di intrecciare tempo, luce e spazio, diceva Walter Benjamin (da qualche parte), per esprimere una poetica o una narrazione della storia dell’uomo e dei suoi tradimenti, anche. Tutta la fotografia a venire precorre la conoscenza e la coscienza popolare, e la significazione più profonda dell’immaginale fotografico, in massima parte, rispecchia o innalza le apparenze al livello di uno stile, che è quello dell’industria culturale.
Certo, ci sono stati e ci saranno sempre i “fuori gioco” dell’immagine fotografica, più o meno celebrati o recuperati dai cortigiani della civiltà dello spettacolo… irriducibili ad ogni forma di soggezione o ribelli agli inganni del privilegio… tuttavia, c’è più distanza tra un poeta disconosciuto della fotografia e un mito costruito ad arte, che fra una stella e uno sputo, diceva… la fotografia è un’affabulazione dei nostri eccessi, delle nostre dismisure e sregolatezze, o non è niente… solo una malattia culturale, paludata di speranze senza nudità primordiali! Un mattone dell’edificio delle lusinghe costruito sul discredito, il sarcasmo e il supplizio… o l’enorme bacino della vocazione spirituale della fotografia che passa dai lupanari delle folle e cimiteri delle definizioni! Poiché ogni immagine è il riflesso o l’impronta di un’ordine supremo o un pretesto di pietà sul dolore immutabile d’ogni epoca, solo la fotografia in amore che si oppone alla farsa vertiginosa dei domani prescritti, solleva l’anima da ogni idea di verità che non contenga l’insurrezione dell’intelligenza. La fotografia insegnata tormenta soltanto assassini, santi e tutti quelli che dicono la “mia fotografia è arte”, senza fare dell’arte la gioia di vivere fra liberi e uguali.

Merda! puttanaccia la miseria!… corpo di un cristaccio morto (sempre troppo tardi)!… che il diavolo se lo porti!… insieme alla masnada di canaglie che lo adorano!… alla pretaglia senza regalità e alla nobiltà dell’odio affinato!… tutti al macello!… con i saprofiti del sapere!… buoni loro!… fedeli servitori di ogni potere!… in ogni epoca!… poliziotti dell’intelligenza!… adulatori di forche!… arlecchini di molti padroni!… alla garrotta!… senza lacrime!… in pasto ai cani randagi… l’appellativo di ribelle a tutto!… senza dio né patria!… è l’insulto più elogiativo che si possa rivolgere a un uomo in rivolta!
L’indignazione universale passa dalla coscienza insorta e della conoscenza che gli uomini di potere sono validi solo il giorno in cui pendono dalle loro stesse forche!… battuta di spirito (ma non troppo): nell’immaginario di un padrone si cela un’anima di assassino. È sempre quello che detestiamo a qualificarci!… lo sanno perfino i ritardati mentali! “Quando incontriamo un essere vero, la sorpresa è tale che ci chiediamo se siamo vittime di un abbaglio” (E.M. Cioran) o comparse in un banale film da Oscar alla Spielberg o Tarantino o Benigni…. lo scoramento è sapere che l’ottimismo è una mania degli imbecilli e la speranza il postribolo degli agonizzanti. Meglio l’utopia!… che è l’arte del ribaltamento di prospettiva!… almeno sappiamo contro chi sputare!… bisognerebbe essere nel partito dei deficienti per credere che l’arroganza della finanza, la corruzione della politica o le armature della fede possano portare a qualcosa di buono!… allora tabula rasa!… prima sarà!… meglio è!… l’amore dell’uomo per l’uomo insegue il profumo di libertà e di giustizia sul filo dei secoli!… e solo i bambini, i poeti e i folli sanno che la bellezza coincide col cammino che porta dalla rivoluzione dell’umano nell’uomo.

Il fotografo senza patria s’intrattiene più col barbone che ascolta Mozart che con Dio… poiché conosce l’orgoglio di non governare mai, di non disporre di niente e di nessuno… non ha sottoposti né padroni! Non detta leggi né riceve ordini! Sa che c’è un macellaio e un santo in ogni fotografo e in una mescolanza tra grazia e imbecillità, degrada la bellezza e la giustizia che contiene la fotografia, al ballo mascherato della celebrità! Il segreto dei fotografi moralisti è quello di non avere nessuna morale, che non sia quella che aspira alla salvazione della propria operetta benificata… forse è per questo che stimo di più un prete che s’impicca di un fotografo vivo!

