Dov'è finita la fotografia

Scrivere di fotografia

“Una fotografia non è un accidente, ma una presa di posizione. Perché
«fotografare è anzitutto la messa a fuoco di un temperamento»
Susan Sontag

Fotografando gli altri scopriamo anche noi stessi...
“L’aria è infetta dal puzzo di fotografia”
Robert Frank

Nel 1855 l’esposizione universale ha per la prima volta una mostra speciale dedicata alla fotografia. Potremmo dire che tutto ebbe inizio in quel momento, anche la fotografia entrò a pieno in quello che era il suo uso mercantile. Nasce quindi come qualcosa che ha subito utilità politica, se usata nel giusto modo questo è discutibile ma, quel che è certo, la fotografia diventò oggetto d’industria e, quando questo accade, tutto può complicarsi e rischiare di perdere la sua essenza.
La prima cosa che ha complicato ma, allo stesso momento attirato alla fotografia è l’inesprimibile. Primo fra tutti Baudelaire che la condanna perché né è letteralmente sconfitto. La inserisce nelle deplorevoli espressioni dell’uomo e, la bolla quale origine del fanatismo. In realtà l’aristocratico poeta condanna la massificazione del reale riprodotto poi, cade anche lui nell’aura della camera che, dominata da Nadar, ci offre splendidi ritratti di fiori del male, più eloquenti di qualsiasi altro profilo letterario. La fotografia tocca a questo punto i vertici di un vero e proprio scatenamento, senza remissione e, si ribella diventando la svelatrice della coscienza di Baudelaire.
Se apriamo la finestra della nostra casa sui tetti del nostro mondo, ora potremmo ancora volgere il nostro sguardo e infuriarci contro l’idolatria della folla che c’è fuori? Potremmo perderci nella folla, in quella centrale elettrica, essere il flauner contemporaneo, nel caos, senza nemmeno guardarci, nell’indifferenza brutale, questa volta rigorosamente ad un metro di distanza e con la mascherina? Dovremmo chiederci, che senso avrebbe. Quello del movimento continuo di noi che passiamo e il gesto della contemplazione, vale a dire il gesto di offrirsi come uno specchio. Non è forse il gesto che ogni fotografo/a compie mentre si muove tra la folla per catturare l’eternità attraverso un momento?
L’avrete letto centinaia di volte ma non posso esimermi dal ripeterlo, Henri Cartier Bresson diceva: “la macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità... fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. E’ porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. E’ un modo di vivere.” Ma, ancora più carnale e vero è ciò che disse al suo compagno distrutto al suo ritorno dalla guerra, Eugene Smith “C’è qualcosa che pulsa, come un continuo tremolio vitale. Le foto si scattano tra la camicia e la pelle, perché agganciata tra camicia e pelle, diritto al cuore, c’è la macchina fotografica che si muove, al ritmo della sua appassionata integrità.”
Non si sa mai abbastanza, motivo per il quale divoro libri, leggo estratti, osservo agli angoli delle strade e ascolto un cantastorie avvolto in un sacco a pelo, con le dita gonfie dal freddo, seminude con guanti di lana sfilacciati e sporchi. Necessito di storie e provo a coglierne in quei cilindri di monete, nel suono di quella che, mortificata pongo, al caldo del mio cappotto, mentre scatto una fotografia che nessuno mai vedrà, neppure io.
Mi guardo intorno e la fotografia mi circonda, nel suo teatro dei sensi, da una nota di una tromba di un musicista malinconico d’in- verno con la sua pioggia, come una rete mi cattura, come una bolla mi protegge ma, è spesso una coperta troppo corta da lasciare scoperta i piedi. E così, con i piedi si fotografa quel palcoscenico tinto di rosse impronte di viaggiatrice solitaria, io per prima scivolata sul panneggio di una quinta del sipario.
L’umanità si è divorata tutto, lo spirituale e la cultura, la sua stessa vita, la sua stessa terra, nauseata, talmente sazia, esausta ormai, diventando la fotografia di se stessa.