È la fotografia dell’indegnità mercantile che tradisce la vita quotidiana e la fotografia stessa, invece di rendere la vergogna del potere ancora più vergognosa… gli ultimi, gli esclusi, gli sconfitti… porco boia!… l’abbiamo gridato cento!… mille volte!… cadono in fotografia come i Comunardi sulle barricate di Parigi!… il mondo comincia e finisce con loro!… per la miseria!… e i fotografi?… i fotografi fissano il loro assassinio in bella posa per la storia dei vincitori!… bella roba!… la fotografia che vale non ha bisogno di martiri!… né di eroi!… tantomeno di gente che fa della fotografia una sommatoria del miserabilismo o dell’edonismo da galleria.
I diseredati hanno diritto alla dignità (calpestata dai governi) e non dello spettacolo decadente che deterge millenni di soprusi invendicati!… applicare la fotografia come crocifissione e resuscita del delitto di indiscrezione, è come riprodurre i ferri dei dominatori e infierire su chi ha come primo pensiero del mattino — non morire per fame o in qualche guerra sostenuta dai governanti dello spettacolare integrato —… si può essere fieri di ciò che si è fotografato, ma si dovrebbe esserlo molto di più di ciò che abbiamo contribuito a smascherare. Anche la fotografia sociale è da reinventare.

La fotografia può esistere senza la realtà, ma non senza la possibilità della realtà… al culmine dell’indecenza una sola immagine riuscita vale più di tutto il sapere fotografico… il resto è comunicazione abortita!… roba da dizionario per rincitrulliti dell’impero dei media!… sozzura patinata!… megalomania dell’impotenza!… che schiattino i fotografi senza utopie!… al macero tutti!… insieme alle loro immagini da boudoir!… ci si può immaginare un fotografo che non abbia in corpo la voglia di ammazzare, prima di fotografare?… c’è sempre un premio internazionale che lo abilita all’assassinio!… è sempre quello contro cui ci scagliamo o assolviamo a qualificarci briganti o coglioni!… la fotografia, va detto!… esprime la magia del disinganno o è parte del firmamento dell’ipocrisia!… sbarazzarsi della fotografia, ad ogni livello o stadio di putrefazione estetica, significa non privarsi del piacere di mostrare la sua ridicolezza!… fotografi, critici, storici, addetti alla manutenzione mercantile della fotografia… confondono debitamente il genio col cretinismo, senza sapere mai che la bellezza della fotografia sta in ciò che c’è di più arcaico e vitale nell’intera umanità, la rivolta.

Gli dèi di ogni arte, di ogni fede, di ogni politica sono sempre all’erta… vivono nel terrore di essere declassati a piccoli uomini quali sono!… costruiscono mitologie e rancori ordinari perché non sanno nemmeno accendere il fuoco di una stufa! né acquistare il biglietto di un treno o deporre una rosa rossa sui maglioni inzuppati di sangue delle giovani generazioni che nel passato — come oggi — hanno osato assaltare il cielo spento dei potenti… e fatto dell’utopia incendiaria i migliori anni della loro vita.

Il disgusto per ogni potere è un sintomo di salute!… una condizione necessaria per andare al di là dei propri singhiozzi… fare della propria esistenza ereticale un’opera d’arte. Mai il potere si è stimato così tanto!… mai l’arte è stata così asservita!… mai la stupidità (specie quella elettorale) è stata così diffusa!… è così che si creano i destini!… i fuori gioco non meritano desideri!… solo miseria, centri commerciali e bombe!… il Nobel per la pace la vecchia Europa se lo merita proprio!… il traffico d’armi, della droga, dei diamanti, dell’acqua, i colpi di Stato della finanza internazionale… passano da qui! (benedetti dalla bandiera a stelle strisce di Wall Street)… le democrazie parassitarie si sostengono bene!… come i regimi comunisti!… esistono finché dura il sostegno degli schiavi che hanno allevato!… come per dio!… finché dura la stupidità della grazia e della vita eterna.