C’è da puntualizzare subito una cosa, che nulla è andato bene se tutto è andato così male, che tutte le immagini che abbiamo visto anche questa volta, sono state le immagini riflesse della società dello spettacolo del dolore, ancora una volta. Le fotografie di cuore sono ancora nei cellulari della gente, nei macchinoni luccicanti dei reporter non ci sono storie, solo istantanee volte ad un’immediata verificabilità. Nessun giudizio laddove sia onesto lavoro d’infor- mazione, ripeto, onesto, non sulla pelle di chi sta crepando. La distanza ha trovato spazio e la fotografia ha congelato la sua ra- dice. Quei corpi ammalati non solo erano sommersi di solitudine ma dovevano difendersi da ogni privazione di narrazione e, la fotografia altro non dovrebbe essere che dignità, poter narrare tutta una vita. Dopo un anno, sono già pronti i primi festival celebrativi del lockdown. Immagini in posa, orpelli, il seducente e non la bellezza, miscugli pieni di cose vane che da dire non hanno nulla se non quanto saturo è il colore.
Ci sono milioni di occhi su uno smartphone e social network, producono immagini, molte manchevoli della grammatica del linguaggio. La comunicazione sbaraglia regole, tutto scorre veloce in pantoni di colori. Sono anime stanche delle infinite complicazioni del quotidiano e l’unico scopo é non fermarsi, ignorare tutto, inconsapevoli che quel che segue è una strada di non ritorno, l’oggi per un futuro inesistente, l’oggi senza memoria, per un passato tralasciato. Siamo poveri noi, è povera la fotografia.
Quel che resta di foto sgranate sono le crepe, e sono tutte riparabili?
Nei pochi giorni di apertura alla cultura, quando si poteva andare a teatro, ho potuto vedere un meraviglioso spettacolo di Gabriella Salvaterra, “Dopo”, e la sua risposta è stata che per riparare c’è un tempo, un tempo giusto. Siamo noi, nell’estetica dell’anima, quasi a voler allontanare quell’anestesia dei sentimenti, di un tempo che viviamo, dove i desideri sono fustigati, i nostri corpi bloccati, una pandemia piombata addosso che ha messo tutto in discussione.
La resistenza ancorata alla bellezza, alla poesia dello sguardo, rende donne e uomini capaci a sopravvivere al bombardamento di fiumi di parole e immagini.
Non possiamo esimerci dal chiederci chi siamo?
Nella camera chiara bisogna sgretolare le emozioni, le fotografie riposte nei cassetti, devono esser sommerse d’acqua, purificate e ritrovate di nostalgia, quel vuoto che sempre si avverte dinanzi alla sofferenza e alle ingiustizie ma, da dove la vita ricomincia a pulsare, dove la fragilità diventa forza, spinge al conflitto, alla rivolta, ispira il poeta.
La fotografia della bellezza parla sempre del tempo, della necessita di renderlo immortale perché la morte esiste e può essere sconfitta solo dalla narrazione e, una fotografia che non racconta nulla, è solo la teoria di un colore, una musica priva di un Kandinskji.
Benjamin scriveva “Diventa sempre più raro incontrare persone che possano raccontare davvero qualcosa. Sempre più frequentemente, in un circolo in cui qualcuno esprime il desiderio di ascoltare una storia, si diffonde lo sconcerto, è come una facoltà ci sembrava inalienabile, la più sicura tra le cose sicure, ci venisse sottratta. La facoltà di scambiarsi esperienze.
Una delle cause è evidente, l’esperienza è deprezzata... I grandi sono quelli la cui scrittura si distorta il meno possibile dalle parole dei tanti narratori senza nome...
Non dispendere consigli, il consiglio non è una risposta a una domanda, quanto una proposta attinente alla prosecuzione di una storia. Per coglierlo bisognerebbe in primo luogo saper narrare a propria volta...”
Eppure, riempite zaini di attrezzature costose, quanto più pesa tanto più vi sentite virili voi maschi, basterebbe quella leggerezza per tingere un filo d’argento.
Collezionate gallerie post prodotte come la regola del mercato impone, la luce diventa grafica, se cade da un lato della foto in penombra è perfetta per le riviste patinate, se il colore è saturo avete in cornice il workshop con Steve Mc Curry, fanno curriculum Napoli, Palermo, New York, William Klein come infinita riproduzione. E Robert Frank, Bresson, tutto diventa idolatria, dimenticando che nessun uomo o donna è mito se non, nobile e prezioso ciò che narra, le persone che incontra, la giustizia e la bellezza che urla o sussurra. Il sorriso di un bambino è diventato un’emoticon, quanto più è sporco più fa di voi un fotografo umanista, incollate nella biografia una citazione di Pasolini, per rendere egualitari i diritti e credibili le vostre posizioni politiche. Rincorrete Berengo Gardin, Scianna, Fontana quando spesso si moltiplicano in spazi in mostra che non danno voce a giovani sconosciuti che narrano storie degne di essere raccontate. Fa élite se amate Ghirri, Iodice, non capite nulla se vi permettete di considerare Toscani. Addirittura dall’antropologia si è giunti alla paesologia e si è cambiato nome alla poesia pur di vendere libri e metterci dentro sempre la fotografia. Negli ultimi mesi siete riusciti a incastrare anche Letizia Battaglia, vittima inconsapevole della sua stessa storia, quelli che la rincorrono e nello stesso momento sono indifferenti al femminile, accusandolo di femminismo.
La fotografia è donna, per questo motivo è invasa come fosse proprietà privata, il linguaggio femminile della fotografia deve faticare ad avere un nome proprio e libertà di raccontare. Anche qui, ai piani alti, tutto diventa oltre che spettacolo, terra di conquista. Ma, non starò qui a lagnarmi che le donne fotografe sono svantaggiate, parla la fotografia e, il femminicidio della parola stessa, e più lo negate, più ne siete complici, milioni di immagini povere di foto scritture, storie degne di note lasciate ai margini.
C’è una quotidianità volta ad aggiornarsi sul globo intero, eppure sfugge la storia che scorre accanto.
La fotografia potrebbe riscrivere la sua nuova fiaba,(c’é poco da sghignazzare è cosa seria) un vecchio amico che mi parlò di “sopravvivenza visiva”, mi disse che la fotografia è un gioco da bambini e, non c’è nulla di più serio che un gioco da bambini. La fiaba è “la prima consigliera dell’umanità, vive ancora segretamente nella narrazione.” Cosa siamo capaci ancora a creare, cosa in questa nostra vita, di dignitoso, sappiamo narrare? Se un fuoco dentro ancora non è spento, c’è ancora luce su parole scritte tra anima, occhi e mani? Tu fotografo, artista, poeta, chi sei?
L’increspatura del solco in cui danza la puntina sul vinile è un pezzettino di cuore, suona Fodder On My Wings, tra i più amati da Nina. Quante ne ha vissute... la musica, ne ascoltava di insegnamenti, i suoi maestri eppure, vedeva frantumarsi una a una le bugie delle illusioni, le parole false dei potenti giusti bianchi. Scoprì le violenze e gli imbrogli degli stati potenti... eppure sentiva quel vento di rivolta che soffiava, quel vento di rivolta... lei cantava quel vento.
C’è stata una un’immagine quest’anno, non aveva nulla a che fare con la pandemia, eppure sembrava avesse a che fare con una canzone di Nina Simone.
L’immagine raccontava di George Floyd.
Dov’è finita la fotografia.
“Vorrei tornare ai diorami la cui magia enorme e brutale mi sa imporre inutile illusione. Preferisco contemplare qualche fondale, di teatro dove trovo, espressi artisticamente in tragica concentrazione, i mie sogni più cari. Queste cose essendo false, sono infinitamente più vicine al vero; mentre la maggior parte dei nostri paesaggisti mentono proprio perché trascurano di mentire” W.Benjamin


Otto febbraio duemilaventuno
mariadipietro
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https://www.manifestoperunafotografiadibellezzaegiustizia.it/dov_e_finita_la_fotografia-d12082

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