Al fascino dell’adulazione politica e al fervore ottimista degli eruditi, preferiamo di gran lunga la compagnia dei quasi adatti”, ubriachi o folli… perché non vogliono avere ad ogni costo dei discepoli… i ricchi, i militari, i governi promuovono le guerre, i popoli le subiscono… i profili dei malvagi sono sempre gli stessi… gloria, onorabilità, decoro sono l’idolatria delle codificazioni che autorizzano le carneficine della civiltà… “a che pro frequentare Platone, quando basta un sassofono a farci intravedere un altro mondo?” (E.M. Cioran)[1]. Anche la fotografia senza compassione né malinconia si afferra alle nefandezze del passato o alle buffonerie del futuro…la fotografia che si avvicina alla verità è superiore sia alla verità che alla fotografia. La fotografia, quando è grande, esprime il ritratto di un’epoca.

[1] E.M. Cioran, Un apolide metafisico. Conversazioni, Adelphi 2004

Pino Bertelli

Schermata_2022_03_25_alle_16.11.40.pngterri_4_FOLRIDA_1957.jpeg2_.New_York_senza_data.jpg2012_maloof_collection_ltd__all_rights_reserved.jpeg

Georges Angéli – Sulla fotografia in clandestinità a Buchenwald

“Io non sono un liberale, non sono un conservatore, non sono un progressista, non sono un monaco,
non sono un indifferentista. Vorrei essere un libero artista, nient’altro […]
Odio la menzogna e la violenza sotto tutti i loro gli aspetti […] Il fariseismo, l’ottusità
e l’arbitrio non regnano solo nelle case dei mercanti e in gattabuia;
io li ravviso nella scienza, nella letteratura, tra i giovani… Per lo stesso motivo non nutro
una particolare predilezione né per i gendarmi né per i macellai né per gli scenziati
né per gli scrittori né per i giovani. L’insegna e l’etichetta le tengo in conto d’un pregiudizio.
Il mio sancta santorum è il corpo umano, la salute, l’ingegno, l’ispirazione, l’amore e la libertà più assoluta, l’essere liberi dalla violenza e dalla menzogna, sotto qualunque aspetto si manifestino.
Ecco il programma al quale mi atterrei, se fossi un grande artista”.
Anton Čechov


I. Né per fama, né per denaro, cinguettiamo come passeri su un mucchio di letame…

Né per fama, né per denaro diceva Čechov, nel suo autorevole e appassionante libello sui consigli di scrittura e di vita a difesa dall’infamia istituzionalizzata, e fare dell’arte di vivere il principio di un’altra umanità[1]. Čechov non aderisce a nulla della menzogna calcolata, artistica, politica che circoscrive la verità del potere sulle lacrime della schiavitù. La scrittura “materica”, financo “clandestina” di Čechov accusa l’intelligencija del suo tempo perché è ipocrita, falsa, isterica, maleducata, oziosa… indica “la completa bancarotta morale degli intellettuali” (Pëtr A. Kropotkin) e più di ogni cosa respinge la lingua dei funzionari, perché lì si nascondono tutte le sciocchezze, le bassezze e le spregiudicatezze che portano i poveri, i ribelli e i “quasi adatti” alle forche.

Si rimprovera a Čechov di scrivere solo di avvenimenti mediocri, di non avere eroi positivi, lui risponde: “Conduciamo una vita provinciale, le vie delle nostre città non sono neppure lastricate, i nostri villaggi sono poveri, il nostro popolo è logorato. Tutti, finché siamo giovani, cinguettiamo come passeri su un mucchio di letame; a quarant’anni siamo già vecchi e cominciamo a pensare alla morte. Che specie di eroi siamo? […] L’uomo diventerà migliore quando gli avremo mostrato come è”[2]. Lo sdegno di Čechov è universale, come è universale l’amore verso la sofferenza della perduta gente.

Nel 1890 il dottor Čechov chiede al direttore dell’amministrazione carceraria Galk’in-Vraskij, un documento che l’autorizzava a visitare le colonie penali dell’isola di Sachalin (nell’Estremo Oriente Russo) per scopi scientifici e letterari… Čechov ha anche il passaporto e la tessera di corrispondente di «Novoe vremja». Dopo un viaggio di 11.000 chilometri (su treni, battelli, carrozze, carretti) arriva a Sachalin il 21 aprile 1890. Ci resterà sette mesi, riparte per nave verso Odessa il 13 ottobre. Nell’isola di Sachalin venivano destinati i criminali e i più fervidi oppositori dello Zar che si mescolavano alle popolazioni Ainu, Giljaki, Evenchi, Yakuti… Čechov si fa geografo, etnografo, sociologo, antropologo… più di ogni cosa cronista di un estremo lembo dell’impero zarista e discopre un universo concentrazionario e le sue crudeltà. Da ogni pagina dello scrittore fuoriesce la degradazione umana di un ordinamento infernale che decideva della vita o della morte di oltre 10.000 reclusi.

Čechov con in mano un taccuino a mo’ di fotocamera, annota storie, compila schede, riporta con minuzia ossessiva le situazioni disperate dei deportati… redige circa ottomila rapporti… parla con la gente dei villaggi, i prigionieri e i loro familiari… sottolinea l’asperità e la bellezza di quella terra, resoconta le punizioni, gli omicidi, le violenze dei militari che imperavano sulle colonie penali. Denuncia le condizioni dei bambini malati, delle donne abusate, delle ragazzine costrette alla prostituzione… e, nemmeno sotto traccia, afferma che a Sachalin, come in tutta la Russia, non c’è giustizia né onore e il patriottismo è una scorciatoia per i tribunali, i servi e i carnefici.

[1] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022

[2] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022
Čechov resta disgustato dalla brutalità dei carcerieri e inorridito dal trattamento riservato ai prigionieri, dal tipo di punizioni loro inflitte e scrive al suo amico editore, Aleksej Suvorin (antisemita e fiancheggiatore dell’Impero russo): «Sachalin è il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l’uomo, libero o prigioniero che sia (…). Abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, li abbiamo fatti marcire invano, senza criterio, barbaramente; abbiamo obbligato la gente a percorrere migliaia di verste al freddo, in catene, l’abbiamo corrotta, abbiamo moltiplicato i delinquenti»[1]. In un’altra lettera a Suvorin, dice inoltre che “nel benessere c’è sempre una parte d’insolenza che si manifesta anzitutto nel fatto che l’uomo sazio fa una predica all’affamato”[2], mai fa i conti ai governi, ai ministri, ai nobili e ai vescovi.

Lo scrittore fu osteggiato dalle autorità, riesce però a passare di villaggio in villaggio e raccogliere i ricordi, le memorie, le indignazioni dei servi della gleba, i pescatori, gli esiliati, i galeotti… entra nelle izbe e si fa messaggero di povertà inenarrabili… nel libro che pubblicherà, parzialmente censurato, L’isola di Sachalin[3], un diario di bordo intrecciato a inchieste, narrazioni, schizzi poetici… riporta nefandezze, ricatti, violenze, corruzioni… descrive come un censimento, i derelitti morire sotto le frustate, per fame, per consunzione, i rituali dei condannati a morte per impiccagione… annotazioni che strangolano l’indifferenza quanto la tirannide. L’isola di Sachalin non è solo un atto di accusa al governo zarista ma un trattato sulla disumanità di tutti i poteri.

Senza fare incongrue comparazioni tra Čechov e il fotografo Georges Angéli, deportato a Buchenwald nel 1943, ci sembra importante sottolineare la contiguità del sistema concentrazionario zarista con quello nazista… le poche immagini rubate nel campo di Angéli, riflettono la medesima quotidianità maltrattata, recisa, violata di Čechov… lo spaventamento dei predicatori dell’ordine o dei vigliacchi d’occasione che risveglia il carnefice assopito negli uomini… specie in quelli di buona volontà e obbedienti a leggi, morali e codici dello Stato. I discendenti dei ghigliottinati lo sanno… non si abita una patria, si abita l’obbedienza a un ordine, a una soggezione, a una ricompensa… il padrone, il re o il profeta è questo e nient’altro. E quando la voce dei dominatori si alza sui sogni di pace dei popoli, il giorno dopo scorre più sangue nel mondo.

[1] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022

[2] Anton Čechov, Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, a cura di Piero Brunello, Minimum fax, 2022

[3] Anton Čechov, L’isola di Sachalin, a cura di Valentina Parisi, Adelphi, 2017

Pino Bertelli

Schermata_2022_04_10_alle_13.06.17.pngSchermata_2022_04_10_alle_13.08.12.png

Cecilia Mangini – Sulla fotografia della dignità

Essere caduti dal seno della madre nel fango e sulla polvere di un deserto che li vuole liberi e soli. Essere cresciuti in una foresta dove i figli lottano con i figli per educarsi alla vita dei grandi. Essere ragazzi in una città fatta per la pietà e la ricchezza senza sapere altro che la propria fame.
Pier Paolo Pasolini


I. La canzone popolare del cinema documentario

Nel baraccone delle illusioni del cinema italiano – il più brutto del mondo –, ci sono i dispersi, i sopravvissuti, gli scomparsi, i randagi di sempre… del resto è impossibile vivere nel cinema farci bella figura!… è la merce a portata di mano… dove tutto, o quasi, è impostura!e i filmetti che escono a grappoli tradiscono spesso disturbi mentali… coadiuvati da un’attorialtà spocchiosa che prelude all’imbecillità! Tutta gente che aspira alla celebrità senza averne né la stoffa né la follia… tutte comparse di un’industria che ripete se stessa fino alla nausea per un pugno di biglietti strappati nei cinema e la vendita dozzinale alle televisioni… una cosa però quelli che stanno nel cinema l’hanno capita… per avere un qualche posto nella società spettacolare, basta scendere il più in basso possibile come essere umani… demiurgi dell’in-competenza… produttori, registi, attori, direttori della fotografia, montatori… sono traghettatori dell’idiozia, figli di puttana col vizio dell’impostura! Cecilia Mangini nasce nel 1927 a Mola di Bari, muore a Roma il 21 gennaio 2021… in mezzo ci sta la sua cinevita di notevole spessore culturale-politico… i suoi lavori figuravano il linguaggio spezzato del cinema mercantile e contenevano la ricerca della verità, dell’insofferenza, della giustizia dalla parte degli umili, degli sfruttati, degli offesi… Ignoti alla città (1958);
Maria e i giorni (1959); La canta delle marane (1961); Essere donne (1965); Brindisi ’65 (1966); Domani vincerò (1969), La briglia sul collo (1972)… che hanno rappresentato la canzone popolare del cinema documentario al tempo della commedia in fiore (cioè al botteghino, quando gli italiani ridevano di loro stessi e nemmeno si accorgevano che ingrassavano la politica burocratica, corrotta e mafiosa che albergava nei partiti, nelle chiese, nelle banche e anticipava i gangli repressivi della società dello spettacolo a venire). La macchia da presa della Mangini scrive la realtà… interroga il presente e traccia elementi di dissidio contro il già deciso, il già giocato, il già violato dalla partitocrazia… il senso della composizione, l’inquadratura forte, il montaggio serrato, piccole storie che diventano universo dei poveri, degli afflitti, degli offesi…
fuoriescono da un fare cinema che si mostra per quello che è… una richiesta di giustizia e di condanna contro i distruttori di bellezza!… il canagliume di Molti suoi film sono stati censurati, vilipesi, emarginati… come Allarmi, siam fascisti (1961, co-regia con il marito Lino Del Fra e Lino Micciché) o La statua di Stalin (1962, co-regia con Lino Del Fra)… regista, sceneggiatrice, attrice e fotografa… sempre in margine ai sistemi di speranze del proprio tempo, si chiama fuori dal postribolo della politica istituzionale… punta la macchina da presa nell’insubordinazione e nell’eresia da subito… esordisce nel documentario Ignoti alla città (1958), su testi originali di Pier Paolo Pasolini, al quale ritorna con La canta delle marane (1961)… per i suoi lavori riceve premi e riconoscimenti impor-tanti ma resta ferma sulla sua visione di lottare per un mondo più giusto e più umano! Una comunità di eguali nei diritti! Imparare a vivere, come a morire, per il debutto del bene comune sulla scena della storia! In un’intervista del 2008, forse, la prima documentarista italiana dice: « …Quando volevo fare cinema, sapevo di una scuola a Roma molto prestigiosa, una bella mattina, all’epoca vivevo a Firenze, ho preso il tram e sono arrivata fin là. Sono poi andata all’ufficio informazione e ho detto: “ditemi tutto quello che serve, qui da voi, per diventare regista”.
Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: “no, impossibile. Le donne non possono fare regia”. A quel punto gli chiesi che cosa potessero allora fare le donne e mi risposero: “Ah, tante cose. Le sarte, le costumiste, le truccatrici, l’aiuto truccatrici, il taglio del negativo, ecco cosa possono fare le donne”. Sono rimasta allucinata, perché solamente gli uomini potevano fare regia! Così decisi che avrei fatto comunque regia e avrei cercato di fare di tutto pur di farla, però era una specie di sogno. Fino a quando un bel giorno mi hanno chiamata e mi hanno proposto di fare un documentario ed io sono quasi svenuta dalla gioia. E quindi beati voi ragazze e ragazzi che potete fare cinema. Tutto è libero, tutto è permesso, spero che non facciate film né maschilisti né soprattutto femministi con le quote rosa che trovo addirittura indecente perché siamo tutti uguali, siamo tutti persone… ». I suoi film vanno oltre l’eccesso e le grida, perché sapeva che lì si nascondono l’insignificanza e la mediocrità!
Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: “no, impossibile. Le donne non possono fare regia”. A quel punto gli chiesi che cosa potessero allora fare le donne e mi risposero: “Ah, tante cose. Le sarte, le costumiste, le truccatrici, l’aiuto truccatrici, il taglio del negativo, ecco cosa possono fare le donne”. Sono rimasta allucinata, perché solamente gli uomini potevano fare regia! Così decisi che avrei fatto comunque regia e avrei cercato di fare di tutto pur di farla, però era una specie di sogno. Fino a quando un bel giorno mi hanno chiamata e mi hanno proposto di fare un documentario ed io sono quasi svenuta dalla gioia. E quindi beati voi ragazze e ragazzi che potete fare cinema. Tutto è libero, tutto è permesso, spero che non facciate film né maschilisti né soprattutto femministi con le quote rosa che trovo addirittura indecente perché siamo tutti uguali, siamo tutti persone… ». I suoi film vanno oltre l’eccesso e le grida, perché sapeva che lì si nascondono l’insignificanza e la mediocrità!

Pino Bertelli

Schermata_2022_02_14_alle_11_1.47.35.pngSchermata_2022_02_14_alle_11.46.16.pngSchermata_2022_02_14_alle_11.47.35.pngSchermata_2022_02_14_alle_11.48.38.pngSchermata_2022_02_14_alle_11.50.33.pngSchermata_2022_02_14_alle_11.53.21.png

search
pages
ITA - Informativa sui cookies • Questo sito internet utilizza la tecnologia dei cookies. Cliccando su 'Personalizza/Customize' accedi alla personalizzazione e alla informativa completa sul nostro utilizzo dei cookies. Cliccando su 'Rifiuta/Reject' acconsenti al solo utilizzo dei cookies tecnici. Cliccando su 'Accetta/Accept' acconsenti all'utilizzo dei cookies sia tecnici che di profilazione (se presenti).

ENG - Cookies policy • This website uses cookies technology. By clicking on 'Personalizza/Customize' you access the personalization and complete information on our use of cookies. By clicking on 'Rifiuta/Reject' you only consent to the use of technical cookies. By clicking on 'Accetta/Accept' you consent to the use of both technical cookies and profiling (if any).

Personalizza / Customize Rifiuta / Reject Accetta / Accept
Link
https://www.manifestoperunafotografiadibellezzaegiustizia.it/taccuino_manifesto-d

Share link on
Chiudi / Close
loading